lunedì 1 febbraio 2016

Spalletti-bis

Abbiamo analizzato le prime tre partite della nuova Roma di Spalletti contro Verona, Juventus e Frosinone, per capire dove finisce la convalescenza e dove inizia la guarigione.

di Federico Principi







Luciano Spalletti non ha neanche fatto in tempo a sedersi nuovamente sulla panchina della Roma che già, guardando il calendario, ha dovuto organizzare il lavoro per fronteggiare rispettivamente la partita più facile e quella più difficile (sulla carta, ovviamente) della stagione. E se il tecnico toscano è arrivato a sfidare il Verona in casa pieno di dubbi da sciogliere, contro una Juventus reduce da 10 vittorie consecutive la Roma aveva bisogno di contare su tutte le certezze possibili per fermare quella che molti considerano la favorita per lo Scudetto. Certezze perse con la gestione di Garcia e che Spalletti avrebbe sicuramente dovuto trovare prima della sfida casalinga contro il Frosinone, nella quale i giallorossi erano assolutamente costretti a vincere.


Gli esperimenti contro il Verona
La grossa sensazione che la prima partita di Spalletti ha lasciato è quella che il mister abbia considerato quello contro il Verona - in casa - un appuntamento perfetto per testare più soluzioni possibili e contemporaneamente centrare comunque il risultato e non perdere terreno. La seconda operazione non è riuscita proprio per colpa di alcuni di questi esperimenti.

Il test più evidente era quello sulle condizioni di Castan, che aveva promesso una grande prestazione. Il brasiliano non si è però purtroppo ripreso dalle patologie riscontrate la scorsa stagione, ed è stato mestamente sostituito dopo aver goffamente provocato il rigore del definitivo pareggio veronese.


A livello tattico Spalletti ha subito tracciato una via che ricalca perfettamente le voci di mercato che si sono susseguite negli ultimi giorni. La Roma si è inizialmente schierata con un 4-2-3-1 con gli esterni alti (Florenzi e Salah) a piedi invertiti, e non sorprende che gli esperti del settore avessero ripetutamente accostato i nomi di Perotti prima ed El Shaarawy poi alla maglia giallorossa. Nainggolan è stato invece collocato nella ormai proverbiale posizione di trequartista incursore à la Perrotta: il belga non si riallineava ai mediani (De Rossi e Pjanic) neanche in fase di non possesso, restando alto anche nel tentativo di recuperare palla nella metà campo avversaria oltre che in quello di offendere.

La Roma rimane con il 4-2-3-1 anche in fase di non possesso, nei primi minuti: i trequartisti (da sinistra: Florenzi-Nainggolan-Salah) rimangono in linea, con De Rossi e Pjanic alle spalle.

Dopo pochi minuti la seconda voce di Sky, Lorenzo Minotti, aveva profeticamente annunciato che la Roma era andata in gol con tanti uomini nel corso della stagione ma senza che Nainggolan fosse compreso tra questi, e che con la posizione di trequartista il belga avrebbe potuto sbloccarsi. È stato di parola.

Il gol arriva a fine primo tempo.

Spalletti non era però già soddisfatto dell'atteggiamento e dei meccanismi inizialmente previsti. La prima modifica operata è stata quella di riportare Florenzi sulla sua fascia (a sinistra ha mostrato un certo disagio), allargando per pochi minuti Nainggolan a sinistra con Salah seconda punta a completare un virtuale 4-4-2.

Il 4-4-2 della Roma schierato per pochi minuti.

Successivamente, verso lo scoccare del quarto d'ora iniziale, Spalletti ha alzato Digne sulla linea di Florenzi stringendo leggermente Torosidis, creando una linea difensiva a 3 (Torosidis-Manolas-Castan) che andava a formare una sorta di 3-2-3-2 in fase di impostazione che diventava un 3-5-2 o 5-3-2 nelle situazioni di non possesso, con Nainggolan pronto a ripiegare vicino ai due mediani.

Sia Florenzi, sia Digne, sia Nainggolan si abbassano: nelle fasi centrali del primo tempo la Roma ripiega su un 5-3-2 in fase di non possesso.

È stato inoltre interessante notare due aspetti fondamentali: il primo è che sia con la difesa a 3 che con la difesa a 4 la Roma abbassava contemporaneamente De Rossi e Pjanic a raccogliere l'impostazione. In alcune situazioni si è assistito a un lieve movimento a fisarmonica dei due mediani, dei quali si abbassava leggermente di più quello dal cui lato era il pallone (De Rossi centro-sinistra, Pjanic centro-destra).

Sia con la difesa a 3 che con la difesa a 4 De Rossi e Pjanic si abbassano e aiutano l'impostazione.

Il secondo aspetto rilevante riguarda la posizione di Digne che per buona parte del primo tempo rischiava di creare fraintendimenti circa l'utilizzo di un modulo fluido da parte di Spalletti (difesa a 3 in fase di possesso, difesa a 4 con Torosidis e Digne terzini in fase di non possesso). Il francese era in realtà sollecitato ai ripiegamenti in misura maggiore rispetto a Florenzi sia perché Wszolek partiva da una posizione quasi sempre più avanzata e pericolosa rispetto all'omologo Rebic, sia perché in quella zona (centro-sinistra della difesa della Roma) Castan era sicuramente l'uomo più in difficoltà di tutta la formazione giallorossa, e andava in qualche modo aiutato.

La Roma è già teoricamente passata alla difesa a 3 ma in questa situazione ripiega anche (e solo) Digne. Il francese stacca di testa addirittura su Pazzini che si era spostato in quella zona individuando in Castan il punto debole della difesa romanista. Torosidis è sull'altro esterno veronese (Rebic) e Florenzi è rimasto volutamente sulla linea mediana.

Alla fine la Roma ha evidenziato tutti quei problemi di passività di inizio stagione, sottolineati da Daniele ManusiaIl Verona difendeva molto basso e a fine primo tempo i giallorossi hanno registrato un dato di possesso palla (72%) che rivaleggia con il vecchio Barça di Guardiola, salvo poi abbassarlo a pochi minuti dalla fine al 64% e riassestarlo di nuovo in alto fino al 67% conclusivo. Come a dire: una volta che il Verona decide di attaccare più alto per recuperare il risultato, la Roma non riesce più ad imporre il proprio gioco e si accontenta del vantaggio, salvo poi riprendere la gestione del pallone per cercare il disperato assalto finale alla vittoria. Eppure l'imponente dato sul possesso palla del primo tempo non è stato accompagnato da un'equivalente indice di pericolosità: per andare in gol la Roma ha avuto bisogno che quasi tutti gli uomini si spingessero in avanti. De Rossi in una mediana a 2 (e con 3 centrali alle spalle) può sganciarsi più spesso senza problemi dalla sua posizione a protezione della difesa, e ha offerto l'assist vincente per Nainggolan.


Le difficoltà dello Juventus Stadium
Facendo un parallelo con la supersfida di una settimana più tardi si nota già dalla statistica del possesso palla che le cose non hanno girato esattamente nello stesso modo rispetto alla gara casalinga contro il Verona. Allo Stadium contro la Juve i giallorossi hanno registrato il 45% di possesso palla: non solo hanno ancora una volta confermato la già citata passività, la tendenza a dipendere totalmente dalle scelte dell'avversario, ma i loro intermezzi con la palla nei piedi si sono rivelati totalmente sterili e improduttivi.

I dati Squawka sul possesso palla: la Roma ha un break tra il 25' e il 35' del primo tempo, lasciando la palla alla Juve per il resto del tempo. I giallorossi tamponano ovviamente l'emorragia in questa statistica negli ultimi minuti, dopo aver subito gol.

Nell'attesa dell'arrivo di El Shaarawy, Spalletti ha optato per schierare Florenzi sull'out destro rinunciando agli esterni a piede invertito e collocando contemporaneamente Digne dall'altra parte. Il toscano sembrava aver tratto spunti positivi dalla difesa a 3 e l'ha riproposta dal primo minuto contro la Juve per tutto l'arco del match, ad eccezione degli ultimissimi minuti nei quali aveva il dovere di tentare il recupero del risultato.

A pochi minuti dal termine, De Rossi si alza sulla linea dei mediani e Florenzi e Digne si abbassano leggermente, ricreando la difesa a 4 classica.

La linea di 3 elementi avrebbe inoltre consentito superiorità numerica nei confronti delle due punte bianconere, e avrebbe in particolar modo teoricamente (nelle iniziali intenzioni) permesso a uno dei centrali di poter uscire dalla propria zona per inseguire Dybala - che spesso svaria tra le linee avversarie - lasciando comunque gli altri due centrali a protezione della porta e a vista su Mandzukic, sicuramente più statico.

Rüdiger abbandona serenamente la propria posizione per braccare Dybala, molto lontano dalla porta.

Spalletti ha stravolto però completamente l'ordine degli interpreti della linea bassa a 3 rispetto al match contro il Verona, spostando Manolas sul centro-destra e sostituendo Castan con Rüdiger sul centro-sinistra. L'arretramento di De Rossi a perno centrale della linea difensiva liberava un posto sulla linea mediana che Spalletti ha riservato a Vainqueur, preferito a Keita.

Il tecnico toscano sembrava perfettamente conscio delle difficoltà che la Roma avrebbe potuto incontrare nell'impostazione dell'azione, ed in particolar modo nell'uscita della palla dal primo pressing della Juve, che sarebbe sicuramente stato più alto di quello del Verona. I gialloblù avevano difeso bassissimi e avevano sempre lasciato liberi i difensori romanisti di passare attraverso i mediani De Rossi e Pjanic, preoccupandosi semplicemente di tappare gli spazi alle spalle.

Spalletti ha quindi probabilmente voluto abbassare De Rossi in difesa - contro la Juve - per facilitare proprio questa operazione: come contro il Verona entrambi i mediani (stavolta Pjanic e Vainqueur) si abbassavano. De Rossi è tuttavia molto più abile nel giro palla rispetto a Manolas (il centrale della difesa a 3 contro il Verona) e i 3 avrebbero potuto costruire un triangolo che avrebbe dovuto favorire la circolazione del pallone e l'uscita dal primo pressing bianconero. Non era invece necessario avere un regista basso contro un Verona totalmente remissivo e che faceva agevolmente arrivare il pallone ai playmaker Pjanic e De Rossi.

Il pressing della Juventus (pur non essendo asfissiante come quello del Napoli) è comunque più alto di quello mostrato dal Verona all'Olimpico. La Roma fa più fatica a creare gioco attraverso il triangolo De Rossi-Pjanic-Vainqueur, e più volte l'italiano è costretto ad impostare senza passare attraverso i mediani, come in questo caso. Un'operazione che tuttavia gli riesce decisamente meglio rispetto a Manolas, centrale della difesa a 3 contro il Verona.

In particolare nel primo tempo i tentativi della Roma di impostazione sono stati però drammatici: i giallorossi hanno costantemente avuto paura di effettuare giocate mediamente rischiose, ricorrendo a 16 lanci lunghi solo nella prima frazione. Un'insicurezza perfettamente testimoniata dalle parole di Pjanic («Dobbiamo uscire dal pressing e cercare Nainggolan e Salah, abbiamo cercato troppo spesso Dzeko con palle lunghe») a fine primo tempo. Dzeko non ha smentito il luogo comune (fondato) che lo vede più abile palla a terra rispetto alle vie aeree, e Nainggolan e soprattutto Salah sono stati estremamente poco reattivi sulle seconde palle, isolando il bosniaco. Quasi nessuno accompagnava l'azione, neanche ad esempio al minuto 27 quando Digne ha effettuato l'unica discesa nella metà campo bianconera. Eppure, come già visto in precedenza, la Roma ha avuto un bel break di possesso (totalmente sterile) tra il 25' e il 35', che ha costretto la Juve ad abbassare la guardia e non di poco: la psiche dei giocatori giallorossi è però profondamente condizionata, quanto basta per non approfittarne e restare totalmente inoffensivi.

In brevi fasi centrali del primo tempo la Roma riesce ad uscire dalla propria tana e a traslare tutto il gioco di 50 metri in avanti. Manolas e Rüdiger sono nella metà campo avversaria con Vainqueur e Pjanic che dialogano nella trequarti della Juve anziché nella propria. Dybala e Mandzukic sono bassissimi, dietro la linea della palla: la Roma non riesce in ogni caso a costruire azioni.

C'era inoltre grande curiosità per scoprire la posizione di Nainggolan. Con la difesa a 3 alle spalle le possibili interpretazioni erano tre: Nainggolan mezzala in un 3-5-2; Nainggolan trequartista in un 3-4-1-2; Nainggolan trequartista, sulla stessa linea di Salah, in un 3-4-2-1. Spalletti ha inizialmente optato per questa ultima via principalmente per avere maggiore efficacia nel tappare le linee di passaggio all'impostazione juventina.

Nainggolan si è inizialmente schierato come trequartista sul centro-sinistra, sulla stessa linea di Salah che poi diventava più o meno anche la linea di Dzeko in fase di non possesso. I 3 davanti non coprivano tutto il campo in ampiezza, con il chiaro obiettivo di bloccare i rispettivi rifornimenti diretti dai 3 difensori ai 3 centrocampisti centrali della Juventus. Il grosso problema è che il più abile dei 3 elementi offensivi della Roma in materia di recupero palla (Nainggolan) aveva come diretto avversario il meno dotato tecnicamente dei 3 mediani juventini (Khedira), e che la linea di maggior qualità dell'impostazione bianconera (quella centrale formata da Bonucci e Marchisio) era innocuamente schermata da Dzeko.

Nei primi minuti Nainggolan tiene il centro-sinistra ed è Dzeko a dover tentare di bloccare il tracciante Bonucci-Marchisio. I tre uomini più offensivi della Roma formano quasi una linea in fase di non possesso.

Spalletti (più o meno al decimo del primo tempo) è corso ai ripari, ordinando a Nainggolan di controllare praticamente a uomo Marchisio. Questa mossa improvvisa ha inizialmente creato un po' di scompiglio nel sistema delle marcature della Roma, e per un attimo poteva costare cara.

Nainggolan è appena passato in marcatura centrale su Marchisio: Pjanic e Vainqueur non sono però ancora reattivi a capire lo spazio enorme che si è liberato per Khedira, restando troppo centrali, nella posizione iniziale. Khedira, servito da Chiellini, ha molto campo: Rüdiger sarà costretto ad uscire per chiuderglielo.

Successivamente i giallorossi si sono assestati: con la difesa schiacciata a 5 dietro, Pjanic, Vainqueur e Salah erano (a turno) deputati a scalare sul centro-sinistra per coprire lo spazio inizialmente lasciato a Nainggolan, ormai bloccato a vista su Marchisio.

Dall'alto in basso (rispettivamente) sia Pjanic, sia Vainqueur, sia Salah controllano Khedira sul centro-sinistra mentre Nainggolan è impegnato su Marchisio.

Il grosso problema di questo cambio in corsa è stato la sostanziale creazione di due linee molto basse: un 5-4-1 o 5-3-1-1 in fase di non possesso, estremamente statico e incapace di permettere quelle ripartenze che soprattutto Salah avrebbe dovuto garantire, con il difficile aiuto di un Dzeko troppo isolato nel mare magnum del centrali juventini e non sempre a proprio agio sulle palle alte, nonostante la stazza.

Il perenne schiacciamento di Digne ha permesso così ad Allegri (che non manca mai di confermare di essere un po' tardivo nei cambi) di sacrificare la diligenza di Lichtsteiner per aggiungere velocità e pericolosità attraverso l'ingresso di Cuadrado. Già dopo pochi minuti la differenza si sente.

Minuto 2:14: Cuadrado scappa alle spalle di Digne, lo fulmina e crea i presupposti per l'unica chiara occasione juventina della partita, escluso il gol.

Con il passare delle giornate, infatti, Allegri ha riportato sempre di più la Juve nella sua antica dimensione contiana della difesa a 3/5. Il livornese ha sradicato la trionfale difesa a 4 della scorsa stagione e ha inizialmente tentato la via del modulo fluido (con Barzagli terzino destro in fase di non possesso e centrale a 3 in fase di possesso, ad esempio contro l'Interalternando le coppie di esterni Cuadrado/Evra e Lichtsteiner/Alex Sandro, asimmetriche per compiti e qualità tecnico-atletiche, ritornando all'antico con Lichtsteiner/Evra a partire dalla recente sfida di Genova contro la Sampdoria. La scelta del colombiano, a posteriori, poteva essere anticipata di qualche minuto.

Rimane la nota positiva per la Roma che le occasioni vere concesse alla Juventus siano state solamente due (oltre al gol anche il tiro a botta sicura di Evra sul petto di Szczesny). Con un atteggiamento così remissivo è chiaro che è molto più facile limitare la pericolosità dell'avversario, pur essendo esso stesso la squadra probabilmente più in forma del campionato. Forse, dalle dichiarazioni finali di Spalletti, emerge che l'obiettivo primario fosse proprio quello di limitare i rischi: «Dobbiamo ritrovare il morale e la condizione mentale per vincere le partite, altri discorsi non li voglio fare. L'aspetto psicologico è fondamentale in un ambiente come il nostro». Anche se poi ha aggiunto: «Bisogna essere più bravi a giocare con la squadra corta, ribaltare l'azione, stare più alti con la linea difensiva, dobbiamo fare di più sotto ogni aspetto». Senza tutti questi giri di parole, il messaggio è chiaro: concedere poco all'avversario è il primo step per ritrovare sicurezza e solidità, ma nel lungo termine è un'ovvia limitazione alle ambizioni di una rosa teoricamente da Scudetto.


Affrontare il Frosinone: asimmetrie e miglioramenti
Con il morale non ai massimi storici e con un preoccupante elenco di terzini indisponibili (Florenzi, Digne e Torosidis) la Roma si presentava al cospetto degli uomini di Stellone con una formazione da inventare e nella quale collocare immediatamente i nuovissimi arrivati El Shaarawy e Zukanovic (che Spalletti ha ovviamente preferito a Castan).

L'inserimento del bosniaco ex Samp non era però così scontato, se Spalletti avesse deciso di schierare Maicon in fascia con Rüdiger al centro-sinistra della difesa a 3. Grande sorpresa ha invece destato la presenza del tedesco di colore come esterno di fascia al posto del brasiliano, ancor di più quando si è visto che la disposizione tattica della Roma era indubbiamente principalmente impostata di nuovo sulla difesa a 3 e che Rüdiger avrebbe agito (in fase di possesso) in una linea orizzontale non troppo lontana da quella dell'altro esterno El Shaarawy, che possiede caratteristiche spiccatamente offensive.


Già dai primissimi secondi si capisce che, almeno in fase di possesso, la Roma avrebbe disegnato una linea difensiva a 3: Rüdiger è largo e alto, fuori inquadratura.

Rüdiger andava però solo in apparenza a ricoprire lo stesso ruolo di El Shaarawy. Il tedesco partiva da una posizione mediamente più arretrata rispetto all'ex milanista, sia per caratteristiche naturali (è ovvio che Rüdiger si senta di più nella propria comfort-zone non troppo lontano dalla linea difensiva), sia perché aveva bisogno di campo davanti a sé (non essendo abile come El Shaarawy a saltare l'uomo in spazi stretti), sia perché non giocava a piede invertito e poteva più facilmente essere servito in corsa anziché in una posizione più avanzata ma in una condizione più statica.

Quello che avevamo parzialmente sospettato contro il Verona - con l'abbassamento temporaneo di Digne - si è invece scientificamente verificato contro il Frosinone: la Roma ha adottato un vero e proprio modulo fluido e in certe situazioni asimmetrico. Rüdiger, in fase di non possesso, si piazzava costantemente sulla linea degli "altri" tre difensori facendo scalare Zukanovic in posizione di terzino sinistro, che poi è forse la sua naturale. La Roma distingueva quindi nettamente le due fasi e nelle situazioni in cui era costretta a difendere bassa poteva giocare a proprio piacimento la carta del modulo fluido, formando una vera e propria difesa a 4 che creava costante superiorità numerica nei confronti dei tre attaccanti del Frosinone (Ciofani centrale, Soddimo sul centro-destra e Dionisi sul centro-sinistra) e copriva meglio l'ampiezza alle due punte esterne.

Rüdiger ed El Shaarawy sono cerchiati: il tedesco in fase di non possesso fa il terzino di una linea a 4 dove Zukanovic si allarga sul lato opposto. El Shaarawy non si abbassa mai a livello della linea difensiva.

Un po' come nel secondo tempo contro il Verona, quando i gialloblù erano passati al 3-4-3, e al contrario del match contro una Juve a due punte (con la Roma orientata sulla difesa a 3 per tutto il match), Spalletti sembra tendere verso scelte flessibili della propria difesa a seconda del numero di punte centrali dello scacchiere avversario, un po' alla maniera di Bielsa nell'Olympique Marsiglia. Il tecnico toscano ha quindi schierato una squadra pronta a difendere sia a 3 che a 4 e che avrebbe avuto in ogni caso superiorità numerica sulle punte centrali del Frosinone, delle quali non si conosceva l'esatto numero: Stellone ne ha schierata teoricamente una sola (Ciofani) con due esterni, ma se Soddimo fosse stato collocato in una posizione più arretrata le punte del Frosinone sarebbero state due (Ciofani e Dionisi), come ad inizio campionato.

Le asimmetrie create dalla Roma sono state inoltre perfettamente visibili in occasione del secondo gol: El Shaarawy ha attaccato l'area stringendo verso il centro con un movimento che il suo teorico omologo Rüdiger non avrebbe mai potuto compiere. Allo stesso tempo, Zukanovic ha sfruttato perfettamente la situazione: il Frosinone in quel momento era schiacciato, basso e al centro, con i difensori che hanno seguito il movimento di El Shaarawy lasciando aperto un varco in ampiezza sul quale il difensore bosniaco si è perfettamente incuneato. Ovvia considerazione il fatto che in un puramente teorico schema tattico, il corrispondente simmetrico di Zukanovic fosse Manolas, mai impiegato in sovrapposizioni dove invece il mancino si è efficacemente lanciato in almeno un paio di occasioni.

Il movimento ad accentrarsi di El Shaarawy libera lo spazio per la sovrapposizione di Zukanovic (cerchiato), che teoricamente sarebbe schierato come difensore centrale sul centro-sinistra. Il risultato lo vedete sotto.

Spalletti è rimasto fedele alle proprie idee anche quando, nel secondo tempo, ha sostituito Zukanovic con Maicon, spostando Rüdiger nella stessa zona del bosniaco e chiedendo all'ex interista le stesse mansioni fino a quel momento riservate proprio a Rüdiger. Maicon in fase di possesso si alzava oltre la linea dei 3, ricompattandosi invece nello schema a 4 in fase di non possesso per dare una mano fondamentale in quel momento, quando a pochi minuti dalla fine la Roma conduceva con un solo gol di scarto. Il cambio ha anche teoricamente permesso a Spalletti di controllare Soddimo (l'uomo potenzialmente più pericoloso del Frosinone) con Rüdiger, dotato probabilmente di migliori qualità in marcatura e sicuramente in fisicità rispetto a Zukanovic.

Gli schemi difensivi sono rimasti immutati con l'inserimento di Maicon al posto di Zukanovic. In fase di possesso Maicon è più alto dei tre centrali dei quali va a far parte Rüdiger, che a sua volta scala a terzino sinistro in fase di non possesso, con Maicon (in basso) nella linea a 4.

Anche nella fase di non possesso in zone più avanzate la Roma evidenziava una certa asimmetria. Lo schema inizialmente previsto avrebbe collocato Nainggolan e Salah di nuovo sulla stessa linea, come nelle primordiali intenzioni della sfida alla Juventus. La realtà ha invece modificato questa presunta equivalenza tattica: Nainggolan, stazionato sul centro-sinistra, si abbassava con una reattività maggiore rispetto a Salah, che in fase di non possesso restava fin troppo vicino alla linea di Dzeko. Il belga doveva coprire la zona di El Shaarawy che con le sue sgroppate lasciava più campo libero alle spalle rispetto a Rüdiger. Nainggolan ha come al solito fluttuato da una posizione quasi a uomo su Chibsah - e quasi in linea con i mediani in fase di recupero palla - ad un'altra molto più offensiva e vicina alla porta in fase di costruzione, che gli ha fruttato il secondo gol in campionato, entrambi sotto la gestione Spalletti.

La Roma è in fase di non possesso: Dzeko e Salah sono praticamente sulla stessa linea ed El Shaarawy è pronto ad aiutare la fase difensiva con Rüdiger che fuori inquadratura ha già ricompattato la linea a 4. Nainggolan è su Chibsah come in molte altre occasioni nel match: la sua teorica posizione sarebbe la stessa di Salah e perfino più avanzata di El Shaarawy, ma il belga dà una mano all'ex milanista in copertura in quella zona di centro-sinistra.

A livello di impostazione si è assistito all'ormai consueto abbassamento dei due mediani, con Keita (preferito stavolta a Vainqueur) a fianco dell'intoccabile Pjanic. Il primo deputato a ricevere il pallone vicino ai centrali difensivi era in realtà il maliano, apparso in precarie condizioni fisiche e probabilmente per questo motivo sacrificato allo Juventus Stadium a vantaggio di Vainqueur. Pjanic aveva invece compiti di playmaking più dinamici e di transizione, trasformando la prima impostazione in vere e proprie azioni di attacco: un ruolo impossibile da chiedere a Keita (che pure a Barcellona era un grande incursore, ma gli anni passano...) per via della scarsa forma atletica, ma con il maliano che si è comunque rivelato utile per smistare i primi palloni in uscita dalla linea difensiva.

De Rossi potrebbe servire Pjanic, che è più reattivo ad avvicinarsi rispetto al lento Keita. Il romano tuttavia è fedele alle indicazioni di Spalletti e fa passare l'azione dal maliano prima di tutti.

Al di là del risultato, che avrebbe comunque dovuto essere favorevole alla Roma in qualunque situazione per l'eccessiva differenza tecnica dei singoli, il match contro il Frosinone ha dato buone indicazioni a Spalletti su certi automatismi che sembrano avviati ad essere consolidati. La sfida ai ragazzi di Stellone è maggiormente accostabile alla prima di Spalletti contro il Verona piuttosto che al big match contro la Juventus, e i miglioramenti sono stati evidenti. 

Nonostante il dato sul possesso palla contro il Frosinone (63%) sia leggermente inferiore a quello contro il Verona, la circolazione della palla è stata nettamente più fluida. L'eccessiva orizzontalizzazione del possesso aveva favorito la difesa bassa della squadra di Del Neri e obbligato perfino la salita dei mediani (De Rossi e Pjanic) nell'area avversaria per trovare la via del gol, e l'elevato numero di esperimenti durante il match aveva mandato un po' in confusione gli stessi giocatori giallorossi. Contro il Frosinone la Roma ha invece aumentato ritmo di gioco e verticalizzazioni, ha varato definitivamente e con successo la strada del modulo fluido che pareva solo abbozzata contro il Verona, e che potrebbe costituire un fattore di grossa imprevedibilità e difficile interpretazione per le squadre avversarie. La duttilità di alcuni interpreti (Rüdiger, Zukanovic, Florenzi, Torosidis) potrebbe dare una grande mano nell'attuazione sempre più automatica degli schemi flessibili. Per trasformare lo «stralcio di squadra che cerca di giocare a pallone», quella vista (in senso positivo) da Spalletti contro il Frosinone, in una squadra veramente forte. Forte come tutti giustamente si aspettavano lo scorso agosto.


Articolo a cura di Federico Principi


Nessun commento:

Posta un commento