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giovedì 14 settembre 2017

All'alba di un nuovo percorso

Il Barcellona di Valverde sconfigge la Juve e si candida per il primo posto del girone D
di Emanuele Mongiardo




A distanza di cinque mesi dallo zero a zero che aveva schiuso alla Juventus le porte della semifinale di Champions League, gli uomini di Allegri tornano al Camp Nou, stavolta per la prima giornata della fase a gironi di Coppa. Barcellona e Juventus hanno in comune un'estate piuttosto movimentata, destinata probabilmente a segnare un nuovo percorso per entrambe le squadre.

Da una parte la cessione di Bonucci costringe a rivedere parte dei meccanismi di quello che è stato, unitamente a quello dell'Atletico di Simeone, il miglior reparto difensivo degli ultimi anni in Europa, senza considerare l'età di Chiellini e Barzagli che costringerà Allegri a coinvolgere sempre più uomini nella rotazioni difensive.

Il Barcellona invece deve ancora assimilare l'addio a Neymar, desideroso di svincolarsi dal cono d'ombra di Messi e per questo migrato ai piedi della Tou Eiffel. Il mercato ha portato in dote Dembele, talento potenzialmente sconfinato ma ancora da sgrezzare. Soprattutto però è cambiata la guida tecnica: dopo il triennio di Luis Enrique, in cui i risultati gravavano sulle spalle della MSN, è stato scelto come nuovo allenatore Ernesto Valverde: l'ex Athletic ha il compito di ricostruire meccanismi di gioco che possano innanzitutto esaltare il talento di Messi e quindi portare alla vittoria in Liga e in Champions.

Barcellona e Juventus arrivano allo scontro di martedì entrambe con un percorso netto di tre vittorie in campionato. Ragionevolmente nel gruppo D sono loro le squadre favorite per la qualificazione, ecco perché il match del Camp Nou può essere rivelatore per quanto riguarda le gerarchie del girone.

Allegri, orfano di Mandzukic. Chiellini, Cuadrado e Khedira, punta su quasi tutti i nuovi arrivati, proponendo un 4-4-2 pronto a trasformarsi in un 4-3-3 asimmetrico in fase offensiva. Davanti a Buffon agiscono Barzagli e Benatia, i centrali con maggior esperienza a disposizione, mentre il terzino destro scelto per l'occasione è De Sciglio; a sinistra, ovviamente, Alex Sandro. In mezzo al campo Pjanic e Matuidi sono i due mediani; alla loro destra prende posto il giovane uruguayano Bentancur, col compito di accentrarsi in fase di non possesso e creare un centrocampo a tre; l'esterno opposto è invece Douglas Costa, chiamato ad ambientarsi il prima possibile nell'undici titolare. Le punte sono Higuain e Dybala.

Valverde invece conferma le scelte delle prime giornate di Liga; unica novità è Dembele al posto di Deulofeu. Perciò i quattro davanti a Ter Stegen sono Semedo, Pique, Umtiti e Alba. Busquets è il mediano davanti a cui si muovono Rakitic e Iniesta. Davanti, oltre all'ex ala del Dortmund, ci sono Leo Messi da falso 9 e Suarez nell'inedita posizione di ala sinistra.

La strategia di Max
Già dal fischio iniziale è chiaro quale sarà lo spartito della gara: Barcellona in controllo del pallone e Juve attenta a negare ogni spazio tra le linee per recuperare palla e attaccare in transizione.

La Juve invece parte con un 4-4-2 che preferisce coprire il centro del campo mantenendo soprattutto una distanza minima tra difesa e centrocampo, comprimendo quindi quegli spazi vitali per giocatori come Messi e Iniesta. In questo modo si riescono anche a recuperare palloni utili per ripartire in transizione. Ovviemente il 4-4-2 prevede scivolamenti da un lato all'altro del campo che portano Costa o Bentancur a uscire in pressione sul terzino del lato palla, con l'esterno del lato opposto che stringe in modo da poter controllare i movimenti della mezzala sul lato debole. Nella linea di centrocampo Allegri concede a Matuidi licenza di staccarsi per aggredire il centrocampista più vicino, a patto però di essere coperto alle spalle da Pjanic.


Il 4-4-2 juventino con l'esterno del lato palla (Bentancur) che esce sul terzino (Jordi Alba)






Le uniche occasioni in cui la Juve prova a pressare più in alto sono le rimesse dal fondo, durante le quali Dybala e Higuain schermano il lato destro del Barcellona in modo da lasciare libera solo la linea di passaggio su Umtiti sul centro sinistra, costringendo quindi i padroni di casa ad affidare il possesso al centrale di difesa meno dotato tecnicamente (e comunque Umtiti ha degli ottimi piedi) e soprattutto invitando i blaugrana a sviluppare l'azione sul loro lato meno creativo.






Per quanto riguarda invece la fase offensiva, Allegri sa di non potersi affidare solamente alle transizioni. Durante la scorsa stagione, nel doppio confronto, aveva approfittato a pieno della tecnica di due difensori come Bonucci e Dani Alves per risalire il campo palleggiando, aiutato anche dal pressing approssimativo del Barcellona di Luis Enrique. Stavolta l'intenzione è attirare il pressing del Barcellona sulla propria destra, il lato per intenderci dove ama spaziare Dybala, per poi cambiare velocemente gioco sulla fascia di Alex Sandro e Douglas Costa, sorprendendo così gli avversari sul loro lato debole. E' un piano che necessita innanzitutto di moovimenti coordinati tra Dybala e Higuain, col primo che spesso muovendosi verso la fascia apre corridoi interessanti per il passaggio del terzino sul Pipita. Questi può decidere di proteggere palla e cambiare gioco in prima persona o, come avvenuto molto raramente, appoggiarsi su Bentancur, rimandando al giovane ex Boca la responsabilità del cambio gioco. In alternativa, il giocatore più cercato quando la Juve porta molti uomini in fascia è Pjanic, sicuramente il più adatto a innescare i due esterni brasiliani sul lato debole.









due occasioni in cui il movimento verso l'esterno di Dybala libera il passaggio su Higuain. Nel primo caso il Pipita appoggia a Bentancur che però sbaglia la misura del lancio, nel secondo si mette in proprio e col sinistro attiva la conduzione di Alex Sandro










La mano di Valverde









E' un piano che non riesce del tutto perché Valverde sembra aver capito che uno dei più grandi problemi dell'ultimo Barcellona di Luis Enrique era proprio la riconquista della palla. Per contrastare il palleggio bianconero l'ex allenatore dell'Athletic, quando la sua squadra è in pressione alta, vuole pareggiare il numero di uomini adottati dalla Juve in impostazione. Perciò, anche sulle rimesse dal fondo, spesso si ritrovano alcuni accoppiamenti fissi: Suarez e Messi gravitano nella zona dei centrali di difesa, Iniesta si alza su Pjanic e Rakitic va su Umtiti. Sfruttando l'asimmetria di entrambi gli schieramenti Jordi Alba si alza su De Sciglio.









L'unico dubbio riguarda la marcatura di Bentancur, che probabilmente Valverde non immaginava mezzala destra ma trequartista nel classico 4-2-3-1 bianconero. Il Barcellona allora si adatta alla posizione dell'uruguayano alzando anche Busquets in pressing, pareggiando numericamente il centrocampo a tre della Juve e affidando la marcatura di Dybala al talento difensivo di Umtiti, autorizzato anche ad uscite in zone rischiose sulla Joya. E' un tipo di pressione alta che necessita ancora di miglioramenti nella tempistica, ma che porta spesso i bianconeri a commettere errori tecnici che riconsegnano il possesso al Barcellona. Quando invece la pressione viene elusa e bisogna difendere più bassi Valverde adotta un classico 4-4-2, in cui Dembelè e Iniesta sono gli esterni col compito di attivare gli scivolamenti sul lato palla, con conseguenti scalate dei compagni.











Pressione alta del Barcellona, con il tre contro tre a centrocampo. Qui Rakitic scala e si occupa di Dybala che si muove alle sue spalle, lasciando la marcatura di Matuidi a Dembele che stringe. Da notare Jordi Alba che si alza su De Sciglio









L'influenza di Valverde però, è percettibile soprattutto per quanto riguarda la fase di costruzione. Il primo aspetto che salta all'occhio è l'asimmetria tra il lato sinistro e il lato destro del campo. Detto della posizione da finto centravanti di Messi, che secondo le proprie inclinazioni naturali gravita sul centro destra, è da notare come sulla destra l'ampiezza sia garantita da Dembele, con Semedo che quindi resta alle spalle del talento francese. Sul lato opposto invece tocca a Jordi Alba restare largo per smagliare la linea difensiva avversaria; quando il terzino ex Valencia sale allora Suarez può accentrarsi e agire in una zona a lui più consona.











L'asimmetria del 4-3-3 del Barcellona evidenziata dalla posizione dei suoi tre attaccanti, con Suarez che viene dentro e Alba che si alza






Nonostante il Barcellona nel primo tempo non riesca quasi mai a giungere dalle parti di Buffon per via delle distanze serrate tra centrocampo e difesa, vi sono alcuni aspetti incoraggianti del nuovo corso catalano. Innanzitutto Messi e Iniesta ritornano ad essere le pietre angolari della squadra: dai loro movimenti e dalle loro interazioni, reciproche e coi compagni, nascono le migliori trame culé.






Don Andres talvolta si muove verso la fascia sinistra, quella di Umtiti a cui la Juve spesso e volentieri concede il possesso. In questo caso è evidente come Valverde stia cercando di coordinare soprattutto i movimenti del Manchego, di Suarez e di Jordi Alba, in modo da non fossilizzare la costruzione solo sul lato destro. Qui una combinazione spesso provata, ma praticamente mai andata a buon fine anche per l'attenzione di De Sciglio e Sturaro, è lo scatto dell'ex valenciano non appena Suarez entra dentro il campo e libera la fascia, con conseguente filtrante alle spalle della difesa di Iniesta; ma come detto, la Juve è stata brava a disinnescare questo tipo di giocata, che comunque potrà essere riprovata e affinata nel corso della stagione.






Nella maggior parte dei casi però ama muoversi verso il centro, avvicinandosi a Messi e alla zona con più uomini blaugrana per condurre palla e creare triangoli che permettono alla squadra di occupare in blocco la trequarti avversaria.





Lezione di geometria spiegata dal professor Iniesta: prima triangola con Messi per raggiungere il centro destra. Quando poi Dembele gli restituisce palla forma un triangolo con Rakitic e Semedo, poi ne forma un altro con Messi e Suarez, con il suo movimento che apre il passaggio dalla pulce all'uruguayano. Infine ne forma un ultimo con Busquets e Suarez al termine del quale prova l'imbucata verso Rakitic che con fiducia cieca nel suo capitano si era inserito in area






La presenza massiccia di così tanti uomini sulla propria destra ha dei risvolti anche sulla fase difensiva: Valverde vuole invitare i suoi a una riconquista di palla immediata, con l'aggressione sugli avversari appena perso il possesso. Situazione non così frequente nel corso della sfida alla Juve, essendo un meccanismo ancora da collaudare, ma che comunque sarà importante riproporre per recuperare palla in zone pericolose e moltiplicare quindi le occasioni da gol.









Qui la pressione costringe De Sciglio a buttare via il pallone






Messi invece molto spesso rientra fino al centrocampo per aiutare la costruzione, favorendo così il ritorno di Suarez verso il centro. Soprattutto Messi in zona centrale leggermente arretrato può essere esiziale se si aprono varchi tra difesa e centrocampo; come in occasione del gol dell'uno a zero, quando il Barcellona con pazienza riesce a sviluppare un'azione palla a terra a partire da Ter Stegen. Il portiere tedesco, approfittando di una copertura della linea di passaggio non ottimale da parte di Higuain, serve Pique che, pressato, innesca Dembele, che con un controllo orientato elude l'aggressione di Alex Sandro. A quel punto, con la Juve riversata in avanti per via della precedente pressione, il talento francese può servire Messi alle spalle del centrocampo bianconero. In questo caso Pjanic e Bentancur riescono a rientrare su diez, ma Leo dà un saggio della sua incisività da falso nueve: nonostante il rientro dei centrocampisti, gli basta usare Suarez come parete per oltrepassare la mediana avversaria e bucare Buffon con controllo e tiro eseguiti praticamente in un millisecondo.










L'importanza di Ter Stegen






Ma il primo gol offre ulteriori spunti di riflessione, sul lavoro di Valverde e sulle qualità dei singoli. E' evidente come il nuovo allenatore punti molto sulla costruzione dal basso che sembra essere l'aspetto del gioco meglio sviluppato fino ad ora dai blaugrana. Il Barcellona non esita a portare un gran numero di uomini a ridosso della propria area per favorire un'uscita pulita della palla; spesso gli unici a non essere coinvolti nella prima costruzione sono i soli Dembelè e Suarez, su cui comunque in casi di emergenza si può cercare la palla lunga per saltare il pressing. I catalani in prima costruzione allargano i centrali di difesa, con Busquets che quindi può decidere se restare a centrocampo o abbassarsi tra di loro in salida lavolpiana. Rakitic e iniesta si avvicinano alla difesa e spesso anche Messi, seppur più avanzato, viene incontro appena dietro ai centrocampisti. Soprattutto però, i terzini si alzano e si mettono con i piedi sulla linea del fallo laterale: è il dettaglio più importante perché permette da sfruttare i lanci millimetrici Ter Stegen, probabilmente il miglior portiere al mondo nell'impostazione insieme a Neuer e Reina.






La Juventus cerca di ostacolare l'impostazione con le due punte orientate sui centrali di difesa, Matuidi che si alza su Busquets e gli esterni che stringono nella zona delle mezzali, pronti a uscire in pressione sul terzino in possesso attivando le scalate da un lato all'altro se la palla dovesse arrivare sulle fasce. In tutto ciò, con i centrocampisti e i difensori bloccati, Ter Stegen è quasi sempre perfetto a lanciare sui terzini, soprattutto Jordi Alba, che a quel punto può appoggiare su Suarez e permettere al Barcellona di palleggiare con calma o, nel migliore dei casi, avanzare in conduzione.









ecco i vantaggi che garantisce un portiere forte coi piedi










Fine delle ostilità






Nel secondo tempo poi c'è l'episodio che chiude del tutto la partita, con Benatia che esce in anticipo su un'imbucata di Rakitic per Dembele; il marocchino però sbaglia il controllo e regala palla a Suarez che può allargare per Messi; Leo coglie la difesa avversaria impreparata, punta il fondo e determina la deviazione di Sturaro che propizia il 2 a 0 di Rakitic. Dopo la rete del Croato la Juventus difatti esce lentamente dalla partita, forse anche per la consapevolezza di affrontare un girone che difficilmente non riuscirà a superare. Ne è la prova il gol del 3 a 0, timbrato da Messi e nato da un contropiede condotto da Iniesta.






La Juventus, seppur priva di diversi titolari, ha giocato un primo tempo di grande equilibrio, in cui è anche riuscita ad impensierire Ter Stegen. Cercare analogie tra il crollo di Cardiff e questa sconfitta mi sembra fuorviante, innanzitutto per le diverse motivazioni in campo e poi per svariate situazioni contingenti, tra cui il periodo della stagione, il valore complessivo del girone e le già citate assenze. La prima parte di stagione è sempre un periodo di assestamento per Allegri che deve innanzitutto trovare il modo di mettere a proprio agio un talento come Douglas Costa che potrebbe mettere a ferro e fuoco la Serie A e garantire quell'upgrade offensivo che Cuadrado non offre. De Sciglio nella mezz'ora abbondante in cui ha giocato si è dimostrato affidabile difensivamente e ha giocato anche dei buoni palloni verso Higuain, segno che con un'organizzazione solida e un parco giocatori diverso alle proprie spalle può essere uno dei migliori terzini italiani; forse il primo tempo del Camp Nou è troppo poco, ma l'inizio lascia ben sperare. Il più pronto dei nuovi acquisti è sembrato Matuidi, che ha scelto oculatamente quando restare nella linea dei quattro centrocampisti e quando invece uscire in pressione sull'uomo più vicino. In ogni caso il rientro di Khedira, Mandzukic e Chiellini aiuterà Allegri a decidere in che grado essere conservatore, per creare il giusto mix tra la solidità granitica dello scorso anno e le caratteristiche dei nuovi arrivati e per scendere a patti col talento di Douglas Costa e, perché no, Bernardeschi.









Valverde, pur all'inizio del suo percorso, ha messo in chiaro alcuni principi cardine, tra cui la costruzione bassa ragionata a partire dal portiere, la centralità di Messi e Iniesta e le riaggressioni in zone alte del campo appena perso il possesso. Spetta a lui cesellare al meglio due diamanti grezzi come Semedo e Dembele. Il primo è sembrato subito pronto alla titolarità, con una struttura fisica che gli ha permesso di reggere l'urto di Douglas Costa e di mettere in difficoltà in fase offensiva un mostro di atletismo come Alex Sandro. Dembelé invece è un talento dai confini inesplorati e, al momento, non individuabili. Sarà importante migliorarne il tratto associativo, già presente in lui ma ancora in fase germinale, per combinarlo con una tecnica in velocità più unica che rara. Dovrà inoltre imparare a tagliare senza palla alle spalle della difesa per sfruttare gli spazi aperti da Messi; un compito che potrebbe attagliarsi alle caratteristiche di Suarez, in difficoltà per via della forma fisica non ottimale (prima partita giocata solo settimana scorsa contro l'Espanyol), ma che con i suoi movimenti potrebbe trarre grandi vantaggi dai movimenti a rientrare di Messi. Solo così il Barcellona potrà ritrovare la via della gloria in patria e in Europa, invertendo le gerarchie con quel Real Madrid che, a detta di Piqué, per la prima volta negli ultimi anni sembra essergli davanti.














di Emanuele Mongiardo

lunedì 26 giugno 2017

Scampato pericolo

L'Italia di Di Biagio supera la Germania e centra le semifinali

di Emanuele Mongiardo




La partita con la Germania rappresenta per l'Italia di Di Biagio l'ultima spiaggia per evitare di abbandonare anzitempo la Polonia. Un destino beffardo per il CT romano, messo spalle al muro da una sconfitta inaspettata proprio come due anni fa: allora era stata la Svezia a infliggere un sorprendente K.O. agli azzurrini, stavolta è toccato alla Repubblica Ceca. Così come nel 2015 dunque il destino dell'Italia è nelle mani di un'altra squadra: un'eventuale vittoria di Schick e compagni contro la Danimarca costringerebbe la nazionale a superare la Germania con almeno due gol di scarto.

L'Italia insomma è sull'orlo del baratro, vittima di un format estremamente elitario che sembra essere una reazione uguale e contraria (e dunque parimenti sbagliata) alle formule iper inclusive adottate da UEFA e FIFA a partire dagli scorsi Europei di Francia. Di Biagio in conferenza stampa aveva manifestato comunque una certa fiducia nel contesto tattico di Repubblica Ceca-Danimarca, in cui gli uomini di Lavicka avrebbero avuto per la prima volta nel corso del torneo il controllo di pallone e ritmi di gioco.

L'obiettivo degli azzurri dunque è vincere contro i tedeschi, quantomeno per raggiungere la soglia minima di sopravvivenza. Per farlo Di Biagio punta tutto sulla batteria di trequartisti e ali a sua disposizione, sacrificando Petagna che diventa ufficialmente il Thiago Motta della nazionale under 21 in quanto bersaglio numero uno di critica e tifosi. Per il resto giocano i titolarissimi nel consueto 4-3-3, con Gagliardini forse un po' snaturato nel ruolo di vertice basso di centrocampo.

La Germania invece, forte di due sonore vittorie contro Repubblica Ceca e Danimarca, vive una situazione di classifica piuttosto ambigua: rischia l'eliminazione in caso di vittoria dei cechi e contemporanea sconfitta con due gol di scarto, ma in caso di vittoria è certa di incontrare la Spagna di Saul e Asensio. Con la vittoria della Danimarca potrebbe però permettersi un passo falso con gli azzurri, assicurandosi la semifinale contro la meno temibile Inghilterra.

Nel dubbio il CT tedesco Kuntz si affida al suo undici di riferimento: Pollersbeck tra i pali, difesa a quattro con Kempf e Stark centrali di difesa e Gerhardt e Toljan terzini rispettivamente a sinistra e a destra. Dahoud e capitan Arnold compongono il doble pivote in mediana davanti a cui giostrano i trequartisti Gnabry, Meyer e Weiser. La punta è Selke, tecnico e creativo nonostante la stazza imponente alla Mario Gomez.

Si tratta la classica partita in cui entrambe le squadre puntano gli occhi sul campo e le orecchie sulla radiolina o sulle informazioni degli inviati Rai a bordocampo.



German style

Nonostante la posta in palio entrambe le squadre continuano a seguire il proprio spartito. La Germania cerca costantemente di creare superiorità numerica attorno al pallone, risalendo il campo coinvolgendo più uomini possibile nel palleggio. L'Italia invece è meno legata a un gioco di tipo posizionale e prova a sviluppare soprattutto sulle fasce con le combinazioni terzino-mezzala-ala.

Uno dei pochi punti di contatto tra le due squadre è la scelta di pressare alto.

Di Biagio in fase di non possesso sistema i suoi in un 4-1-4-1 con Bernardeschi prima punta. Inizialmente il trequartista della Fiorentina copre il centro per intervenire su un eventuale passaggio a Dahoud o Arnold. Sui mediani tedeschi si orientano le mezzali azzurre. Chiesa e Berardi devono invece attaccare il terzino di riferimento quando in possesso. Il passaggio da centrale a terzino rappresenta nelle prime fasi di gioco il momento in cui l'Italia scatena il pressing. L'ala del lato palla attacca il terzino mentre Bernardeschi si fionda sul centrale più vicino per escluderlo dal possesso. Contemporaneamente Pellegrini e Benassi attaccano il doble pivote avversario.

le linee azzurre indicano le direttrici del pressing italiano

Può accadere però che il pressing non sia eseguito con tempi perfetti e allora Bernardeschi resti tagliato fuori perché c'è stato il passaggio da un difensore all'altro. E' una situazione pericolosa perché sia Stark che Kempf, come quasi tutti i centrali tedeschi di ultima generazione d'altronde, sono dotati di ottimi piedi e visione di gioco e possono innescare Meyer o una delle due ali rientranti verso il centro. Di Biagio rimedia autorizzando una delle due mezzali a seconda del lato palla ad abbandonare il mediano di riferimento per uscire in pressione sul difensore in possesso, sempre cercando di oscurare la traccia verso i due centrocampisti avversari.



Dahoud e Arnold provano a uscire dalla zona d'ombra disponendosi in verticale o in diagonale l'uno rispetto all'altro. Il primo in particolare riesce quasi sempre a creare col movimento una linea di passaggio pulita per il difensore, eseguendo nei casi più estremi anche la salida lavolpiana. Quando il centrocampista del Moenchengladbach entra in possesso la prima opzione è la sventagliata su una delle due ali, di solito Gnabry, con licenza di puntare il terzino.

Si tratta di uno sviluppo estremamente diretto che confida innanzitutto nel talento sopra la media dei suoi interpreti, ma è comunque di un piano B da adottare quando ogni linea di passaggio verso il centro è otturata. Il vero intento della Germania è infatti occupare gli half space ai lati di Gagliardini per poi attaccare frontalmente la porta di Donnarumma. In questo senso è fondamentale il contributo di Meyer, una minaccia costante col suo movimento orizzontale ai fianchi del centrocampista dell'Inter.

Meyer e Selke tra l'altro tornano spesso utili in fase di possesso quando l'Italia indirizza la prima costruzione della difesa sulla fascia. A quel punto i due si allargano con movimenti incontro interno-esterno verso il lato palla, raggiungendo zone basse di campo in cui Caldara e Rugani preferiscono non addentrarsi. Rappresentano quindi un'opzione di passaggio libera: i difensori centrali non vogliono seguirli, i terzini sono impegnati con le ali, gli uomini in pressing hanno ciascuno un avversario di riferimento.


Barreca controlla Weiser, Pellegrini e Chiesa seguono Dahoud e Toljan. Bernardeschi esce in pressione su Stark. Selke viene incontro, riceve il lancio e appoggia per Dahoud che cambia gioco su Gnabry come se fosse la giocata più semplice del mondo

Per raggiungere la trequarti palla a terra e costringere l'Italia a difendere all'indietro la Germania sfrutta anche i movimenti dei due mediani. Si è detto di come Dahoud e Arnold si dispongano in maniera asimmetrica per cercare una zona di luce in cui offrire un appoggio ai compagni. Di solito il primo si propone ai difensori, mentre il centrocampista del Wolfsburg si alza. Può capitare che questi decida di andare oltre allineandosi con Meyer e determinando il passaggio momentaneo dal 4-2-3-1 al 4-3-3. Le due mezzali allora occupano lo spazio ai lati di Gagliardini dietro Pellegrini e Benassi, che devono restare più avanzati per poter eventualmente uscire in pressione sui difensori. Stark e Kempf però, come detto, hanno buone doti di distribuzione e riescono spesso a innescare Meyer e Arnold. A quel punto però la Germania non riesce a sfondare perché l'Italia è brava a ricompattarsi e a difendere la propria area di rigore.

il triangolo di centrocampo tedesco con Meyer e Arnold alle spalle delle mezzali avversarie e ai lati di Gagliardini. Qui Dahoud raggiunge Meyer con un laser pass

Oltre i limiti

Sin dal percorso di qualificazione, passando per l'esordio vincente con la Danimarca, l'Italia di Di Biagio non ha mai entusiasmato per fluidità nella costruzione e nella definizione. Non è casuale che il gol non sia figlio di un possesso ragionato o di una rapida combinazione tra gli attaccanti, bensì di una fase di pressione alta molto ben applicata. Alla mezz'ora del primo tempo gli azzurri ostacolano una rimessa dal fondo tedesca: Bernardeschi copre Dahoud che si propone, Chiesa e Berardi controllano i terzini. Le mezzali partono più arretrate, pronte poi come al solito a scattare sui mediani. Stark riceve dal portiere, allora Chiesa abbandona Toljan per pressare il centrale che a quel punto va da Dahoud; il giocatore di origine Siriana è pressato da Bernardeschi e alle sue spalle da Pellegrini che in tackle recupera palla e spalanca la porta al proprio numero dieci. Col gol dell'uno a zero l'Italia viene a capo di una situazione estremamente complicata, grazie anche alla contemporanea vittoria danese.



Difatti l'Italia, così come la Germania, con le proprie trame non riesce a impensierire Pollersbeck. Da allievo di Zeman Di Biagio vuole costruire principalmente sulle fasce, coinvolgendo terzino, mezzala e ala. I tre giocatori sono in continua rotazione e si scambiano spesso la posizione. Il miglior interprete di queste giocate, forse anche perché abituato ad eseguirne di simili con Di Francesco, è Berardi: l'ala di Cariati legge bene i movimenti di mezzala e terzino ed è eccellente nella protezione di palla spalle alla porta. La sua assenza potrebbe essere più pesante del previsto contro i terzini della Rojita, non proprio irreprensibili quando si tratta di orientarsi sull'uomo.

Esistono dunque degli schemi creati per le catene laterali che però vengono eseguiti in maniera acritica dai giocatori, senza capire quando è conveniente provarli e quando occorre invece tornare indietro e avanzare in un altro modo. Un'interpretazione che li rende ripetitivi e per questo facili da leggere per gli avversari.



Se si riesce a mantenere il possesso in fascia un'opzione importante è lo scarico su Gagliardini che cambia gioco sul lato debole, sfruttando le scalate del 4-4-2 tedesco in fase di non possesso. A questo punto l'ala che riceve può decidere di puntare il diretto marcatore o premiare la sovrapposizione del terzino.

Anche quando con un passaggio dalla difesa (ottima prestazione di Rugani e Caldara anche in fase di costruzione) si innescano centralmente le mezzali, si cerca subito l'appoggio su Berardi e Chiesa che possono, ancora una volta, rientrare o servire i terzini sulla corsa.

Spesso l'Italia giunge al cross, portando in area stabilmente Pellegrini, Benassi e l'ala del lato debole. In questo contesto l'impatto di Bernardeschi sulla fase di possesso purtroppo è minimo. Innanzitutto perché la ricezione tra le linee è diversa da quella tipica della Fiorentina di Sousa: con i viola Federico rientra dalla fascia e riceve spesso in movimento, orientando con lo stop conduzione e posizione del corpo; qui invece deve abbassarsi e giocare spalle alla porta, situazione in cui può migliorare sensibilmente ma che spesso lo porta a commettere errori tecnici per via della pressione e dell'impatto fisico del difensore. In più giocando da attaccante centrale non viene coinvolto nelle interazioni laterali che caratterizzano il gioco dell'Italia. Certo, l'ex crotonese ha pressato per tutta la partita e ha siglato il gol vittoria, ma il suo schieramento da prima punta in luogo di Petagna non ha garantito alcun vantaggio tattico.

Verosimilmente contro la Spagna il nove atalantino tornerà titolare, con Bernardeschi dirottato nella sua comfort zone. L'ingresso di Petagna permetterà di appoggiarsi a lui anche con i lanci, situazione alle volte utile per una squadra con difficoltà nella risalita palleggiata del campo. Senza dimenticare che nel contesto delle nazionali under 21 il centravanti orobico ha dimostrato di saper sfruttare a proprio vantaggio il contatto con difensori acerbi che si lasciano aggirare dal suo uso del fisico.


pensateci due volte prima di dire che Petagna è scarso


La Rojita è la nazionale con più talento in questo Europeo. Tuttavia è una squadra che talvota preferisce lasciare il pallone tra i piedi di avversari anche inferiori come la Macedonia. Proprio il match con la nazionale slava ha palesato le difficoltà della Spagna nel difendere posizionalmente; i macedoni hanno raggiunto più volte la trequarti col possesso palla e la difesa ha sofferto particolarmente i tagli delle ali tra terzino e centrale. Se l'Italia non ama sviluppare il possesso palla per attaccare gli spazi di mezzo, può comunque contare sui movimenti in profondità dei propri esterni.

Dal punto di vista difensivo sarà importante non lasciare troppo solo Gagliardini a centrocampo; contro la Germania le corse all'indietro hanno permesso di isterilire le ricezioni di Meyer di fianco al nostro numero diciotto, ma contro Asensio potrebbe non bastare. Per non rinunciare alla pressione delle mezzali, si potrebbero invitare Caldara o Rugani a uscire in maniera aggressiva, quando possibile, sull'avversario tra le linee.


Sarà bene concentrare la produzione sulla fascia destra, anche perché a sinistra un giocatore che punta molto sull'atletismo in conduzione come Chiesa potrebbe andare in difficoltà con un difensore altrettanto rapido quale Bellerin. Da tenere d'occhio il duello tra Bernardeschi e uno tra Jonny Castro e Gaya, spesso lacunosi dal punto di vista difensivo. Sulla nostra destra tra l'altro agisce di solito anche un centrocampista poco propenso a difendere come Suarez senza dimenticare che Asensio potrebbe essere sgravato di qualche compito difensivo. Attaccare con costanza la loro catena sinistra potrebbe essere un dettaglio decisivo, in una partita in cui piccoli accorgimenti potrebbero fare la differenza.



di Emanuele Mongiardo

mercoledì 3 maggio 2017

La legge del più forte

Il Napoli impone il proprio dominio a San Siro e legittima i dubbi sul futuro dell'Inter di Pioli

di Emanuele Mongiardo



  
Inter e Napoli giungono allo scontro di domenica sera dopo una giornata di campionato favorevole ad entrambe: i nerazzurri possono sfruttare il pareggio del Milan a Crotone per agganciare i cugini e raggiungere i preliminari di Europa League. Il Napoli invece ha l’occasione per rosicchiare punti alla Roma e riaprire definitivamente la corsa alla qualificazione diretta in Champions League. Ecco perché il match di San Siro ammette sia per Sarri che per Pioli un solo risultato utile: la vittoria.

Sarri si affida al consueto 4-3-3 con i soliti ballottaggi prima delle partite: mentre sulla corsia di sinistra sembra terminato il periodo di alternanza Strinic-Ghoulam in favore di quest’ultimo, a centrocampo persiste il dualismo Jorginho-Diawara, con chiara influenza sulla scelta della mezzala destra: alla fine Sarri schiera il giovane guineano (naturalizziamolo al più presto!!!) preferendo, di riflesso, il più offensivo Zielinski ad Allan.

Pioli invece stavolta non rischia la difesa a tre proposta contro le altre big del campionato e opta per il 4-2-3-1. Nagatomo a sinistra sostituisce l’infortunato Ansaldi, mentre la coppia centrale, orfana di Miranda alle prese con problemi muscolari, è composta da Medel e Murillo. D’ambrosio occupa lo slot di terzino destro. I due mediani sono Brozovic e Gagliardini, davanti a loro agiscono Candreva, Joao Mario e Eder preferito a Perisic. La punta non c’è bisogno di menzionarla.



Come non marcare a uomo

Già dal calcio d’inizio, come da copione, il Napoli costringe l’Inter nella propria metà campo, soprattutto riaggredendo gli avversari non appena perso il pallone. Per contrastare gli azzurri Pioli dispone un sistema di marcature orientate sull’uomo, ispirato probabilmente dal piano gara vincente dell’Atalanta di Gasperini che per ben due volte ha avuto la meglio sugli uomini di Sarri. Così come i bergamaschi, anche i nerazzurri applicano la propria aggressione sull’uomo già dal primo possesso: Icardi solitamente prende in consegna Albiol, con Candreva che si alza su Koulibaly. D’ambrosio quindi si occupa di Ghoulam, mentre sul lato opposto Eder segue Hysaj. A centrocampo il triangolo con vertice alto dell’Inter combacia con la mediana ospite, per cui Joao Mario gravita in zona Diawara, mentre Brozovic e Gagliardini si accoppiano rispettivamente a Zielinski e Hamsik.



Ma il piano gara di Pioli fatto di marcature aggressive volte a cercare sempre l’anticipo sul portatore di palla per avere magari un recupero alto del pallone resta tale solo sulla carta. L’Inter non riesce quasi mai a impensierire il possesso palla del Napoli, nemmeno in situazioni statiche di rimessa dal fondo: Reina eventualmente decide sempre di rinviare nella zona di Callejon marcato da Nagatomo, non proprio un gigante. Soprattutto la perdita temporanea del possesso dopo il rinvio non è un danno così grave per gli uomini di Sarri, anzi in un certo senso sortisce un vantaggio: l’Inter è costretta a coinvolgere i propri difensori nel giro palla, esponendoli alla riaggressione di Mertens e compagni. In questo modo il Napoli riesce spesso a riconquistare il possesso a ridosso della metà campo e a consolidarlo sulla trequarti avversaria, difatti vincendo in maniera indiretta la sfida dell’impostazione dal basso.




Quando invece il Napoli ritorna dai difensori, emerge la debolezza delle marcature a uomo interiste, evidentemente interpretate senza la sufficiente dose di aggressività: a fine partita i nerazzurri avranno recuperato soltanto la miseria di due palloni nella metà campo avversaria. Una prestazione figlia sia dei demeriti propri che della bravura altrui. Vi sono infatti situazioni in cui i giocatori non hanno ben chiaro quando cambiare uomo di riferimento e fino a che punto spingersi con le marcature. Ad esempio quando a Icardi tocca pressare Koulibaly invece di Albiol, è spesso Joao Mario ad alzarsi sul centrale spagnolo in caso di passaggio da un difensore all’altro. Il portoghese però è sempre indeciso sul da farsi e spesso attacca troppo in ritardo l’ex Valencia. In questi casi la pressione, oltre che inutile, è deleteria: una delle mezzali infatti si abbassa per offrire ad Albiol una nuova alternativa di passaggio che non può essere coperta da Joao Mario (l’unica controffensiva potrebbe essere l’anticipo da dietro, ma Gagliardini e Brozovic non sono mai aggressivi a sufficienza) e che gode anche di un appoggio facile su Diawara rimasto smarcato.

In questo modo il Napoli riesce spesso a dominare il centro del campo, dove crea superiorità numerica anche grazie ai movimenti incontro di Mertens. Né Medel né Murillo riescono mai ad avere la meglio sul belga che con i suoi repentini cambi di direzione spalle alla porta salta sistematicamente il diretto marcatore. Inoltre questi movimenti attirano fuori posizione uno dei due centrali, lasciando campo libero ai tagli di Insigne e agli inserimenti di Hamsik.


Qui Insigne viene incontro, riceve e cambia versante, facendo saltare il pressing sul lato palla dell’Inter. Con Albiol in possesso Joao Mario non sa che fare: prima abbozza un pressing su Hamsik non seguito da Gagliardini (strano per un ex giocatore di Gasperini), poi decide di salire su Albiol. A quel punto però Diawara e Hamsik hanno formato un triangolo col centrale spagnolo e per il Napoli è facile eludere la pressione. Poi Hamsik innesca Mertens che lascia sul posto Murillo e serve il taglio di Insigne. Non è possibile concedere così facilmente agli azzurri il controllo del centro

Il gol vittoria di Callejon nasce proprio da un’azione in cui Icardi è in pressione su Koulibaly e Joao Mario preferisce restare in zona Diawara. La palla giunge ad Albiol che è libero di avanzare nella metà campo avversaria; a quel punto l’ex Sporting Lisbona accenna un timido pressing sul difensore in possesso, ma non fa in tempo a staccarsi dal proprio uomo che il napoletano ha già cambiato gioco su Insigne largo a sinistra. Da quella zona di campo scatta il solito meccanismo del lancio a rientrare per il taglio in backdoor di Callejon. Nagatomo sembra leggerlo bene, ma una sbavatura tecnica regala il pallone all’andaluso che insacca.

Ma il gol dell’1 a 0 è solo una delle tante situazioni che l’Inter non interpreta in maniera adeguata. Anche quando il pressing nerazzurro riesce a indirizzare il possesso sulla fascia, il Napoli non perde la lucidità e resta una minaccia costante grazie agli interscambi continui dei propri giocatori senza palla che smuovono il sistema difensivo avversario. In particolare nel match di San Siro gli uomini della catena di destra si dimostrano all’altezza dei colleghi del lato opposto. I movimenti incontro di Callejon attirano sempre Nagatomo, creando voragini alle sue spalle; una situazione favorevole sia per gli inserimenti di Zielinski, mai letti da Brozovic, che per Callejon, abile a tessere scambi corti con terzino e mezzala per poi attaccare lo spazio creato in precedenza e sfruttare i filtranti di un verticalizzatore nato come Zielinski.


Callejon viene incontro e attira Nagatomo, dopodichè i movimenti combinati con Hysaj permettono a Zielinski  di rientrare verso il centro del campo col pallone. Callejon circumnaviga i suoi compagni e sbuca alle spalle della difesa pronto a ricevere il bel pallone del polacco



Cosa fare col pallone?

Se c’è una costante nel sistema dell’Inter di Pioli, quella è l’abnorme numero di cross a partita. In effetti i giocatori più influenti sul gioco nerazzurro sembrano essere Candreva e Perisic. Anche stavolta la squadra non si smentisce effettuando ben 34 cross, più del doppio di quelli del Napoli (15). La ricerca dello sfondamento sulle fasce anche con le sovrapposizioni dei terzini può essere vantaggiosa contro squadre chiuse che preferiscono addensare il centro del campo per coprire la propria area; situazioni in cui pertanto le corsie laterali restano l’unica zona percorribile e conveniente da sfruttare. Ecco perché contro squadre tecnicamente inferiori l’Inter è riuscita ad avere la meglio piantando le tende nella metà campo avversaria e inondando l’area di cross.

Di conseguenza, questo spiega anche perché contro squadre di talento pari se non superiore (Juventus, Roma e Napoli per intenderci) contro cui non è possibile attaccare per novanta minuti effettuando un numero spropositato di cross, l’Inter di Pioli ha rimediato quattro sconfitte segnando solamente un gol.

Difficoltà esasperate poi dalle caratteristiche del Napoli che con la sua aggressività impedisce agli avversari di raggiungere agevolmente la propria trequarti anche variando gli uomini addetti alla pressione alta a seconda delle situazioni.

Pioli coinvolge nella costruzione dal basso i due centrali di difesa e i due mediani che restano a ridosso dell’area di rigore. I terzini si alzano e vengono coinvolti solo in un secondo momento nel possesso. Sui rinvii dal fondo il Napoli schiera i propri tre attaccanti all’altezza dei centrocampisti, invitando quindi Handanovic ad appoggiarsi a uno tra Murillo e Medel. A seconda del lato una delle due ali si sgancia e va sul difensore in possesso coprendo contemporaneamente il passaggio sul mediano più vicino, mentre la punta scala sul centrocampista del lato palla; contemporaneamente le mezzali scivolano sul proprio terzino sempre in funzione della posizione della palla. l’Inter perciò è costretta a far abbassare il terzino per offrire una linea di passaggio immediata al centrale in possesso. Per il Napoli è più facile riuscire a riconquistare palla pressando con la mezzala il terzino chiuso alle spalle dalla linea laterale. L’unica alternativa per i difensori è un passaggio taglialinee verso Joao Mario, unico vero appoggio mobile per i padroni di casa nella metà campo avversaria.

                                     I vettori della pressione napoletana. Fuori inquadratura Hamsik si avvicina a D’Ambrosio

In situazioni dinamiche invece, spesso l’Inter è costretta a tornare dai propri difensori; in questo caso Mertens pressa il centrale in possesso, mentre tocca ad Hamsik o Zielinski salire a seconda del lato in caso di passaggio tra Medel e Murillo. Insigne e Callejon si occupano invece dei terzini.

Ad ogni modo, anche quando l’Inter riesce a raggiungere palleggiando la metà campo avversaria, i giocatori sembrano sempre indecisi sul da farsi e decidono di affidarsi ai cross. Per poterli sfruttare al meglio Pioli prova a portare più uomini possibile in area, autorizzando sempre Eder e Joao Mario ad affiancare Icardi. Il problema è che spesso non ci sono i presupposti per creare reali pericoli, vuoi perché ancora l’area non è stata occupata, vuoi perché spesso non si prova neanche a creare superiorità numerica in fascia prima del cross. L’unica occasione interista del primo tempo è un colpo di testa di Icardi sugli sviluppi di un calcio d’angolo.


Nagatomo non sa che fare e, nel dubbio, crossa



Niente sorprese

Nel secondo tempo Sarri sembra disposto ad accettare una maggior percentuale di possesso palla interista, confidando nelle debolezze strutturali della manovra offensiva avversaria; soprattutto in questo modo resta un’intera metà campo da attaccare in transizione, secondo uno spartito piuttosto simile a quello proposto sempre a San Siro nella vittoria contro il Milan.

Pioli radicalizza ancor di più il suo sistema sostituendo Joao Mario con Perisic e avvicinando Eder a Icardi per passare al 4-4-2. Col nuovo modulo in effetti l’Inter riesce a creare le uniche occasioni della sua partita: le due punte in linea tengono occupati i centrali, creando un 4 contro 4 e permettendo alle ali di attaccare sul lato debole lo spazio alle spalle del terzino, la situazione forse più sofferta dal Napoli nel corso di questa stagione.

D’ambrosio vince il contrasto con Ghoulam e serve Candreva per la prima volta con campo da attaccare. La presenza di Icardi e Eder spinge Hysaj a stringere; Perisic attacca lo spazio alle spalle dell’albanese, riceve il cross ma il tiro è troppo debole

Tuttavia rinunciando a un uomo tra le linee i nerazzurri difficilmente riescono a risalire il campo: si crea un vero e proprio buco tra i quattro attaccanti e il resto della squadra. In questo modo anche per il Napoli è più facile recuperare palla e rendersi insidioso. Ecco perché l’ex tecnico della Lazio abbandona il 4-4-2 per tornare al 4-2-3-1 con l’ingresso di Banega al posto di Eder.

Candreva si abbassa a ricevere, ora l’Inter ha quattro giocatori in linea a centrocampo. Davanti però c’è il vuoto

Ma l’Inter, a parte un colpo di testa piuttosto fiacco di Nagatomo, non riesce mai a impensierire Reina, anzi è ancora il Napoli a sfiorare il raddoppio con Insigne e Rog, subentrato a Zielinski.

Dopo più di ottant’anni il Napoli sbanca San Siro in entrambe le trasferte. In conferenza stampa Sarri ci ha tenuto a ricordare come tutti i giornalisti avessero pronosticato un’Inter superiore al suo Napoli prima dell’inizio del campionato, dimenticando una volta di più come il valore di una squadra sia sempre superiore alla somma dei suoi singoli elementi. Le vittorie corsare a Milano sono un messaggio per tutti i nostalgici delle milanesi in Champions League: la storia, anche quella del calcio, è sempre in divenire, non necessariamente il calcio italiano ha bisogno di Inter e Milan in Europa, perchè quella che gli opinionisti chiamano "mentalità" è solo un concetto astratto che esula qualsiasi analisi calcistica. E d'altronde, come diceva qualcuno, ball don't lie.

L’Inter invece è sembrata una squadra con poche idee confuse, senza un piano ben preciso al di là di cross statisticamente poco efficienti. Neanche la fase difensiva è stata all’altezza: le marcature a uomo presuppongono aggressività e ricerca continua dell’anticipo, l’esatto opposto dell’interpretazione nerazzurra. Basterebbe citare tutte le volte in cui Murillo si è fatto sorprendere dal primo controllo di Mertens senza mai riuscire a contendergli il pallone. La permanenza di Pioli, più che dal numero di vittorie da qui alla fine del campionato, dovrebbe dipendere dalla capacità di reinventare i propri concetti di gioco per aprire nuovi orizzonti a una squadra che altrimenti, con questo sistema, sembra aver raggiunto il proprio margine ultimo di miglioramento.



di Emanuele Mongiardo

lunedì 13 marzo 2017

Stessi fattori, diverso risultato

Lo spartito di Juventus Milan è simile a quello dell'andata, ma stavolta i padroni di casa riescono ad avere la meglio

di Emanuele Mongiardo


 
Milan Juve era il main event della ventottesima giornata. A dieci partite dal termine del campionato si presentava ad entrambe le squadre come un’occasione per mantenere lo sguardo sul proprio obiettivo: la Juve era davanti ad una delle poche sfide casalinghe che avrebbero potuto realmente rappresentare un’insidia e quindi, potenzialmente, una riapertura del discorso scudetto. Il Milan invece alla ricerca di punti necessari per restare aggrappato a Lazio, Atalanta e Inter nella corsa all’Europa League.

Entrambe giungono alla sfida senza due uomini chiave sulla fascia sinistra: Mandzukic fuori per via di problemi intestinali, mentre Suso è bloccato da una lesione al bicipite femorale destro. Allegri e Montella non scompaginano comunque il canovaccio tattico: per i bianconeri solito 4-2-3-1, con Benatia e Asamoah al posto degli acciaccati Chiellini e Alex Sandro e Dani Alves largo a destra nei tre dietro Higuain in luogo dello squalificato Cuadrado, mentre Pjaca sostituisce Mandzukic a sinistra. Montella disegna un 4-3-3 in cui Zapata parte terzino sinistro e Ocampos sostituisce Suso. A centrocampo invece Sosa sembra aver soppiantato Locatelli, l’uomo decisivo all’andata.




Attacco in massa


Già dall’inizio si può intuire lo spartito del match: Juve in controllo del pallone che cerca di imporre la propria superiorità tecnica e atletica. Si tratta di una delle partite più produttive in fase offensiva nel campionato della Juve che, al solito, affida il proprio rendimento sotto porta al talento dei singoli e alla loro inclinazione ad associarsi. La Juve parte dal 4-2-3-1 di base ma dimostra di poter assumere diverse conformazioni grazie ai propri uomini. Quando Asamoah decide di salire fino alla linea dei propri trequartisti, allora Pjaca stringe, mentre sul lato opposto Alves resta largo e Dybala supporta Higuain sul centro destra; in questo caso si forma una sorta di 3-2-4-1 asimmetrico, con la difesa che non passa a 3 nell’accezione tradizionale del termine per via della posizione di Barzagli sempre largo ma comunque arretrato rispetto ad Alves. Un meccanismo che si verifica, anche se più sporadicamente nel primo tempo, anche a destra, con i movimenti a rientrare di Alves che favoriscono la salita di Barzagli; nel frattempo Pjaca resta largo a sinistra e Dybala si posiziona sul centro sinistra dietro Higuain. Proprio la prestazione della Joya indica come ormai disponga di piena libertà decisionale nel cercare la posizione migliore per interagire coi compagni ed innalzare qualità e pericolosità del possesso in ogni zona del campo: gioca sia nell’half space di destra che in quello di sinistra, a volte va a giocare punta al posto di Higuain, lo si vede persino da mezzala quando Pjanic va a ricevere tra i difensori. In alcune occasioni si allinea al Pipita, formando un 4-2-4 di partenza; cerca sempre di muoversi a lato della mezzala avversaria, in modo da costituire una preoccupazione costante nella testa del Bertolacci o Pasalic di turno. In situazioni di 4-2-4 cerca di allargarsi in modo da portare con sé la mezzala e aprire una linea di passaggio sul movimento incontro di Higuain, con cui poi può duettare. 


Sono tutte situazioni in cui i trequartisti della Juve restano molto vicini per dialogare tra di loro e mettere in apprensione costante i difensori del Milan, sia a livello tecnico che di scelte: uscire nel mezzospazio sul trequartista e rischiare di essere preso in mezzo da un dribbling o da una triangolazione o restare in posizione, concedendo però all’avversario di puntare la difesa fronte alla porta? Senza considerare che, oltre al vantaggio tecnico la Juve cerca di rendersi pericolosa attraverso la superiorità numerica: quando parte  l’attacco all’area avversaria anche Khedira di inserisce: quindi solitamente due mezzepunte+khedira, con Higuain al centro e due ali che occupano il campo in ampiezza.





Arginare senza snaturarsi


C’è da dire comunque che molte occasioni della Juve nascono da palloni recuperati a centrocampo dopo averli inizialmente persi, o comunque da traversoni che mettono in difficoltà il Milan sia per via del cospicuo numero di uomini in area, sia per il talento di un crossatore fuori dal comune come Dani Alves. Difatti la squadra di Montella riesce sempre a coprire il centro, alternando difesa bassa a fasi di pressing: quando Buffon rimette il pallone in gioco il Milan è compattato in un 4-5-1 con Bacca che scherma il passaggio su Pjanic e Pasalic che sale su Khedira. La Juve quindi è costretta ad un possesso sterile che permette al limite di appoggiare ai centrocampisti che dovranno tornare ai difensori: quando questo accade, non appena il difensore va dal terzino parte il pressing del Milan sulla fascia, alternativamente con Ocampos o Deulofeu, con tutta la squadra che scivola da un lato all’altro. Ecco che Allegri si avvale della superiorità tecnica e atletica dei suoi per risalire il campo.


Il Milan dal canto suo non vuole rinunciare ad una costruzione ragionata della manovra. Ovviamente Allegri sceglie di pressare alto il primo possesso rossonero. Montella cerca di sfruttare le caratteristiche di Zapata per proporre una difesa ibrida in impostazione, che possa passare da 3 a 4 uomini in base alla posizione del colombiano e di De Sciglio sull’altra fascia: il Milan preferibilmente costruisce a 3, con De Sciglio alto sulla linea di trequarti, mentre Ocampos rientra e si posiziona nell’half space. A centrocampo Bertolacci si allinea a Sosa, mentre Pasalic va ad occupare l’half space di destra, con Deulofeu largo al suo fianco. In questo modo il Milan adotta un 3-2-4-1 che permetta di occupare in ampiezza il campo e consenta eventualmente di giocare il pallone sulle fasce se il blocco centrale bianconero riesce a impedire tutti i passaggi. In questo caso la Juve rende dura la vita al Milan pareggiando gli uomini deputati all’uscita bassa del pallone con delle marcature orientate sull’uomo: Pjaca, Higuain e Dybala sui tre dietro (Zapata, Paletta, Romagnoli), Khedira e Pjanic si alzano su Sosa e Bertolacci, mentre Alves e Barzagli seguono Ocampos e De Sciglio (alle volte il brasiliano lascia De Sciglio a Barzagli per seguire Ocampos nel suo movimento verso il centro , altre volte resta sul terzino della nazionale affidando la marcatura di Ocampos a Barzagli). In teoria rimarrebbe scoperto Pasalic nell’half space, ma Allegri dà pieni poteri ai suoi difensori e autorizza Benatia ad uscire aggressivo sul croato.

il quadrilatero di centrocampo del Milan e le relative marcature juventine. Da notare come Alves stringa su Ocampos e Barzagli, fuori inquadratura, esca su De Sciglio



Dalla combinazione di attitudine all’anticipo dei difensori e capacità associativa dei trequartisti bianconeri nasce il primo gol di Benatia: inizialmente il marocchino intercetta un passagio su Bacca, neutralizzando un potenziale contropiede del Milan, dopodichè appoggia su Dybala e corre verso l’area. A quel punto Dani Alves si avvicina per triangolare; dopo aver ridato il pallone all’argentino, l’ex Barca si muove alle spalle di Sosa; qui c’è un’incomprensione tra il Principito, che non ripiega su Alves, e Romagnoli che, indeciso se uscire sul brasiliano, decide di restare in area. Dybala torna dal compagno che nella cerniera tra Romagnoli e Sosa è libero di premiare col sinistro l’inserimento di Benatia per l’1 a 0.




Allegri varia sul tema

Quando le marcature juventine sulla difesa a tre sono troppo strette, allora Montella invita De Sciglio ad arretrare e, contestualmente, Zapata ad allargarsi, per formare una difesa a quattro che offra subito lo sbocco in fascia.  E’ interessante studiare i due diversi modi con cui Allegri nel corso del primo tempo ostacola l’inizio azione avversario: fino al ventesimo minuto circa sembra esserci un ritorno al 4-3-1-2 in fase di non possesso, il modulo che aveva permesso al tecnico livornese di imporsi a Cagliari e al Milan. Una variazione sul tema che si avvale della capacità di muoversi orizzontalmente di Dani Alves: innanzitutto Dybala e Higuain (scambieranno spesso nel corso della partita posizione e uomo di riferimento) prendono in consegna Paletta e Romagnoli. Pjaca a sinistra resta in zona Zapata, mentre a centrocampo Khedira (vertice basso del rombo) copre Pasalic nel mezzospazio e Pjanic (vertice alto) si alza su Sosa. A questo punto interviene la posizione ibrida di Alves, che quando il portiere rimette in gioco il pallone resta a metà tra De Sciglio e Bertolacci, muovendosi a seconda del lato palla: se si va verso il lato di Zapata, allora l’ex Barcellona stringe su Bertolacci; se invece si gioca su De Sciglio, allora Alves scivola verso la fascia e aggredisce il terzino della nazionale. 

Il Milan imposta a 4 (De Sciglio fuori inquadratura) e la Juve si dispone col rombo. Per quanto riguarda Pjanic e Alves, le frecce in bianco indicano lo scivolamento che stanno compiendo, quelle nere quello che in teoria dovrebbero compiere se il Milan girasse palla sull'altro lato



Ma a metà della prima frazione, probabilmente per evitare scivolamenti in ritardo e per elevare l’intensità del pressing, Allegri decide di orientare anche in questo caso tutte le marcature sull’uomo: i soliti tre (Pjaca-Dybala-Higuain) su Zapata-Paletta-Romagnoli, Alves dall’inizio su De Sciglio; a centrocampo Khedira abbandona Pasalic, anche in questo caso affidato alle doti in anticipo di Benatia, per salire su Sosa, mentre Pjanic si accoppia con Bertolacci.



Punire l'hybris


Il Milan non riesce quasi mai ad eludere il pressing bianconero, affidandosi spesso a lanci lunghi preda della coppia difensiva juventina, fisicamente e numericamente superiore al solo Bacca. Difatti riesce a rendersi pericoloso solo sulle ripartenze, punendo il doble pivote juventino che spesso giunge al limite dell’area per supportare la manovra. Questo tipo di approccio genera tra l’altro il contropiede del pareggio rossonero. Al 42’ la Juve col pressing costringe il Milan a ridosso della bandierina sul lato sinistro della difesa: i soliti tre (Pjaca, Higuain, Dybala) sui tre centrali, Alves su De Sciglio e Khedira e Pjanic che seguono Sosa e Bertolacci in una zona molto profonda del campo. Romagnoli riesce a rilanciare l’azione del Milan con un passaggio che taglia la pressione di Khedira e Pjanic e giunge a Pasalic che con una sponda anticipa l’intervento di Bonucci e serve Deulofeu in corsa alle spalle di Barzagli; lo spagnolo è abile in conduzione nonostante un rimbalzo non proprio favorevole del pallone e manda in porta Bacca che anticipa l’uscita di Buffon grazie ad un tocco di collo che denota una velocità d’esecuzione fuori dal comune.






Estremizzazione


Nel secondo tempo Allegri estremizza ancora di più il contesto tattico juventino inserendo Lichsteiner al posto di Barzagli: lo svizzero sfrutta naturalmente meglio gli spazi aperti da Alves con i suoi movimenti a rientrare e garantisce un sostanziale equilibrio nello sviluppo della manovra tra lato destro e lato sinistro.
 
Montella invece dopo dieci minuti dall’inizio del secondo tempo sostituisce Bacca con Kucka. Il Milan mantiene lo stesso modulo, con differente disposizione di uomini: Ocampos centravanti, Deulofeu largo a sinistra, Kucka ala destra. Lo slovacco garantisce maggiore incisività nel recupero palla, segno questo di come Montella abbia ormai deciso di affidarsi al recupero del pallone e alle conseguenti ripartenze per provare a sorprendere una Juventus sempre più arrembante.


Si giunge così agli ultimi minuti, con Donnarumma che a più riprese tiene a galla il pareggio; notevole soprattutto il doppio intervento nel giro di pochi secondi su Khedira e Higuain. Così come all'andata aveva tolto dal sette una conclusione da fuori di Khedira all'ultimo secondo, ora proprio al minuto 94 nega a Higuain la gioia del gol. Quando però tutto sembra concluso arriva il cross di Lichsteiner che causa il fallo di mani di De Sciglio. Dybala dal rischetto si prende la rivincita di Doha e permette ai suoi di superare un’ulteriore scoglio sulla strada per lo scudetto.


La Juventus ha dimostrato di possedere una caratteristica che potrebbe tornare utile in Europa: una serie di giocatori in grado di creare occasioni grazie al talento; e se c’è una cosa che questi ottavi di Champions ci hanno insegnato è che ad alti livelli la tecnica del singolo è ancora una discriminante fondamentale, forse anche più di un buon canovaccio tattico.
  
Il Milan invece ha giocato una partita simile a quella dell’andata, mostrando al solito una coesione di squadra che, al contrario della Juve, lascia ben sperare nonostante non vi siano vere e proprie eccellenze; per praticare un tipo di gioco come quello richiesto da Montella sono necessari giocatori con determinate caratteristiche, simili più alla Fiorentina 2013-14 che non al Milan di quest’anno; credo che quella di venerdì fosse la via più logica da percorrere, nonostante l’esito finale. Non credo che il margine di crescita di molti giocatori della rosa attuale sia così ampio, anche se ci sono punti di interesse da cui ripartire (una trequarti creativa con Deulofeu e Suso, sperando di rendere l’ex Everton un giocatore più associativo e più efficiente in situazioni di controllo del contesto tattico); in questo senso l’urgenza del closing diventa sempre più impellente.

                                                                                                



                                                                                                  Articolo a cura di Emanuele Mongiardo