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domenica 9 agosto 2015

Parabola di un re guerriero alla corte degli Agnelli

Un futuro con il Bayern di Guardiola ma un pezzo di cuore lasciato a Torino. Scopriamo cosa ha significato Vidal per la Juventus.

di Nicolò Vallone






<<La pressione di Vidal, che va a rubare il pallone… grande caparbietà del cileno! Gira per Marchisio, zona tiro, cerca Vucinic, al limite, Vucinic, prova a piazzare…  c’è ancora la Juve in attacco, con Vidal, il destro… Rrrrete! Vidal! […] Il controllo di petto e poi il destro che beffa Mirante>>. 
Con queste parole il telecronista Maurizio Compagnoni, in un’assolata domenica di fine estate, raccontava in diretta il battesimo al gol di Arturo Vidal con la maglia della Juventus. Era la prima giornata del campionato 2011-12, un Juve-Parma 4-1 esordio ufficiale della Vecchia Signora nell’avveniristico Juventus Stadium, divenuto quel giorno teatro del nuovo dominio juventino sul calcio italiano; un dominio orchestrato da Antonio Conte prima e Massimiliano Allegri poi, e interamente coordinato dietro le quinte dall’ad Beppe Marotta e dal ds Fabio Paratici. Una delle prime mirabili intuizioni della sapiente coppia dirigenziale era stata proprio quella di portare a Torino, nel cruciale mercato estivo del 2011, l’inesauribile centrocampista cileno classe ‘87, prelevato dal Bayer Leverkusen per circa 12 milioni di euro e blindato con un contratto da 2 milioni e mezzo stagionali fino al 2016. In pochi si aspettavano che la Juve si sarebbe aggiudicata lo Scudetto già in quella stagione, battendo la concorrenza del Milan di Ibrahimovic (e Allegri), e nessuno poteva prevedere che questo mastino sudamericano sarebbe stato l’autentico trascinatore – e a tratti il goleador – della nuova armata bianconera nei 4 anni successivi. Perché non solo di mastino si tratta: alla grinta che lo contraddistingue e che gli ha fatto meritare in patria l’appellativo di Guerrero, infatti, si affiancano intelligenza tattica, padronanza tecnica e propensione all’inserimento in zona gol, tutte caratteristiche emerse nelle 4 stagioni trascorse in Germania e portate alla massima efficacia nelle altrettante annate in bianconero.

Top 10 gol di Vidal con la maglia della Juve.

Il rapporto tra Vidal e l’ambiente juventino va subito a gonfie vele. Ai compagni infonde carica in campo e buonumore fuori, col suo carattere scanzonato e un po’ fuori dalle righe che durante questi anni gli ha causato anche qualche problema disciplinare, soprattutto nei ritiri con la Nazionale. I tifosi vengono rapiti e caricati dal suo mix di furia e qualità, avvertendone la potentissima aura agonistica che garantisce alla squadra di schiacciare l’acceleratore un po’ di più degli avversari: a 6 mesi dal suo arrivo alla Juve, è già diventato Re Artù. Ma la vera prova di forza è la conquista dell’allenatore: dopo le prime settimane di utopico 4-2-4 Conte, tecnico integralista e testardo per eccellenza, ridisegna la formazione con un 3-5-2 pur di poter schierare titolare il cileno. A Pirlo e Marchisio del resto non si può rinunciare, ma l’aggiunta di Vidal è altrettanto irrinunciabile per andare a formare l’ossatura della linea mediana più forte d’Italia: Andrea a insegnare calcio in cabina di regia, Claudio a cucire elegantemente i reparti e Arturo a martellare con intensità ed efficacia in fase sia difensiva che offensiva. Un cocktail di centrocampo roccioso ed esplosivo, cuore di una corazzata capace di vincere lo scudetto senza perdere una partita. E il ventricolo che pulsa più forte in questo cuore bianconero proviene dal Sudamerica.

Sono 7 in totale le reti messe a segno da Vidal nella prima stagione alla Juve, tutte in campionato: alla prima già citata contro il Parma, fanno seguito una al Cesena (su rigore: è l’inizio di una prolifica tradizione dal dischetto per il cileno), una alla Fiorentina, una spettacolare al Napoli, due alla Roma di Luis Enrique e infine una al Novara. Di particolare rilievo quella rifilata alla trentesima giornata ai partenopei, giunti allo Stadium in piena lotta per la Champions; la Juve vince 3-0 e Vidal segna il secondo gol, quello della sicurezza, a un quarto d’ora dal termine: doppio passo “spezzagambe” ai danni di Campagnaro al vertice dell’area e diagonale terra-aria sotto l’incrocio scagliato con il sinistro, in teoria suo piede debole! Per la Juventus sono 3 punti sinonimo di -2 dal Milan, poi sorpassato la settimana successiva; per Re Artù è la dimostrazione definitiva delle sue capacità con la palla tra i piedi. Capacità così evidenti che nell’estate 2012 gli viene proposto il numero 10 lasciato da Alex Del Piero, emigrato in Australia. Lui cambia numero, ma non si permette di accaparrarsi la maglia di Pinturicchio: si limita a passare dal 22 (lasciato al neoacquisto Asamoah) al 23, col quale è identificato tuttora.

Il 2012-13 è la vera consacrazione per Arturo Vidal. La Juventus, ormai non più rivelazione ma certezza, si conferma – almeno in Italia – un mulino che macina gioco e sforna inserimenti a ritmi frenetici. A incrementare il tasso qualitativo della mediana bianconera è arrivato nel frattempo il giovane Pogba, che grazie alla “cura Conte” limita ben presto la propria sregolatezza per lasciar spazio al genio: si tratta di un’iniezione di imprevedibilità nella manovra juventina che giova a tutti i centrocampisti. Un po’ dunque per l’arricchita propensione di squadra al gioco avvolgente e corale, un po’ perché un reparto offensivo basato su Vucinic e Giovinco non garantisce quantità industriali di gol, e un po’ perché Pirlo gli cede il ruolo di rigorista, il centrocampista cileno vede sempre più da vicino la porta. A fine stagione è proprio lui il top scorer della Juve, con i suoi 14 sigilli tra campionato (10), Coppa Italia (1, l’unico della sua carriera nella nostra coppa nazionale) e Champions League (3, tra cui uno all’esordio contro il Chelsea nell’eroico 2-2 di Stamford Bridge). Sono 5 le marcature dagli 11 metri, tra cui quella che vale il secondo scudetto consecutivo, in casa contro il Palermo in una data significativa per questi colori, il 5 maggio. Ad esse si affianca una raffica di gol da autentico rapace d’area, con la splendida eccezione di un destro velenoso da 30 metri che apre le danze nel derby di ritorno col Torino poi vinto 2-0. Se a queste reti si uniscono gli innumerevoli recuperi in difesa – alcuni ai limiti del miracolo – e le rapide combinazioni palla a terra coi compagni, si delinea nitida l’idea di un giocatore davvero a tutto campo, padrone di un centrocampo sulla carta tra i migliori d’Europa.


Il "gol dello zoppo" a Stamford Bridge, anch'esso col piede debole, il sinistro.

Se una mezzala è il tuo miglior bomber, ciò può essere interpretato come un dato emblematico di un calcio totale e moderno, ma potrebbe anche mascherare una preoccupante inconsistenza del pacchetto offensivo (si veda il tragico quarto di finale contro il Bayern Monaco). Ed ecco che per la stagione 2013-14 gli uomini agli ordini di Andrea Agnelli regalano a mister Conte il tanto agognato top player, Carlitos Tevez, affiancato da una spalla di caratura internazionale come Llorente. Il 3-5-2 della Juve cambia i suoi connotati, perde in dinamismo per divenire più pragmatico: il peso offensivo è maggiormente sorretto dagli attaccanti, dall’argentino in particolare, nuovo numero 10 pronto a far sognare i supporter della Signora, ma a tratti scade nella dipendenza dal singolo e nella prevedibilità. Le conseguenze sono nettamente diversificate tra le due principali competizioni: strapotere in campionato con record di 102 punti, con annessa terza stella sul petto; eliminazione alla fase a gironi in Champions League e successivo tonfo in semifinale di Europa League contro il Benfica, con annessa finale in casa sfumata. In tale appiattimento, Vidal non si scompone e non guarisce dal vizio del gol; anzi, pur sempre con qualche fallo di troppo a macchiarne le prestazioni, l’intensità e la padronanza del suo gioco non diminuiscono, e sotto i suoi colpi la rete si gonfia come mai prima, ben 18 volte: 11 in campionato, 5 in Champions, di cui 3 al Copenhagen nella sua finora unica tripletta in carriera, e 2 in EL. Anche il suo portafoglio si gonfia, visto il rinnovo contrattuale fino al 2017 con uno stipendio di 4 milioni all’anno. Proprio in occasione dell’hattrick europeo contro i danesi, va a segno per la prima volta di testa, mettendo in mostra anche in fase realizzativa un fondamentale per lui prezioso nello svolgimento del mestiere di onnipresente mediano: a dispetto di una statura nella norma, un’elevazione sopra la media permette al cileno di arrivare spesso e volentieri prima dell’avversario sulle palle aeree. Giusto per non farsi mancare nulla.

Tripletta europea col Copenhagen.

A pochi mesi dai Mondiali brasiliani, Vidal rientra a buon diritto nella top 5 mondiale dei centrocampisti. La sua forma fisica è smagliante, a livello psicologico ed emotivo guida i compagni, il ventaglio delle sue giocate, sia in interdizione sia in costruzione sia in finalizzazione, ha raggiunto la sua massima estensione: senza picchi particolari di eleganza, è la carriera di Re Artù ad arrivare al suo picco più alto. Ma quando a 27 anni sei al massimo dello splendore, il rischio della decadenza è dietro l’angolo, e un grave infortunio al ginocchio rischia di precludere la partecipazione di Vidal alla rassegna iridata. Un’operazione-lampo gli permette di far parte della spedizione del Cile in Brasile, ma al prezzo di un girone d’andata della stagione successiva “a mezzo servizio”…
Ed eccola, l’annata appena passata, quella del passaggio-toccasana al 4-3-1-2 e del quasi-Triplete. È qui che il trono di Re Artù inizia a traballare. Non certo in termini di impiego nella formazione titolare: al contrario, il nuovo allenatore Allegri gli ritaglia un nuovo ruolo da trequartista che permette di schierare contemporaneamente i Fantastici 4 del centrocampo juventino senza sconquassare gli equilibri. Certo, un ruolo da trequartista atipico, visto che – per quanto gli assist all’attivo non siano pochi – l’unica carenza nel vasto bagaglio di Vidal è la vocazione all’invenzione geniale e allo smarcamento delle punte davanti alla porta, tipica del fantasista puro, ragion per cui la Juve spesso segna meno di quanto potrebbe per colpa di un mancato ultimo passaggio; ma comunque il giocatore cileno e tutta la formazione bianconera sembrano gradire il nuovo assetto, grazie al quale il campo viene occupato più capillarmente e le forze gestite meglio, quindi non sorgono problemi tattici particolari. I problemi del numero 23 non sono dunque di collocazione. Sono invece le prestazioni a preoccupare non poco. Nonostante la fiducia incondizionata e talvolta forzata del mister, infatti, appare vistoso il calo di lucidità che lo accompagna per tutta la prima metà di stagione. Un calo che si traduce in interventi sempre più in ritardo (a volte lo salva una certa immunità di cui sembra godere presso gli arbitri italiani), in minor incisività in zona gol nonostante la posizione più avanzata sul terreno di gioco (il bottino sarà di 7 centri in campionato e 1 in Champions) e che si pone all’evidenza in maniera inquietante in occasione del derby d’andata, più precisamente nel coast to coast di Bruno Peres che vale il momentaneo pareggio torinista: sulla propria trequarti difensiva, Vidal accenna a uno dei suoi poderosi recuperi difensivi “di routine” ma, proprio quando sta per agguantare il terzino granata, blocca inspiegabilmente la propria rincorsa lasciando via libera all’avversario verso la porta di Storari. È un campanello d’allarme difficile da ignorare. Come se non bastasse, ad inizio autunno 2014 salgono alla ribalta anche i gossip sulle intemperanze fuori dal campo: si parla di sbornie e risse in discoteca, con conseguenti multe da parte della società. Insomma, lo specchio di un giocatore in crisi fisica e mentale.

Gol di Bruno Peres nel derby.

Uno sprint di primavera in cui l’ormai 28enne cileno tiene botta nella tempesta di infortuni che affligge la mediana bianconera – sprint caratterizzato anche da un imperioso stacco di testa che porta al gol-scudetto a Marassi contro la Samp – non basta per mantenerne abbastanza alte le quotazioni presso la dirigenza. Ad aggravare la situazione, a giugno, in piena Copa America peraltro nel suo Cile, ecco l’ennesimo “colpo di testa”: incidente stradale in stato di ebbrezza, pugno a un poliziotto e addio patente. La consapevolezza che con ogni probabilità il giocatore ha superato l’acme della sua carriera, la constatazione di un principio di declino psicofisico e la necessità di monetizzare con una cessione eccellente ma non troppo dannosa inducono Marotta ad accettare di trattare col Bayern, rimasto nel frattempo orfano di Schweinsteiger emigrato a Manchester. Il 23 luglio 2015, per una cifra che sfiora i 40 milioni, viene ufficializzato il trasferimento del centrocampista, che se ne va a Monaco per trovare nuovi stimoli, inserirsi nel deutsches tiki-taka di Guardiola e scaldare il cuore dei tifosi bavaresi, lottando come sempre e mostrando loro quanto più possibile il cuore mimato con le mani, segno di esultanza indirizzato tante volte ai al pubblico italiano in questi anni. Pur rimanendo, ipse dixit, “per sempre juventino nell’anima”.

Gol scudetto di quest'anno con la Samp, suo ultimo con la maglia della Juve.


E mentre in corso Galileo Ferraris si mette così a bilancio una macroscopica plusvalenza, il popolo juventino spera di colmare con l’esplosione di Sturaro o di Pereyra il vuoto tecnico e affettivo lasciato da Arturo Erasmo Vidal Pardo, il Re Guerriero venuto da Santiago.


Articolo a cura di Nicolò Vallone




venerdì 31 luglio 2015

La vera sorpresa

La Lazio probabilmente ha messo a segno il colpo dell'estate. Alla scoperta di Ricardo Kishna.

di Emanuele Mongiardo








Qualche tempo fa Dennis Bergkamp, allenatore delle giovanili dell’Ajax, denunciava alla stampa l’eccessivo carattere apollineo dei propri calciatori: giocatori “positivisti”, di buona tecnica ed intelligenza, prodotti in serie ma incapaci di prendere una decisione al di fuori del proprio imprinting mentale e tattico. Troppi Siem de Jong e pochi Zlatan Ibrahimovic potremmo dire esemplificando. Ricardo Kishna, neo acquisto della Lazio, è la mina vagante che ha ribaltato questa concezione nelle ultime due stagioni dei Lancieri e si candida seriamente al ruolo di vera sorpresa della prossima Serie A.

Così come Claudio Cantelmo, protagonista in Vergini delle rocce di D’Annunzio, si reca nell’ex Regno delle due Sicilie per cercare la nobildonna con la quale generare il nuovo condottiero di un’Italia borghese e mediocre, qualunque genitore olandese desideroso di avere un figlio calciatore, magari di livello, dovrebbe cercare il proprio partner in Suriname. Devono aver pensato questo i genitori di Seedorf e Davids, avrà ragionato in quest’ottica anche Brenda Kishna, madre di Ricardo, quando ha deciso di sposare Dennie, responsabile della sicurezza per la G4s Security Services, principale ente a livello internazionale per il controllo sulla sicurezza del lavoro e dei servizi, attività indispensabile in un luogo cardine dell’Unione Europea quale è l’Aia. Quella di Ricardo non è quindi la vicenda del ragazzino squattrinato cresciuto in un quartiere dove l’unico pallone è conteso da un centinaio di coetanei. E’ invece la storia di un qualsiasi giovanotto della classe media, per cui non aspettiamoci t-shirt inneggianti sobborghi malfamati nelle sue esultanze (quanto ci mancherai Carlitos!). Si tratta comunque di un ragazzo atipico, che ripudia PlayStation e videogames per dedicare tutto il proprio tempo libero al calcio, magari con l’amico fraterno Nathan Ake, oggi al Chelsea, col quale affronta per circa nove anni la trafila delle giovanili dell’ADO Den Haag.                                               

Qui ai tempi dell’ADO Den Haag. Ah, dimenticavamo, l’ha portato in Italia Mino Raiola, che per quanto possa essere dannoso al calcio come la quasi totalità dei procuratori, spesso tratta merce di finissima qualità.

La svolta della sua carriera avviene un venerdì 13, nel maggio 2011, quando a sedici anni firma il suo primo contratto con l’Ajax. Anche questo, in linea con la sua figura iconoclasta nell’ambiente degli aiaci, rappresenta una sorta di rovesciamento della cabala: è infatti reduce da un doppio infortunio al ginocchio patito con le nazionali giovanili, ma proprio nel giorno simbolo della sfortuna scrive il proprio nome in una delle migliori fucine di talenti europee.

Qui al momento della firma sul suo primo contratto da professionista. Presenti accanto a lui anche il padre, la madre e la sorellina, il cui volto è tatuato sul braccio destro di Ricardo.

Il 2013/2014 è l’anno: convocato inizialmente dal Jong Ajax, la selezione under 19, de Boer lo aggrega subito agli allenamenti prima squadra, con la quale esordisce in un’amichevole l’undici gennaio, a Trebisonda, contro il Trabzonspor. Viene schierato a destra questa volta e forse ciò, unito alla voglia di strafare tipica degli esordienti, influisce sul suo stile di gioco: a tratti si perde in eccessivi orpelli, preferendo il colpo ad effetto piuttosto che la giocata concreta. Tuttavia, tra doppi passi ubriacanti, cambi di passo e colpi di tacco, risulta essere il migliore dei suoi, nonostante il tiro decisivo fallito alla lotteria dei rigori (Joaquin 2?). Intanto a febbraio arriva il debutto con l’under 19, in un pesante 4 a 0 subito fuori casa dall’Emmen, mentre segna il suo primo gol nella vittoria casalinga per 4 a 1 contro il Venlo. Fossi in Pioli studierei minuziosamente questa partita, potrebbe dare un quadro tattico completo del giocatore. Agisce da centravanti, sciorinando una prestazione superba: viene incontro per ricevere il pallone, sforna assist per i movimenti dei compagni, protegge bene palla per poi liberare il tiro e denota grande intelligenza nei movimenti nello spazio. L’azione del 2 a 1, al 51’, ne è un esempio perfetto: si posiziona tra i due centrali avversari e, non appena il compagno sulla fascia riceve palla, si muove perfettamente ad elastico, fingendo di proporre un appoggio facile per poi tagliare come una saetta alle spalle della difesa.  

01:30, Kishna riceve palla, si incunea tra due uomini e serve un preciso filtrante sulla corsa al compagno, dal quale nasce un pericoloso cross dal fondo: controllo di palla, potenza e visione in una sola azione. A 03:22 invece il movimento ad elastico con perfetto taglio alle spalle della difesa.

Le buone prestazioni gli valgono le prime convocazioni ufficiali tra i grandi, che gli impediscono di disputare la UEFA Youth League. Anche qui l’esordio non è dei più fortunati: subentra a Sigthorsson al 60’ nella sconfitta per 3 a 0 in casa contro il Salisburgo di Mr. Gegenpressing Roger Schmidt. Tre giorni dopo tuttavia riceve il battesimo dell’ Eredivisie, sostituendo Bojan al 46’ e segnando il suo primo gol per i lancieri nel roboante 4 a 0 sull’AZ Alkmaar. Se la prima rete in under 19 è un elogio della sua intelligenza nei movimenti, questo è invece un ferino sfoggio di potenza e velocità: punta il diretto marcatore all’altezza dei 30 metri, scatta lambendo il pallone con l’esterno, resiste al contrasto e scarica un sinistro violento che colpisce il secondo palo e si insacca. Timbra in totale otto presenze e il 18 maggio c’è anche lui a festeggiare il trentatreesimo titolo tra i canali di Amsterdam.

02:02, ecco l’azione del gol di Kishna. Notare l’evidente soddisfazione per la bravura del ragazzo sul volto di de Boer.

Dalla scorsa stagione entra in pianta stabile nella prima squadra, esordendo in Champions nel pareggio per 1 a 1 contro l’Apoel Nicosia. Firma anche una prestazione d’autore contro il PSG al Parco dei Principi, al cospetto degli ex Ibrahimovic e Maxwell, dove nonostante il passivo di 3 a 1 riesce comunque a distinguersi, saltando più volte Van der Wiel e servendo con un traversone perfetto Klaassen per il gol della bandiera, indice di una visione di gioco ben sopra la media. In Eredivisie non è così fortunato come l’anno precedente: l’Ajax chiude secondo con un distacco di diciassette punti dalla capolista, il PSV di quel fenomeno di Memphis Depay, che probabilmente quest'anno in Premier sposterà gli equilibri. In totale gioca 38 partite tra campionato e coppe, segnando 6 gol, non male per un attaccante esterno alla prima vera stagione da professionista.

Siamo di fronte ad un’ala alta un metro e ottantasette, di buona prestanza fisica. Anche in questo caso interpreta controcorrente il proprio ruolo: in un’epoca in cui, sulla scia di Robben, tutti gli esterni vengono schierati a piede invertito per rientrare e calciare, lui, mancino, predilige la propria fascia naturale. Atletismo e velocità gli permettono di guadagnare facilmente il fondo, mentre grazie alla tecnica è in grado di sfornare cross precisi al millimetro. Altra sua peculiarità è il dribbling: salta l’uomo sia sfruttando i piedi raffinati, sia bruciandolo sullo scatto, risultando a tratti immarcabile. A ciò bisogna aggiungere la sagacia tattica e la lucidità nella scelta della soluzione migliore, precipue di quasi tutti i prodotti del settore giovanile biancorosso: premia spesso il movimento del compagno con precise verticalizzazioni, così come sovente ama egli stesso tagliare alle spalle della difesa, sia centralmente, sia lateralmente. In questo senso sarà interessante scoprire quale abito tattico Pioli gli cucirà addosso: la Lazio è forse l’unica squadra in Serie A a sfruttare l’inventiva dei propri esterni. Potrebbe alternarsi nelle rotazioni sulla fascia con i vari Candreva, Anderson e Keita oppure cambiare ruolo. Gli allenatori italiani tendono ad accentrare gli esterni offensivi dotati di un buon tiro e di una buona tecnica (Palacio, Cerci ecc.). Pioli potrebbe ritrovarsi tra le mani un nuovo centravanti, oltretutto di stazza notevole; sarebbe da verificare l’apporto sul tabellino delle marcature, vista l'abitudine a giostrare sulla fascia e la saltuarietà con la quale agisce invece da prima punta. 

Non sappiamo cosa farà di lui lo staff tecnico laziale, probabilmente i fantallenatori lo trascureranno per accaparrarsi il presunto bomber di turno. Tuttavia, dati i soli quattro milioni sborsati per il cartellino, potrebbe essere il miglior acquisto del mercato italiano per rapporto qualità-prezzo. Certo, aldilà dell'aspetto calcistico bisogna considerare nella sua valutazione altre discriminanti, una su tutte il carattere. E' risaputo degli atteggiamenti arroganti che hanno deteriorato il suo rapporto con de Boer. Una situazione da separati in casa, che ha portato l'allenatore olandese ad auspicare la cessione del gioiellino. Ricardo ha palesato subito dinanzi ai media nostrani la propria insofferenza per il suo ex mentore e le sue gabbie tattiche. «Non vedo l'ora di provare la libertà che gli attaccanti hanno nel modo di giocare della Lazio. C'è molto più dinamismo rispetto a quanto ero abituato ultimamente con l'Ajax». Ma aldilà di ogni dubbio di natura caratteriale e psicologica, ne sono convinto quasi al cento per cento: la vera sorpresa della prossima Serie A si chiama Ricardo Kishna.


P.S. La storia è ciclica: così come ad Euro 2004 Sneijder, Robben e Van der Vaart ammaliarono un intero continente, l’anno prossimo in Francia probabilmente ci penseranno lui e Memphis ad estasiarci. E’ incredibile come la sola pianificazione permetta ad un Paese di 6 milioni di abitanti, in parte ricoperto dal mare, di sfornare fuoriclasse di questa caratura. Qualcuno con una cinquantina di milioni di cittadini in più dovrebbe prendere esempio.




Articolo a cura di Emanuele Mongiardo



mercoledì 10 giugno 2015

Joaquín e l'imprevedibile virtù della ripartenza


Il talento non basta per descrivere o addirittura giustificare le sue "tante vite". No, il talento non basta.







Ci sono persone che non vivono solo una volta.
Oggi Joaquín Sánchez Rodríguez, meglio noto come Joaquín, ha 34 anni ma ha vissuto 9 delle nostre vite. Vite leggere, vite eleganti, a volte sfuggenti, a tratti inconsistenti. Vite da solista come in un "baile" flamenco dell'Andalusia, la sua terra, dove il ballerino è anche il coreografo della propria esibizione.
Joaquin ha indossato mille pirandelliane maschere, forse troppe: il ragazzo prodigio con l'anima e il sangue dipinti del bianco e del verde del Betis, il migliore in campo nella "disfatta" della Spagna contro la Corea che sbaglia il calcio di rigore decisivo, mister 120 miliardi, l'ala destra più forte al mondo, il traditore che rinnega patria e famiglia quando se ne va dal Betis, l'uomo che non rispetta le attese al Valencia, l'oggetto misterioso, la seconda giovinezza a Malaga, la svolta totale a Firenze.


Tutto questo continuo finire per poi ricominciare, questo morire e poi rinascere in altri contesti, in altri tempi e in altri spazi, tutte queste vite: niente è completamente slegato dal resto, c'è una continuità nella storia di Joaquin, c'è un'armonia che accompagna costantemente i momenti chiave della sua carriera. E' la storia di chi non si è mai potuto permettere di essere giovane: il talento nitido, cristallino e soprattutto precoce non glielo ha mai consentito, i 120 miliardi di clausola non glielo hanno consentito, la simbologia sacra del Betis Siviglia non glielo ha consentito.
La città di nascita è quel Puerto di Santa Maria da dove Colombo partì nel suo secondo viaggio per le Americhe. Una ripartenza, appunto. Ce ne sono state tante, sia sul campo che nella carriera di Joaquin. Tante seconde possibilità che non gli sono state regalate ma che l'andaluso si è guadagnato, con la sua serietà, la sua professionalità e la sua umiltà.
Tartesso è terra di grandi toreri. Là questi eroi quasi mitici fanno parte della sfera sacra popolare, incarnando nello stesso tempo coraggio e danza, tradizione e poesia notturna. Un po' come le ali nel calcio: il toro da sfidare come il difensore di turno da dribblare.


Inizia tutto lì, nella terra degli zingari felici, probabilmente il miglior esempio di integrazione culturale a livello europeo e non solo, specie in questo periodo di ruspe e populismo galoppante. Basti pensare al Flamenco, nato tra le corde di qualche chitarra gitana ed emblema ormai universale dell’hispanidad. Proprio i migliori flamencisti, cantanti o ballerini che fossero, tra cui Rancapino e Ramon Nunez Nunez, meglio noto come Orillo del Porto, erano soliti riunirsi in un piccolo bar di Puerto Santa Maria, "El Chino"; il nome del proprietario è Aureliano Sanchez, padre di otto figli, di cui l’ultimo ha per nome Joaquin.


Il locale, inebriato dalla brezza marina, è un tempietto del Pisha, con tutte le maglie indossate in carriera incorniciate alla parete; c’è spazio solo per un cimelio che non sia imbevuto del suo sudore e della sua fatica, ed è la divisa di Luis Figo, suo idolo sin dall'adolescenza. "Chino" però non è il soprannome del padre, appartiene ad una figura se possibile ancora più importante per Joaquin: suo zio. Doveva essere una sorta di santone nella calle in quegli anni, un personaggio perfetto per un romanzo di Ernest Hemingway: amico di artisti, ballerini di flamenco, pescatori e semplici operai. Era in grado di parlare con gli occhi, uno sguardo limpido, glaciale, di quelli che non ammettono repliche. E’ lui ad investire per primo sul nipote, finanziandone gli allenamenti nella cantera del Betis. Leggenda vuole che durante le sedute pomeridiane, el Tio invitasse il mitico presidente Manuel Ruiz de Lopera al bar a sorseggiare una camomilla. C’è un bellissimo stralcio di intervista ad As, tutto intriso di amore e gratitudine verso El Chino, scomparso nel 2002 : «Él creyó en mí como futbolista. Por lo menos, mi padre puede disfrutar de lo que ahora tenemos, después de 'tó lo que hemos pasao', pero mi tío Joaquín, no». Ecco perché, ogni volta che protende le mani verso il sovralunare, la memoria va sempre là, a el Tio, il fenotipo dell’uomo di mare.  


Affronta la trafila delle giovanili e, dopo una stagione da protagonista nel Betis B, nel settembre del 2000 arriva l’esordio in prima squadra; l’allenatore è una di quelle persone che estrinsecano al meglio il mourinhano aforisma secondo cui chi sa solo di calcio non sa niente di calcio. Si tratta di Fernando Vazquez, el Maestro, allenatore del Betis in Segunda Division, nonché insegnante d’inglese e dottore in filologia tedesca. Ma al contrario di Federico Nietzsche nessuno prospetta per lui un futuro ruolo da leader intellettuale della propria nazione, così decide di virare sul calcio. E’ un fervente seguace di Arrigo Sacchi, che incontrerà da allenatore dell’Oviedo nel periodo colchonero del Vate di Fusignano. Lo irradia una forte propensione pedagogica: tra le sue mani a Maiorca sboccia il talento di Samuel Eto'o, ma anche quello di Dani Guiza e Albert Riera. Dopo sei anni consecutivi in Liga, nel 2000/01 il Betis è di nuovo impelagato in quella palude nota come Segunda Division. Il presidente Lopera si affida a Vazquez per la risalita. El de Castrofeito, nonostante la cessione del tandem offensivo Alfonso-Finidi, sfrutta al meglio i prodotti della cantera, tra cui ovviamente Joaquin, autore di 36 presenze e 3 reti. Saltano immediatamente all'occhio i dribbling ubriacanti e i cross millimetrici. I biancoverdi centrano la promozione, nonostante l’esonero a metà marzo del filologo gallego, causa incomprensioni con la dirigenza (si, gli stessi dei 750 miliardi di clausola rescissoria per Denilson).


La stagione successiva per Joaquin è quella della consacrazione nel massimo campionato. Timbra trentaquattro presenze e cinque reti: lui e Denilson, nonostante il rendimento romantico del brasiliano, dipingono pennellate barocche con la palla tra i piedi, puro edonismo applicato al calcio. Il Betis chiude al sesto posto, agguantando la qualificazione alla Coppa Uefa. Jose Antonio Camacho, CT della nazionale, abbacinato dal talento dalla giovane ala, lo convoca per il mondiale nippo-coreano. Credo che un po’ tutti siamo legati alla Spagna bella e perdente dei primi anni duemila (coppa Konami, do you remember?). El Pisha somatizza pregi e difetti di quella selezione, dal gioco a tratti inebriante, ma sempre inconcludente al momento decisivo. I mondiali del 2002 sono la competizione più ansiogena di sempre: partite alle nove europee di mattina, grandi squadre eliminate, presunte partite truccate (sul conto di Veron girano addirittura video di questo tipo... ), incroci tra gironi senza alcuna logica e decisioni arbitrali alquanto inappropriate. Tra le vittime, oltre al Portogallo, ci siamo anche noi: cinque gol regolari annullati in tre partite ed espulsioni discutibili. Dopo l’ormai iconica sconfitta contro la Corea del Sud anche gli spagnoli ci additano come i soliti piagnoni. Dovranno affrontare loro i padroni di casa, partita sulla carta abbordabile, nonostante l’assenza di Raul. Il match è a senso unico, Joaquin è indemoniato, dribbla qualsiasi avversario gli si pari davanti, forse la miglior prestazione individuale della storia della Roja. Ma l’arbitro, l’egiziano Ghamal Ghandour, annulla due gol regolari agli iberici e fischia un fuorigioco inesistente con il ventidue solo davanti al portiere. L’epilogo è tragico: alla lotteria dei rigori è decisivo proprio l’errore dell’andaluso. Il resto lo raccontano le immagini: Xavi e Puyol sconsolati, Morientes ed Helguera al limite dell’esaurimento nervoso. As, che tanto ci aveva denigrato, all'indomani della sconfitta pubblica un titolo eloquente: "ROBO! Italia tenia razon". E’ lecito pensare, dopo i recenti scandali e le dimissioni di Blatter, che Hierro non avesse poi così tanto torto nel cercare esasperatamente il contatto fisico con l’arbitro. Joaquin torna a casa avvilito, ma con la consapevolezza di essere entrato nell'orbita del grande calcio.

Le canzoni di sottofondo nei video di calcio dei primi anni di youtube erano decisamente migliori delle tamarrate electro-house che accompagnano qualsiasi filmato di "skills and goals" odierno.

Ne è conscio anche il presidente Lopera: si dice che nel calcio il marcatore più efficace sia la linea di bordocampo; Joaquin però l’ha sempre considerata come una donna da sedurre e accarezzare. L’unico terzino in grado di tarpargli le ali è quella maledetta clausola rescissoria da 120 milioni. La bacheca langue e purtroppo non è rimpinguabile in quel di Siviglia sponda Betis. Nel 2003, nonostante il record personale di nove marcature, deve accontentarsi dell’ottavo posto, mentre nel 2004 scenderà ancora di un gradino, sino alla nona posizione. Un barlume di speranza si riaccende nella stagione successiva: giunge in Andalusia per 6 milioni l’attaccante brasiliano Ricardo Oliveira (29 gol in 37 presenze) e, soprattutto, Serra Ferrer torna al timone della squadra. Il tecnico spagnolo aveva condotto i biancoverdi ad un clamoroso terzo posto nel ’95 e ad un piazzamento Champions nel ’97. Fautore del calcio totale di Cruijff, il Barcellona gli offre la direzione tecnica della Cantera; potrebbe sembrare un declassamento, ma per un vero conoscitore di calcio è il Nirvana. Nell'estate del duemila, causa dimissioni di Van Gaal, diventa allenatore della prima squadra. I risultati sono negativi: eliminazione al primo girone di Champions per mano del Besiktas, quinto posto a diciassette punti dal Real capolista alla trentunesima giornata e conseguente esonero. Lopera lo richiama in Andalusia, lui non tradisce e centra la qualificazione ai play off di Champions, con la solita proposta di calcio spumeggiante. Non solo, dopo ventott'anni riporta in bacheca la Coppa del Re, superando due a uno in finale l’Osasuna. L’anno successivo non rispetta però le attese e il Betis ottiene un disonorevole quattordicesimo posto.  

Capito cosa intendo per Nirvana?

Joaquin si sente oppresso, vuole migrare, accusa il presidente di averlo incatenato ad assurdi vincoli contrattuali. Nasce così una situazione kafkiana, uno degli aneddoti più assurdi legati al calcio mercato, di quelli che farebbero sobbalzare sul divano anche Gianluca di Marzio. E’ l’estate del 2006, Mourinho e il Chelsea offrono 38 milioni al Betis per il suo talento. Lui però non vuole lasciare la Spagna, un flamencista de la banda lateral soffocherebbe nella plumbea Londra: un'ala tutta tecnica ed estro nella patria degli esterni scattisti prodotti in serie, la morte di qualsiasi eccellenza individuale. Per fortuna arriva l’offerta del Valencia, 25 kilos. Il presidente accetta l’offerta, ma non perde l’occasione per giocare un ultimo tiro mancino alla sua ala. I contratti vergati da Manuel Ruiz de Lopera obbligano i calciatori ad accettare qualsiasi meta egli proponga. Così, in un assolato pomeriggio, squilla il telefono; dall'altra parte della cornetta c’è il presidente: «Alle diciotto lei si deve recare ad Albacete per chiudere la sua cessione all'omonimo club. Se per quell'ora non sarà sul posto, le sarà comminata una multa da tre milioni di euro. La sua presenza dev'essere registrata da un Notaio». Joaquin si infila in auto e parte a tutta velocità verso Castilla y la Mancha. Una volta giunto sul luogo e scattate alcune foto per certificare l’effettiva presenza all'incontro, scopre di essere da solo, con le porte degli uffici chiuse. Fiutato l’imbroglio, decide di tornare a Siviglia, su tutte le furie con il presidente. Per fortuna la cessione ai pipistrelli va in porto: 25 milioni, acquisto più oneroso della storia del club.


La prima stagione in riva alla Comunidad è tutto sommato positiva, 5 gol in 35 presenze e quarto posto. Il Valencia ha una rosa di alto profilo, in quegli anni non molto inferiore a Real e Barcellona non brillantissime. Tuttavia il 2008 è tribolato, con ben tre cambi di panchina. Ronald Koeman, subentrato a metà stagione ad Oscar Fernandez che a sua volta aveva sostituito Quique Sanchez Flores, guida i suoi alla vittoria in Coppa del Re, 3 a 1 sul Getafe in finale. L’olandese verrà comunque esonerato cinque giorni dopo, il 21 aprile, causa un preoccupante quindicesimo posto. Il Valencia riuscirà a salvarsi chiudendo decimo. A partire dal 2008-09, inizia la parabola discendente di Joaquin, quasi come se per osmosi la decadenza del Club avesse afflitto il giocatore: sono gli anni del fallimento economico e il presidente Sorian, per arginare il dissesto, mette in vendita il Mestalla, non trovando però alcun acquirente. Il debito di 547 milioni di euro lo costringe a dimettersi. Da qui in poi, è tutta un'escalation di cessioni: David Villa, David Silva e anche Joaquin, superato per la verità nelle gerarchie da Pablo Hernandez e che preferisce perciò accasarsi a Malaga.

Ecco, diciamo che quella sera non si è tirato indietro neanche lui.

Ci troviamo anche qui dinanzi all'ennesima fanciulla sedotta e abbandonata. Lo sceicco Al Thani finanzia una squadra di buon livello, in grado di puntare al piazzamento Champions: Rondon (lo amo, aspetto solo di ammirarlo in Copa America!), Cazorla (lo amo, tocco di palla fuori dal comune), Mathjisen, Toulalan, Demichelis (invece lui lo detesto, è l’anticalcio) e ovviamente Joaquin sono le fondamenta su cui costruire il futuro. Gli andalusi conquistano il quarto posto, il sivigliano è titolare fisso, sembra tornato quello del Betis, pur con uno stile diverso, meno aggressivo e più felpato.


Il 2012-13 si prospetta roseo, col ritorno in Champions ed una condizione fisica ottimale. Ecco che allora altre cause di forza maggiore interrompono improvvisamente l’ascesi di Joaquin. Secondo Al Thani i politici locali non hanno mantenuto alcune promesse relative all'edificazione del nuovo stadio e di un Hotel nelle vicinanze. Il flusso di denaro diminuisce notevolmente, la rosa viene smantellata, tuttavia l’orgoglio dei calciatori e l’esplosione di Isco superano qualsiasi ostacolo economico: il Malaga conquista i quarti di finale di Champions League. La gara di ritorno col Borussia Dortmund rimarrà nella storia della competizione, semplicemente un thriller, con più suspance anche di Milan-Ajax del 2003. Dopo lo zero a zero della Rosaleda è proprio Joaquin a portare in vantaggio gli ospiti al 25’. Per tutta la partita porta a spasso Schmelzer, distribuendo continuamente palloni per i tagli degli attaccanti. I gialloneri comunque pareggiano con un contropiede perfetto finalizzato da Lewandowski. Ma all'81’ accade l’imponderabile: Isco premia il movimento di Julio Baptista con una verticalizzazione perfetta, il tiro del brasiliano è lento ed Eliseu riesce a spingerlo in porta. Due a uno a dieci minuti dalla fine, Malaga in paradiso, servirebbero due gol ai tedeschi. Ed ecco che al novantesimo, su un lancio innocuo dalla difesa, Demichelis ne combina una delle sue saltando a vuoto e regalando un gol al Borussia. Ne manca un altro comunque: ti aspetteresti la giocata di Reus, il colpo di testa di Lewandowski, l’assist geniale di Gotze. E invece, dopo una mischia, ci pensa Felipe Santana a ribadire in porta: passare dal cielo delle stelle fisse all'ultimo girone dell’inferno in meno di cinque minuti. Il difensore brasiliano scrive la parola fine sull'esperienza malaguena di Joaquin, dopo una sconfitta così non ci sono più stimoli per continuare. 

Non scomparire nelle partite che contano anzi, di più, esserne protagonista.

Il 12 giugno 2013 viene acquistato a titolo definitivo per 2 milioni di euro dalla Fiorentina. Lascia la Spagna, lascia quell'Andalusia che prima con Siviglia lo aveva cresciuto e lanciato e poi con Malaga gli aveva dato un'altra possibilità. Lascia la Liga, 12 anni di Liga, 12 anni di tantissimi dribbling, 89 assist e 3000 cross.
Il primissimo impatto con il calcio italiano è di quelli difficili da interpretare e facili da spiegare. L'ala spagnola paga, a detta di Montella, una scarsa propensione al sacrificio negli allenamenti. L'ex Malaga però non tarda, grazie anche alla sua esperienza e al supporto dello staff tecnico, ad adattarsi ai nuovi ritmi del calcio italiano.
La vera vittoria però il cabinet di Montella l’ha ottenuta in un altro aspetto del gioco, la fase difensiva: mai nessun allenatore (fra i quali anche Manuel Pellegrini e Quique Sanchez Flores) era riuscito ad inculcare nella testa de El Pisha la dedizione alla fase meno nobile del gioco. Rispetto allo Joaquin versione spagnola, quello visto in riva all’Arno, ha aumentato di molto la porzione di campo coperta quando c’è da rincorrere l’avversario. 

Joaquin torero

Segna il suo primo gol in maglia viola il 20 ottobre 2013 nella gara di campionato Fiorentina-Juventus (4-2).
La prima stagione in serie A si conclude con 27 presenze e 2 gol, 37 e 5 complessivamente in stagione.

Il gol di Joaquin alla Juventus.

Non sono tanto le cifre, seppur rispettabili, a definire l'importanza di Joaquin. Lo spagnolo non è palesemente più l'ala tutta sprint e dribbling di un tempo, il fisico è cambiato, la testa pure. La classe e la qualità, però, unite all'esperienza accumulata gli consentono di essere ancora determinante, magari con altri compiti e in un altro contesto di gioco. La sua lettura enciclopedica delle azioni offensive è un'arma che usa con saggezza ed equilibrio. Semplicità di giocata, padronanza e controllo degli spazi, tocchi semplici e utili, intelligenza tattica raffinata: è questo il nuovo repertorio, completamente agli antipodi con la rapidità supersonica con il pallone tra i piedi di inizio carriera. L'eleganza, però, è sempre la stessa, immutata.
Tatticamente, il nuovo Joaquin di Firenze offre molte possibilità. Arriva come vice Cuadrado nel 3-5-2 ma progressivamente, anche per la fluidità del modulo tattico viola, ricopre i ruoli di esterno alto d'attacco o di seconda punta.
L'impressione dominante che si ha, vedendolo giocare, è che la squadra diventi automaticamente più organizzata e sicura al suo ingresso.
A Firenze lo hanno rinominato "mata grandi" per aver segnato in campionato solo contro Juventus (nello storico 4-2) e Napoli (gol decisivo al San Paolo).
La stagione successiva, cioè questa che è appena finita, inizia così come era partita la prima. Joaquin ha tante difficoltà, stavolta legate al modulo. I primi mesi sono davvero duri. Né il 4-3-1-2 né il 3-5-2 gli permettono di avere un posto stabilmente fisso da titolare, Montella lo vede esclusivamente come esterno puro d'attacco, al massimo seconda punta, ma molto raramente. Questa volta è il profilo tattico della Fiorentina a penalizzarlo ma El Pisha non cade neanche stavolta, lavoro giorno dopo giorno e risponde a tutti: critiche, avversari, detrattori. Joaquin ha bisogno di giocare con continuità ma improvvisamente capisce che può diventare un'arma tattica devastante da usare a partita in corso. Come nella partita contro il Milan quando entra negli ultimi minuti e con un assist e un gol ribalta il risultato.
Ci sono state altre perle del talento dell'andaluso. Quel gol contro il Palermo, ad esempio, bello come un dipinto di Velazquez. È impressionante come si riesca a cogliere l'aurea del suo talento in quello che fa: sacralizza ogni tocco, ogni finta, ogni dribbling.  

Classe, tecnica e reminescenza. Leggerezza applicata al calcio.

Forse quella continuità nella storia di Joaquin è rappresentata metaforicamente dalla linea laterale, quella linea di campo che lo spagnolo ha sempre accarezzato sfidando gli avversari.
Oppure l'elemento di continuità per Joaquin è espresso perfettamente dal soprannome che aveva a Siviglia: "la finta y el sprint", la finta e lo scatto, quella capacità di fermarsi e ripartire. Si è fermato tante volte e tante volte lo hanno dato per finito o lo hanno considerato una delusione; ma è sempre ripartito.
O forse, ancora, la vera natura dell'andaluso va ricercata nel suo soprannome originario. El Pisha è un soprannome particolare, qualcuno che riesce ad eccellere in un determinato campo (sportivo, artistico, etc.) ma è anche una forma amichevole di salutare gli amici più intimi. Eccellenza e intimità, familiarità. Niente riesce ad esprimere meglio il concetto totale "Joaquin", prima dell'uomo e del calciatore.



venerdì 29 maggio 2015

Unai Emery, lo scultore di finali


Poco tempo fa, quelli che seguono Unai Emery si sono stupiti per una frase. La scorsa stagione, dopo un derby con il Betis pieno di passione, l’allenatore spagnolo fu tacito, sincero, il suo Siviglia "aveva saputo competere". Competere, un qualcosa che non solo è implicito nel suo Siviglia, ma è un'essenza che lo ha accompagnato ovunque lui sia passato.

Un cammino di gloria, lavoro, illusione e fatica.




Calciatore modesto, senza una grande carriera nell'élite del calcio, è stato il ruolo di allenatore che lo ha messo tra i grandi. Terzino sinistro, prima di passare per squadre più rappresentative del calcio spagnolo, Emery ha dimostrato la sua abilità con il pallone in squadre come la Real Sociedad, il Club Deportivo Toledo, il Racing di Ferrol, il Leganès e infine il Lorca, squadra dove appese gli scarpini al chiodo e prese coscienza di quello che sarebbe stato il suo hàbitat naturale: la panchina.




La sua mente aperta e il suo voler imparare lo hanno portato a unire la sua carriera come calciatore con lo studio. Così, le sue tappe a Ferrol, Leganès e Toledo furono accompagnate dal titolo nazionale di allenatore e dalla laurea in "Gestione e amministrazione di aziende sportive", una prova di una mente sempre in lavoro. Forse proprio quella che lo ha portato ad essere oggi uno degli allenatori più in voga nel panorama calcistico mondiale.  

Questa situazione gli aprì una nuova via. Era la giornata 17 della stagione 2004/2005 quando il Lorca cambiò il destino di Unai Emery. Pedro Reverte, presidente e direttore sportivo della squadra di Murcia, oltre che amico personale di Unai, prese una decisione che gli avrebbe cambiato la sua vita. Era il momento che il guipuzcoano prendesse in mano la squadra. A soli 33 anni, la sua vita cambiò completamente.
Nacque suo figlio, si sposò e portò il modesto Lorca in Segunda Division. In meno di tre anni, il Lorca passava dalla fondazione alla gloria lottando nella categoria di plata, come la chiamano in Spagna, e questo si dovette in gran parte ai nuovi metodi imposti da un giovane Emery che già cominciava a far vedere quello che stava per venire.
Nel mondo del pallone si cominciò a parlare con forza di un giovane allenatore che impressionava per il suo temperamento e per la sua conoscenza del calcio. Fu talmente così che la stagione seguente, 2005/2006, l’allenatore vasco fece realtà quello che pochi credevano possibile. La squadra di Murcia riuscì a mantenere la categoria, anzi lottò per salire in Primera fino all’ultima giornata. Emery cominciava a farsi un nome nel calcio spagnolo.
Il Lorca finì quinto nella miglior stagione della sua storia. Unai era il faro di un progetto che non poteva che portare sogni in terre murciane. Durò poco però la vita dell’allenatore vasco a Lorca, un’offerta dall’Almeria lo fece migrare ancora di più a sud per continuare a crescere, correre per quella fascia e urlare, fedele al suo stile, temperamento puro e duro.





Emery cominciava la stagione 2006/2007 con la voglia di dimostrare che i due anni a Lorca non erano stati un miraggio. Quella stessa voglia riportò l’Almeria in Primera Divisiòn 27 anni dopo dall'ultima volta. Lui era l’eroe di una promozione che lo metteva di diritto tra i migliori giovani allenatori. I grandi club già gli avevano messo vari occhi sopra. A 35 anni aveva già l'esperienza necessaria per confrontarsi con il livello più alto del calcio spagnolo. Tutto il mondo parlava dei suoi metodi, dei suoi insegnamenti e della sua determinatezza per voler vincere sempre. Una carriera meteorica che lo portò in 4 anni da giocare in Segunda B ad allenare in Primera, qualcosa che non succede tutti i giorni.


La gestualità di Emery in panchina vista in modo ironico.


Il meglio, però, doveva ancora arrivare e il suo primo anno nel campionato delle stelle gli portò un'altra soddisfazione. Con uno dei budget più bassi della categoria, l'Almeria finì la stagione ottavo, facendo così ancora più grande il nome di Emery, che si inseriva con forza nelle agende di molti direttori sportivi. Una stagione che si ricorderà per sempre nella città andalusa, riuscendo a diventare la seconda miglior squadra appena promossa in Primera di tutta la storia della Liga. Tutto questo lo portò a vincere un biglietto per la piazza spagnola forse più complicata, Valencia. Un grande come la squadra ché, che pochi anni prima si giocava una finale di Champions, si affidava al giovane tecnico per resistere a una delle tappe più difficili degli ultimi anni. Le vendite polemiche di alcuni giocatori, i cambi nella direttiva e lo stesso ambiente non erano favorevoli per un allenatore giovane e senza una grande esperienza in Primera apparte il suo anno spumeggiante all’Almeria. Scommessa e rischio, tutto o niente, ma il carattere vincente e competitivo di Emery avrebbe fatto il resto. Firmò per due anni e ce ne rimase quattro. Dopo una prima stagione di cambi e dubbi, Emery prese in mano la squadra portandola fino al terzo posto per tre stagioni consecutive.




Stagioni di grande prestigio, capolavori tecnici e umani, considerando la vendita di giocatori importanti che caratterizzava la squadra anno dopo anno. Valencia non lo ringraziò mai abbastanza per tutto il lavoro che svolse e se ne andò in silenzio, senza far polemiche. Ora la squadra sta cercando di recuperare con Nuno quel prestigio che speriamo torni: l’allenatore portoghese dimostra a tratti di avere il DNA vincente del vasco.


L'addio di Emery al Valencia. È l'addio di chi ha fatto qualcosa di importante, ma che farà cose ancora più importanti.


Dopo Valencia, lo attendeva una destinazione molto particolare: Mosca. Lo Spartak provò a replicare il modello del calcio spagnolo in Russia ma durò solamente sette mesi: il freddo moscovita non era pronto per il calcio di Unai. Dopo tre mesi fermo, il destino gli dette una nuova opportunità in patria. Il Sevilla lo chiamò per sostituire Michel. Arrivò alla metà di gennaio completando un anno senza troppi elogi, una situazione che lo mise in dubbio e che continuò all’inizio della stagione seguente. Dopo 4 giornate occupava le ultime posizioni e Unai decise che era il momento di invertire la rotta.  




Emery non è più un ragazzino, si è fatto un uomo. Ha saputo creare una squadra rendendo importante ognuno dei suoi giocatori. Ha recuperato giocatori come Banega e Reyes, tra gli altri. Ha migliorato e fatto crescere Coke, Aleix Vidal e Vitolo. Ha lottato contro gli egoismi e ha dato opportunità a tutti di potersi esprimere e di dare il proprio contributo. Ha fatto sedere in panchina chi doveva starci e mai, fedele al suo stile, ha fatto prevalere un nome sopra la squadra. Un allenatore che non lascia trasparire nulla, è esattamente come si vede. Ossessionato dal mondo del calcio. Pazzo per quella fascia e stratega quando si tratta di parlare in conferenza. Un uomo al quale gli costò inserirsi nel mondo Siviglia, ma al quale già guardano i grandi colossi di Europa interessati ad affidare la gestione tecnica. Un vincente nato che riesce a competere e fare squadra.

Dopo l’epoca gloriosa di Juande Ramos, nessun allenatore era riuscito a rimanere così tanto tempo. Fino a che arrivò Unai.




Squadra e allenatore, allenatore e squadra, sono cresciuti insieme. Riaggiustò un sistema che non funzionava per cominciare a scrivere con polso deciso il suo capitolo nella storia sevillista. “Non ho detto che morirò con le mie idee”, diceva qualche tempo fa. Ma sempre ha avuto chiaro che voleva morire con le sue idee. Con un anno in più di contratto dopo essersi classificato matematicamente per giocare in Europa la prossima stagione, chiede godersi gli ultimi momenti di questa stagione prima di sedersi a parlare.
Nell’ambiente sevillista sperano che il capitolo abbia molte pagine e così anche il club. "È l’allenatore ideale", hanno dichiarato in numerose occasioni. Per questo vogliono Emery per un progetto fatto di molti anni.

Questo Emery, che si sta facendo grande a Siviglia, come fa giocare le sue squadre?
Il miglior Siviglia, nella prima fase del campionato, era quello che si poneva come obiettivo un gioco di posizione in cui i giocatori dovevano cercarsi con passaggi corti, rapidi fraseggi. Non che un gioco diretto e più verticale non avesse la sua importanza, ma non dava frutti nella prima parte della stagione come invece li ha dati nella seconda parte del campionato dove la squadra ha saputo bilanciare le due diverse inclinazioni.
I giocatori si cercano tra gli spazi per iniziare la giocata , la presenza di Banega come centrocampista centrale e Denis Suarez come mezzala è fondamentale.
Le due immagini seguenti lasciano vedere chiaramente come Emery usa molto spesso questo gioco di posizione in zone centrali. 


Si può notare la presenza di Banega tra i due centrali per iniziare il gioco e per rompere la pressione iniziale offensiva degli avversarie la presenza delle due mezzali in appoggio per iniziare la giocata.


Il miglior Siviglia non tralascia il gioco in ampiezza ma ottiene migliori risultati quando il gioco sulle fasce è proiettato verso lo sfruttamento della zona centrale ed è in funzione della ricerca dello spazio centralmente.


Suàrez e Deulofeu si posizionano insieme in posizioni interne ma ad altezze del campo diverse.  I quattro giocatori sul lato forte formano un doppio triangolo e si creano opzioni di passaggio per lanciare in profondità.


Se la situazione di gioco non permette il gioco diretto con le punte perché la difesa avversaria non lascia spazio o chiude gli spazi su Iborra, la punta di Emery, il Siviglia prova, costantemente, l’attacco sulle fasce con la salita dei terzini. 


La profondità e l’ampiezza dei laterali aiuta l’attacco della squadra di Emery con il centrocampista che cerca i terzini se non si può giocare direttamente con gli attaccanti (mancanza di profondità o di spazio tra le linee centralmente).


La crescita della squadra andalusa è stata impressionante questa stagione, superando con relativa facilità le eliminatorie in Europa senza perdere mai la vista sulla Liga. Con due finali consecutive in Europa League vinte e il record storico di punti nella Liga le luci si sono accese inesorabilmente sulla crescita dell’allenatore di Hondarribia.
La finale di Varsavia ha segnato un prima e un dopo.
È arrivato il momento di sedersi a parlare di obiettivi, due o tre anni di prolungamento. Non è un questione economica.  L’allenatore è felice a Siviglia e giocare la massima competizione continentale è una sfida che lo attrae. 
La sua lettura delle partite, il "dominio" della lavagna, la gestione della squadra: queste sono i tre massimi principi e le tre maggiori qualità di Unai.




La valutazione di Emery si è alzata partita dopo partita. Tra i suoi meriti abbiamo già citato il recupero di giocatori come Reyes e Banega, sta facendo di Sergio Rico un portiere di prima linea, ha scommesso su Aleix terzino con ottimi risultati.




A Varsavia con il suo Siviglia ha portato a casa la coppa e il biglietto per la prossima Champions da giocare con la squadra plasmata e creata da lui. Questa è una sfida che piacerebbe a Unai Emery.
Sarà ancora Sevilla casa sua o cercherà posto altrove? Le pretendenti non mancano, tra qualche settimana il mistero sarà svelato.