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lunedì 27 luglio 2015

I migliori 6 spot up players

Il ruolo del tiratore sugli scarichi è sempre più centrale nell'NBA moderna. Andiamo alla scoperta dei migliori.

di Alberto Ambrosio
In collaborazione con Pick&Pop Culture






Nell'NBA di oggi il concetto offensivo più importante è "spacing". Le spaziature sono entrate prepotentemente nel vocabolario dei coach della lega, convincendoli che in nome di questo nuovo dogma si potessero mettere in discussione i principi offensivi che hanno caratterizzato la pallacanestro moderna: oramai ogni squadra ha almeno un quintetto con 4 esterni per aprire il campo alle penetrazioni delle guardie e la tendenza sempre più marcata, come dimostrato nelle ultime finals, è che nei momenti decisivi delle partite si preferisce utilizzare quintetti sempre più bassi, arrivando a giocare addirittura senza un vero lungo. Oggi il ruolo del tiratore sugli scarichi assume dunque un’importanza ancora maggiore: la capacità di punire con continuità ed efficacia gli aiuti difensivi effettuati dalle squadre avversarie garantisce infatti sempre buone spaziature e linee di penetrazioni per gli esterni consentendo sempre una buona fluidità offensiva.

Il "nuovo" mercato NBA ha dimostrato più volte di pagare profumatamente questo tipo di giocatori quindi la domanda è lecita: chi sono i migliori 6 tiratori sugli scarichi?


6) J.J. Redick


Redick è probabilmente il miglior giocatore in uscita dai blocchi dell’intera NBA, ma anche in situazioni di spot up fa la sua figura tirando con il 46% da tre punti. Il 92% dei suoi tiri sono assistiti e in un contesto come quello dei Clippers questo si rivela di un’importanza fondamentale: con Griffin che continua a faticare con il jumper e la carenza di un’ala pericolosa dall’arco dei tre punti, JJ si conferma giocatore cardine del sistema offensivo dei Los Angeles Clippers. Nell’ultima parte di regular season Redick ha innalzato il suo livello, diventando decisivo per i playoffs in seguito al guadagno del fattore campo (sfruttato al meglio) contro i San Antonio Spurs: l’ex Duke ha infatti segnato più di 20 punti a partita con il 47% da tre, 50% dal campo e 97% dalla lunetta, trascinando alla vittoria i Clippers in 16 delle ultime 19 partite.  In situazioni di spot up è altrettanto dominante, realizzando 1.23 punti per possesso con una percentuale reale del 62%.




5) Marco Belinelli


Nel 2010 la carriera NBA di Marco stava per finire: dopo tre stagioni in cui vedeva il campo solamente nel garbage time Belinelli approda a New Orleans dove finalmente trova la fiducia di cui aveva disperatamente bisogno. Da lì è cominciata la sua vera carriera negli States, la sua rivincita nei confronti di chi lo ha tenuto per quasi due stagioni intere seduto in panchina. Ma non è solo lo straordinario rapporto umano che si instaura con Chris Paul a renderlo un giocatore decisivo: la sua crescita tecnica e fisica parte proprio da New Orleans passando per Chicago e concretizzandosi definitivamente a San Antonio sotto l’incredibile competenza di Chip Engelland. A New Orleans impara a farsi trovare nel posto giusto al momento giusto, a Chicago compie una maturazione fisica per limitare le sue carenza difensive e a San Antonio affina ulteriormente la tecnica di tiro, diventando estremamente più stabile con la parte superiore del corpo, senza quindi buttarsi all’indietro come spesso faceva. I numeri in spot up sono da elité NBA: il 37% dei suoi tiri sono presi proprio in questa situazione di gioco, realizzando 1.23 punti per possesso. 




4) Khris Middleton


Come passare dalla D-league ad essere uno dei migliori 2 way player della lega in 3 anni? Citofonare casa Middleton. Khris era considerato un giocatore inadatto al gioco NBA, troppo lento per marcare le guardie, acerbo offensivamente, senza esplosività e senza un tiro dalla distanza efficace. Per questo motivo a Detroit è stato considerato poco-nulla: dopo qualche apparizione nella lega di sviluppo è stato mandato a Milwaukee come elemento accessorio nella trade Knight-Jennings, dove ha finalmente potuto crescere con tranquillità esprimendo il proprio gioco senza necessariamente essere decisivo fin da subito. Oggi Middleton è uno dei migliori spot up player dell’intera NBA: nonostante la particolare tecnica di tiro la sua efficacia ha raggiunto livelli tali da convincere Jason Kidd a “promuoverlo” prima opzione offensiva della squadra dopo la partenza di Brandon Knight. Per far capire la sua importanza nel sistema offensivo di Milwaukee basta dire che quando Khris tira con più del 40% la squadra ha un record di 23-18: in un roster privo di tiratori come quello di Milwaukee, un giocatore capace di prendersi tiri in spot up e di punire le rotazioni difensive avversarie è semplicemente imprescindibile.




3) Stephen Curry



Ha dominato la stagione dalla prima all’ultima partita e ha avuto praticamente nessun passo falso. In questa classifica Steph doveva esserci, non solo per le strepitose prestazioni offensive che ha offerto a tutti noi, ma anche per la straordinaria ecletticità fuori dall'arco dei 7,25: che sia palleggio arresto e tiro, uscita dai blocchi o spot up, Curry riesce comunque a realizzare più di un punto per possesso ogni volta che alza la mano per tirare. Il suo vero punto di forza è il tempismo e la rapidità impressionante nel rilascio, nonostante tecnicamente questo non venga effettuato all’altezza convenzionale.

Come detto, Steph domina anche in spot up: dei giocatori con più di 100 possessi in questa particolare situazione di gioco Curry è terzo con 1.33 punti per possesso: per un tiratore così atipico e con quelle caratteristiche tecniche è realmente un dato impressionante.






2) Klay Thompson



Non è necessariamente "poetry in motion", il movimento di tiro di Klay Thompson però è l’assoluta perfezione tecnica: chiunque dovrebbe prendere come esempio lui per impostare una nuova meccanica di tiro, nello stesso modo in cui un giovane golfista studia lo swing di Louis Oosthuizen o un tennista il diritto di Roger Federer. Solidità impressionante, eccellente verticalità e rilascio semplicemente perfetto, il modo in cui si eleva per prendere il tiro è l’essenza del “pure shooter” perché la qualità del movimento delle caviglie è a livelli raggiunti solo da Ray Allen e Reggie Miller negli ultimi 20 anni. Le sue percentuali in situazioni di spot up confermano la qualità tecnica del movimento: 55% da 3 e quasi 1.5 punti per possesso, superiori anche ai punti per possesso realizzati da Lebron in transizione.

Klay è stato anch’egli decisivo nella stagione dominata dalla sua squadra: in un sistema piuttosto democratico e con una circolazione di palla quasi esasperata, avere un giocatore pericoloso dal perimetro come Klay Thompson costringe la difesa avversaria a tenere sempre un occhio di riguardo verso di lui. L’impatto offensivo di Thompson non si misura esclusivamente dai punti o dagli assist, la sua pericolosità ha liberato numerose volte i suoi compagni, permettendo loro infatti di realizzare un tiro che in situazioni diverse sarebbe stato contestato.





1) Kyle Korver



Korver è uno dei giocatori che incide maggiormente sulle scelte difensive della squadra avversaria, costringendola a muoversi in modo innaturale mantenendo sempre e comunque un uomo a meno di un metro di distanza da lui: il vero punto di forza di Kyle è l’impressionante rapidità di tiro e l’altezza del rilascio della palla che impedisce a qualunque tipo di difensore di contestare realmente l’esecuzione. I numeri sono probabilmente meno incredibili di quelli di Thompson, ma questo è giustificato dall'attenzione spasmodica che le difese riservano al tiratore di Atlanta: il 24% dei suoi possessi è finalizzato con un tiro in spot up e questo viene realizzato con 1.36 punti per possesso.




Articolo a cura di Alberto Ambrosio

domenica 22 marzo 2015

I 6 classici più importanti degli ultimi anni


C'è chi dice che il mondo intero si fermi per 90 minuti, c'è chi dice che Barcellona e Real Madrid non siano solo le due squadre di calcio più influenti su questo pianeta ma incarnino due filosofie opposte, due universi paralleli che ogni tanto si scontrano e qualcosa succede. Barcellona - Real Madrid, ontologicamente, è l'esaltazione della dicotomia calcistica mondiale. Blaugrana e Blancos come Hegel e Kant, Coppi e Bartali, Fellini e Visconti, Usa e Urss, Apple e Microsoft, Beatles e Rolling Stones, yin e yang, caffè e tè.
<<L'uomo saggio impara molte cose dai suoi nemici>> diceva Aristofane ed è indubbio che l'altissima competizione tra i due club abbia contribuito a scavare il solco che divide questi due pianeti calcistici dalla maggior parte degli altri top team europei.

Vi presentiamo i 6 Barcellona–Real Madrid più importanti degli ultimi anni.





El Clásico: más que un partido! (castigliano, Madrid)
El Clasìc: mes que un partit! (catalano, Barcellona)


Real Madrid - Barcellona 0-3 19/11/2005


E' il 19 novembre 2005 quando al Bernabeu si gioca Real Madrid-Barcellona. Il Barcellona è quello di Frank Rijkaard che alla fine della stagione alzerà la coppa dalle grandi orecchie nel cielo di Parigi. Questa partita è passata alla storia, anzi alla leggenda, come la consacrazione definitiva di un talento straordinario: Ronaldinho. Il brasiliano gioca forse la miglior partita della sua carriera, sigla un gol meraviglioso, seguito da un altro fotocopia del primo. Anche i tifosi del Real si alzano in piedi ad applaudire. Il match si conclude con il risultato di 0-3 a favore del Barcellona, ma il tabellino francamente sembra non importare a nessuno. Ecco la forza di Ronaldinho.










Il Gaucho, però, è più di un semplice grande campione del calcio. Non è solo un funambolo tutto samba e dribbling, non è solo un'artista, non è solo un atleta capace delle più potenti ed estetiche progressioni palla al piede mai viste in un rettangolo verde. Ronaldinho è la mistificazione del calcio brasiliano, la perfetta unione di tutti i pregi e tutti i difetti del calcio verdeoro incarnata in 181 cm e 80 kg (incerto) di puro e sopraffino talento calcistico. 
<<E' l'unico giocatore che ho visto sorridere dopo aver colpito un palo in una semifinale di Champions League>>  dirà qualcuno. <<Pagherei il biglietto solo per vedere Ronaldinho che fa il raccattapalle>> dirà qualcun'altro.
Invece Josè Altafini, nella telecronaca di quel classico su Sky, dirà con quel suo tono di voce a metà tra l'entusiasmo di un bambino e l'estasi di un monaco tibetano: <<Ronaldinho è il messia, ha riportato il calcio sulla terra>>. Ecco, sulla copertina del manuale del calcio, amici, c'è lui: Ronaldinho, al Bernabeu, in una sera qualsiasi di un 19 novembre qualsiasi. Quando c'è Ronaldinho tutto il resto, francamente, sembra non importare a nessuno.


Barcellona - Real Madrid 5-0 29/11/2010

E' il primo classico sulla panchina madridista per Jose Mourinho ed è forse la sua sconfitta più “pesante” e difficile da digerire.
Dal punto di vista catalano il match rappresenta l'idealizzazione di un modello calcistico che affonda le sue radici nel contesto sociale, politico e popolare.
Il Barcellona è una squadra che appartiene alla metafisica e che arriva a sfiorare il divino. Il Real Madrid di Mourinho, per quanto forte e modernissimo, è una squadra troppo lineare. Citando Sandro Modeo “Sembra di vedere un corpo solido contro un corpo liquido, una squadra molto forte (anche fisicamente) che cerca di piantare dei chiodi nell'acqua.”
La manita chiude il cerchio con la storia blaugrana: da quella del Barcellona del Cruijff giocatore nel '74 a questa di Guardiola allenatore nel 2010 passando per quella del '94 del Cruijff allenatore e Guardiola giocatore. E' la giostra della vita del calcio catalano, è il ciclo del calcio totale.




Il Barcellona esalta tutte le proprie caratteristiche generali e specifiche. Spazialmente nel campo si dispone in 20/30 metri di lunghezza, ma pronto a coprire tutta la larghezza del terreno di gioco, con la linea difensiva a metà campo per sfruttare il fuorigioco all'occorrenza. Le fasi di possesso e non possesso si specchiano l'una nell'altra senza mai scucirsi e scollegarsi.
Tutti i gol vengono da dinamiche di gioco esaltanti. Il terzo ed il quarto sono esemplificativi della costante ed ossessiva ricerca della profondità: grandi tagli di Villa su filtranti laser di Messi.
Leo è illegale quando parte con il suo sinistro dalla fascia destra per poi accentrarsi tranciando la trequarti con assist straordinari per i tagli a tutta velocità e con i tempi giusti dei suoi compagni.


Il primo gol di Xavi, invece, esalta la caratteristica dei catalani meno sottolineata ed elogiata: il coraggio. Non basta essere i più forti come squadra, non basta aver il migliore allenatore, non basta avere il calciatore più forte, bisogna avere il coraggio per giocare in quel modo! Ecco che Xavi imposta poco prima della mediana smarcandosi da un avversario e smistando verso un compagno libero, poi lo ritroviamo a centrocampo quando dà il ritmo con un tocco di prima alla transizione blaugrana per giungere infine in area a controllare il pallone (in modo fortunato oppure sfiorando la fisica, dipende dai punti di vista) e a scavalcare Casillas con un pallonetto. Calcio totale fa rima con coraggio.


Real Madrid - Barcellona 3-1 25/10/2014

Doveva essere il Classico di Suarez, che tornava in campo dopo la squalifica di 4 mesi, invece è il classico dei campioni d'Europa che mettono il vestito da transizioni supersoniche delle grandi serate e fanno una figura sfavillante di fronte ad un Barcellona pieno di possibilità e potenzialità ma poco concreto, troppo leggero. Gli ospiti galleggiano nell'aria e il Madrid affonda le sue lame affilate negli spazi lasciati dagli impacciati blaugrana.
Messi e compagni vivono ancora una profonda crisi d'identità a metà tra il ricordo di una squadra e di una chimica di squadra - imbattibili ma ormai inesistenti - e tra il progetto di un nuovo percorso tecnico-tattico. Soprattutto, fatto inusuale da anni, il Barcellona inizia questo classico da sfavorito.




Luis Enrique tiene Suarez e Neymar molto larghi e mostra al mondo ufficialmente il suo progetto di far arretrare Messi in fase di possesso palla per concedergli più palloni e allo stesso tempo permettendo agli altri due di aggredire lo spazio libero.
Il Barcellona passa in vantaggio ed è merito di una bellissima combinazione dei tre davanti: Suarez largo a destra cambia gioco per Neymar che taglia verso l'interno del campo, movimento a liberare spazio di Messi, finta del brasiliano e pallone nell'angolino.
La partita però cambia e il Barcellona si riscopre incapace di difendersi dalle mortifere ripartenze del Madrid. Segnano Ronaldo su rigore, provocato da un fallo di mano di Pique dopo una tambureggiante azione di Marcelo, Pepe di testa tutto solo sugli sviluppi di un calcio d'angolo e Benzema.
Ecco, il gol di Benzema merita un piccolo discorso a parte, non per il gol in sé o per lo splendido contropiede o per la bellezza e l'armonia nel vedere le maglie bianche avanzare negli spazi larghi della difesa di un Barcellona ormai completamente privo del precario e rarefatto equilibrio custodito durante la partita. Il nocciolo della questione è l'assist, semplicemente perfetto: è un passo di bambuco, è il colpo de "El Diez" dei Cafeteros, quel "Khames" che aveva fatto innamorare gli amanti del calcio di mezzo mondo ai mondiali brasiliani e che adesso, con quel tocco in profondità delicato ma allo stesso tempo deciso, si è preso il Bernabeu.



Real Madrid - Barcellona 0-2 27/04/2011
<<Si decide stasera, con il terzo atto della trilogia, la sfida infinita tra...>>. Sono sicuro che molti di voi avranno riconosciuto questa ormai celeberrima introduzione. Naturalmente si tratta del proemio di Arsenal-Liverpool, Champions League 2008, pronunciato da Massimo Marianella in una delle più deliranti telecronache del giornalismo sportivo italiano. Se però si parla di trilogia nel calcio, l’unica in grado di competere con i vari Guerre Stellari, The Bourne, Il Padrino, è quella andata in atto nell’aprile 2011 tra Real Madrid e Barcellona, un thriller degno del miglior Quentin Tarantino. E giacchè l’ho invocato, proprio in onore del regista di Pulp Fiction, non vi racconterò delle sfide in ordine cronologico.



27 aprile 2011, Santiago Bernabeu. Tensione palpabile nella semifinale di Champions tra merengues e culè. E’ periodo di piena egemonia blaugrana, non sembra esserci nessuno in grado di ostacolare Guardiola e soci, anche perché tale livello di perfezione non è umanamente osteggiabile. Il Messi del 2011 è ineffabile per la ragione umana, è quella cosa in sé non ascrivibile ad alcuna categoria fenomenica. Xavi gioca a ritmi e tocchi da futsal in un campo da calcio e il motore immobile è Guardiola; probabilmente nei prossimi anni distingueranno la storia del calcio in a.G e d.G.. Sulla sponda opposta Mourinho cerca di instillare nei suoi la solita sindrome da accerchiamento, un’ arma a doppio taglio, vana senza una sottomissione totale della volontà dei singoli (ed un Cristiano Ronaldo in questa posizione non ce lo vedo proprio). I blancos si sovraccaricano di energia negativa, in alcuni frangenti del match Pepe marca a uomo Messi. La strategia inizialmente paga, la parità si perpetua nonostante lo sbilanciamento difensivo dei padroni di casa. Ma a mezz’ora dal termine, un accidioso fummo offusca la mente di Pepe, che interviene in gioco pericoloso su Dani Alves. Per alcuni l’espulsione è d’obbligo, per altri meno, ma Stark opta per il rosso. Guardiola coglie l’attimo fuggente, inserisce Afellay (quanto era forte nel 2011?!) e da lì in poi la partita ha un nome e un cognome: Lionel Messi. Dapprima sfrutta una scorribanda dell’olandese per insaccare di piatto, poi dipinge un capolavoro tipico solo di chi nasce in Argentina, più precisamente a Rosario o a Lanùs. Il post partita invece, è entrato nell’immaginario collettivo come una delle più grandi parate di culo dello sport, solo Jose Mourinho avrebbe potuto. Porquè?
La vendetta è un piatto che va servito freddo, Guardiola ha saputo redimersi. Già, perché una settimana prima il Real aveva soffiato la Coppa del Re ai catalani.


Real Madrid - Barcellona 1-0 20/04/2011
20 aprile 2011, Mestalla. Dopo il pareggio in campionato per 1 a 1 al Bernabeu, La Comunidad Valenciana ospita la finale dell’ex Copa del Generalisimo. Mourinho adotta un 4-3-3 che permette di pressare il centrocampo blaugrana e di innescare Ronaldo nelle transizioni offensive. Proprio il portoghese sciorinerà una delle migliori prestazioni della sua carriera. 



Il sistema dei blancos imbriglia il fraseggio di Xavi e Iniesta ed ammansisce Pedro e Villa privi di rifornimenti: uno dei tanti capolavori tattici del mago di Setubal. La partita è comunque godibile ed equilibrata, perché nonostante l’ingolfamento di ogni linea di passaggio, Messi pratica un altro sport ed è limitato solo dal rude trattamento di Pepe e sodali. Cristiano più prosaicamente divora l’erba davanti a sé, è indiavolato, vede la porta da qualsiasi posizione. I supplementari sono la soluzione più ovvia. Il canovaccio è il medesimo, fino a quando al 103’ i polmoni di Adriano vanno in riserva. CR7 si fionda verso l’area avversaria, dove puntuale scarta il cioccolatino confezionato da Di Maria: un colpo di testa imparabile, come quelli infallibili di Virtua Striker. Finisce così, Real campione, unica consolazione in una stagione irradiata dello stordente bagliore rosso e blu. Ma le peripezie non sono ancora terminate, ed un episodio inconsueto nei festeggiamenti diventa il paradigma dell’annata madridista, pervasa in generale da un senso di impotenza nei confronti dei rivali e del destino: sul pullman scoperto, la coppa scivola dalle mani di Sergio Ramos, frantumandosi in mille pezzi. Non c’è pace neanche nella vittoria per la squadra di Florentino Perez.




Dopo l’amara sconfitta, la redazione di Eurosport scriveva questo a proposito di Guardiola:« C’è qualcosa che non va nello sguardo e negli atteggiamenti dell’allenatore del Barcellona. Una mancanza di serenità che si trasmette in modo decisivo agli uomini in campo. Nessun cambio nei 90 minuti che mettono in luce quelli che potrebbero essere strappi ormai netti. L’era Pep sembra davvero ai titoli di coda». Non sapevano che da lì a un mese avrebbero assistito ad uno spettacolo abbacinante, il cui sipario sarebbe calato solo con la traversa di Messi al Camp Nou contro il Chelsea l’anno successivo.


Real Madrid - Barcellona 2-6 2/05/2009

Quelle stagioni a cavallo tra 2008 e 2012 sono state irripetibili, ma probabilmente non le avremmo vissute senza Real Madrid Barcellona del 2 maggio 2009. Siamo di nuovo al vecchio stadio Chamartin. E’ il primo anno di gestione Guardiola, quando all’inizio il centrale titolare era Gabri Milito, Messi non era centravanti ed Henry continuava a spiegare calcio. Dopo la sconfitta per 2 a 0 nel Clasico dell’andata, il Real inanella diciassette risultati utili consecutivi, con un solo pareggio. Tanto basta per giungere al nuovo scontro diretto con soli quattro punti di svantaggio a cinque giornate dal termine.



Prima abbiamo parlato di Marianella, ma così come il buon massimo appartiene alla Premier e viceversa, anche Trevisani trasuda Liga da ogni poro. Per quanto Stefano Borghi sia altrettanto capace (sublime quando si tratta di Sud America), il campionato spagnolo DEVE essere materia di Riccardo, così come quello inglese dovrebbe tornare a Marianella. Altrimenti dovrebbero diminuire la tariffa mensile di Sky.


I pronostici sembrano sovvertiti definitivamente quando Higuain porta in vantaggio i blancos. Ma da lì in poi divampa l’incendio blaugrana, 3 a 1 e risultato ribaltato nel primo tempo (Henry, Puyol, Messi). Gli ospiti continuano ad ordire le solite trame di gioco, ma Ramos li sorprende di testa per il 3 a 2. E’ l’unica fiammella di speranza nella disastrosa gara del madridista, che più tardi si dimentica completamente di Henry e gli concede il 4-2. Il 5 a 2 lo segna Messi, ma ci sarebbe da scrivere un manuale sulla protezione di palla e relativa capacità di smarcamento di Xavi. Piquè mette il punto esclamativo, 6 a 2, centesimo gol in Liga del Barcellona, proiettato ormai verso la polemica semifinale di Champions a Stamford Bridge e con un vantaggio di sette punti sulla seconda in campionato. La domenica successiva il Real, perdendo col Villarreal, sancirà la vittoria matematica degli azulgrana in Liga e spianerà la strada a Guardiola verso il triplete.           


giovedì 12 marzo 2015

I 6 gol più belli del Sassuolo fino a questo punto del campionato

Quando nel calcio si parla di gioco da provinciale, si intende una squadra (in genere piccola) che ne affronta un'altra (in genere più forte) giocando tutta la partita chiusa dietro in attesa di affondare il colpo. È già da tempo che le squadre piccole riescono a strappare non pochi punti alle "big". Prendiamo in considerazione una "provinciale" che ha sorpreso per il suo gioco: il Sassuolo. È una squadra che non rinuncia mai a giocare e spesso lo fa alla grande. Se osservate Di Francesco nel corso della partita, lo vedrete nervoso quando la squadra commette imprecisioni difensive, ma soprattutto lo vedrete infuriarsi a seguito di errori di impostazione, segno che il suo obbiettivo principale è insegnare alla squadra la costruzione dell'azione e a fare goal. In questa ideale classifica raccogliamo i 6 gol più belli del campionato disputato dal Sassuolo.



1) Zaza vs Milan



Goal che si commenta da solo. Tiro al volo su un cross da calcio d'angolo, Zaza impatta perfettamente di piatto il pallone, portiere che nulla può fare. Goal probabilmente viziato da un blocco falloso contro la difesa del Milan, ma il gesto tecnico è super.




2) Zaza vs Inter



A rendere grande questo goal è il coeficiente di difficoltà: dopo un'azione basata su scambi rapidi rasoterra a sinistra, arriva un cross basso ma a palla rimbalzante per Zaza che in un attimo e in fazzoletto stoppa, si gira e tira (e che tiro) prima che il non incolpevole Vidic possa fermarlo. 




3) Sansone vs Milan 



Strepitosa palla di Berardi sul movimento in area di Sansone che stoppa di petto e segna. La parte più bella di questo goal è sicuramente lo stop perfetto di Sansone in velocità in uno spazio piuttosto stretto, perchè c'era il rischio di un'uscita del portiere. 




4) Taider vs Parma



E' giusto acclamare Pogba quando segna grandi goal dalla distanza (e c'è da dire che lo fa spesso), così come è giusto sottolineare lo stop con cui Taider si aggiusta la palla dopo un traversone respinto e il gran tiro di potenza da fuori area sotto l'incrocio. 



5) Zaza vs Juventus


La cosa più interessante di questo goal è la rapidità di gioco. Vrsaljko crossa sul secondo palo, Longhi fa da sponda per Zaza che tira di prima trovando la respinta di Bonucci, di nuovo Longhi crossa rasoterra di prima intenzione per Zaza che subito la mette dentro. 




6) Zaza vs Cagliari 



Berardi da destra pennella sul secondo palo per Zaza che, seguito male dal marcatore, segna al volo di sinistro. 

giovedì 26 febbraio 2015

I 6 momenti più intensi della storia del Bari


Un tifoso del Bari ci racconta i suoi 6 momenti più intensi della storia del Bari.

Scrivo da tifoso del Bari, 17 anni di passione biancorossa. Ho incominciato a seguire la squadra biancorossa dalla giovane età di 10 anni con il Bari di Conte, che ora tutti conoscono come Ct della nazionale, ma pochi come allenatore del Bari. Subentrò a Materazzi, padre del noto difensore Marco, dopo un disastroso derby contro il Lecce perso al San Nicola per 4-0. Il mio primo campionato fu quello, il Bari targato Antonio Conte inanellò una serie di vittorie che portarono la compagine barese dalla zona rossa della classifica ad un passo dai play-off. L’impresa fu solo rimandata di un anno, la stagione seguente il Bari disintegrò il campionato e poté accedere alla massima serie. Oggi io mi occuperò dei 6 momenti più belli del Bari che ho vissuto o che mi hanno raccontato.



1) Una meravigliosa stagione fallimentare




Al primo posto piazzo sicuramente il fallimento pilotato e tutto ciò che ne consegue. L’annata scorsa che è diventata un docufilm da poco: "Una meravigliosa stagione fallimentare". Bari si liberò dell’egemonia dei Matarrese e una città intera si prese carico di una squadra, le uniche entrate  erano quelle dei botteghini che registravano numeri da serie A. L’exploit si raggiunse in Bari - Latina quando il San Nicola ospitò 60.000 spettatori desiderosi di rientrare nel calcio che conta. La cavalcata fu interrotta da un duplice pareggio per 2-2 contro i laziali che passarono per le regole del campionato di serie B che favoriscono la squadra piazzatosi in maniera migliore nella regular season.





2) Bari - Lanciano 4-3




Una storica rimonta di una squadra che quell'anno aveva poco da chiedere. L’urlo dei 5.000 che non hanno mai mollato, il ruggito di una squadra che era sommersa dalle penalizzazioni e chiedeva aiuto alle istituzioni ma soprattutto al suo pubblico. Il Bari era sotto per 3-0 contro il Lanciano, in 19’ il Bari riuscì a segnare quattro gol ed entrare nella storia.



3) Il ritorno da Piacenza




La squadra di Mister Conte, che come detto prima disintegrò il campionato, era attesa in città per la festa. La sconfitta del Livorno  in casa con la Triestina consentì al Bari la matematica promozione. A Piacenza fu una passerella di rito ma più emozionante fu il ritorno in Piazza Prefettura che accolse 100.00 baresi che, in concomitanza con la festa del Santo Patrono San Nicola, festeggiarono in piazza.





4) Juventus - Bari 2-1


Antonio, detto Totò, Lopez


Questa per me è solo storia raccontata da gente con qualche capello bianco in più di me. Una squadra di Serie C, il Bari di Bruno Bolchi, passò in Coppa Italia contro la Juventus di Platini, Scirea, Zoff, tanto per citarne qualcuno. Il Bari vinse a Torino con un gol di Totò Lopez  in zona Cesarini.  I biancorossi al ritorno pareggiano per 2-2 in uno Stadio Della Vittoria stracolmo, come non si era mai visto. Il Bari di Bolchi dopo aver battuto la Juventus, superò anche i quarti di finale contro la Fiorentina: si arrese solo alla corazzata Verona, guidata da Bagnoli, che poi vincerà lo scudetto nella stagione successiva.



5) Bari - Juventus 3-1




Questa vittoria è di ben altra epoca. Risale al campionato dei record con Mister Giampiero Ventura, arrivato a Bari a fari spenti scelto dal solito Giorgio Perinetti. Ho preso questa partita come simbolo di un campionato disputato per "libidine", come affermò il mister. Se ne potrebbero citare molte altre, dal pareggio contro l’Inter di Mourinho a San Siro oppure la vittoria contro la Lazio all’Olimpico di Roma o anche lo sfortunato esodo di 13.000 baresi che invasero Roma in occasione di Roma - Bari. Tornando al match, il Bari surclassò la vecchia signore che si dovette arrendere alle geometrie disegnate con perfezione dal centrocampo Almiron - Donati, alla  velocità di Alvarez e alla sintonia della coppia Barreto - Meggiorini. Il Bari di Ventura finì il campionato al decimo posto collezionando il record di punti nella storia del Bari. 


6) Giovanni Loseto

Giovanni Loseto


Credo che questo non vada considerato un momento o una partita ma il capitano del Bari va considerata storia.  Una colonna portante del calcio biancorosso. Barese verace che ama i colori biancorossi e tutt’ora segue la squadra biancorossa all’interno.  Episodio tratto dal libro La mia voce in biancorosso di Michele Salomone:
In sala stampa nel post partita, Michele Salomone:” Giovanni, un bel gol, ma come hai fatto?”
Loseto risponde ironicamente: "Mchè, stut u mcrfon, so trat a cazz e so fatt u gol a cul". (Michele, spegni il microfono, ho tirato male ed ho fatto un gol fortunoso)
Si riaccende il microfono e lui spiega: "Mi sono inserito, ho visto il portiere un po’ fuori e ho mirato lo specchio della porta".
Il simbolo della baresità.