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venerdì 10 maggio 2019

Il futuro del tennis italiano

Siamo stati a Roma per assistere alla splendida sfida tra Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. Ci ha lasciato numerose indicazioni interessanti

di Federico Principi (@fedprinc)



Foto Felice Calabrò

Ci sono due linee attraverso cui si sviluppa il piano narrativo della sfida andata in scena a Roma tra Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, e più in generale del loro confronto in senso ampio. La prima linea è quella della continuità, perfettamente rappresentata dalla cornice dello stadio Pietrangeli. Nell'arena preferita dei giocatori italiani si sono date battaglia le nostre due migliori promesse, decise a proseguire il filone della tradizione del tennis italiano proprio nella sua cornice più rappresentativa. Il secondo filo narrativo è quello del punto di rottura: non solo e non tanto perché Sinner e Musetti rappresentano le naturali evoluzioni di tipologie di giocatori già esistenti, anche in Italia, ma soprattutto perché potrebbero forse essere finalmente i primi a dare in futuro quella definitiva sterzata del tennis italiano verso l'élite, i primi a dare i frutti della nuova organizzazione interna della formazione tecnica federale di qualche anno fa.

La loro sfida delle pre-qualificazioni non verrà conteggiata nelle statistiche ufficiali, ma ci piace pensare che resterà invece scolpita nell'immaginario collettivo di un'opinione pubblica ormai stanca dell'astinenza da successi del tennis maschile nei tornei dello Slam. Anche l'atmosfera che si respirava sul Pietrangeli era un misto tra stupore, meraviglia, soddisfazione nel vedere forse finalmente dei junior italiani così pronti per sfondare e anche una certa dose di impazienza nel vederli all'opera con una posta in palio più elevata. L'opinione pubblica nel frattempo sembra compatta nel sostegno a entrambi ma sembra anche essersi già spaccata in modo marcato nelle preferenze tra uno dei due, in base a gusti personali a livello tecnico e caratteriale.

Musetti e Sinner sono infatti due giocatori sostanzialmente opposti, perfetti per creare un'efficacissima narrativa sulla loro rivalità, acuita dal marcato contrasto di stili. La loro diversità rende ancora più complesso decifrare le loro aspettative per il futuro, ma contribuisce invece a mantenere intatto il fascino delle loro differenti interpretazioni del gioco. Soprattutto Musetti, oltretutto, rappresenta quella classica figura rilassante e consolatoria che rifugge all'automazione del tennis contemporaneo, un tipo di tennista di cui si sente sempre più il bisogno con l'andare delle generazioni.

La sfida
Lo scontro sul Pietrangeli in questo senso non ha deluso né sul piano dell'incertezza del punteggio e dell'intensità agonistica, né proprio sul confronto di stili tra i due. La varietà di velocità, rotazioni, angoli e soluzioni tattiche ha permesso a Musetti di fare partita pari - e di procurarsi l'occasione anche di chiudere in due set - contro un giocatore in questo momento più pronto di lui ad affrontare il circuito ATP, anche in virtù di un anno in più di età - vale la pena ricordare: Sinner è classe 2001, Musetti invece 2002.

È stato proprio questo il leit-motiv generale della partita, ovvero lo scontro tra un giocatore più robusto fisicamente e dalla maggiore velocità di palla con i fondamentali a rimbalzo - cioè Sinner - e uno invece capace di mischiare maggiormente le carte, di togliere punti di riferimento. Il tennis vario di Musetti ha creato numerosi grattacapi al giovane altoatesino: Sinner ha compiuto qualche errore di troppo nel corso della partita ma quasi sempre in occasioni in cui ha dovuto mettere peso a palle sporche, volutamente giocate da Musetti soprattutto grazie al back, che hanno tolto a Sinner quelle sicurezze che di solito ha nei campi veloci dove può sfruttare di più il suo grande timing, il suo gioco più lineare, e non è costretto a mettere peso alla palla.

È proprio grazie al back e alla ricerca degli angoli più stretti attraverso il top che Musetti in molti casi ha sopperito a una sua tendenziale inferiorità sulla diagonale di rovescio. Al carrarese manca forse un po' di stabilità del corpo nel cercare il rovescio in avanti - come del resto anche a suoi colleghi più illustri dotati di rovescio a una mano - e anche questo motivo è alla base del fatto che avrebbe potuto giocare qualche lungolinea in più. Quando ha avuto tempo di caricare il colpo, tuttavia, gli angoli e le rotazioni raggiunti con il rovescio in top sono stati spesso efficaci per neutralizzare il solidissimo rovescio di Sinner e tamponare egregiamente sul lato sinistro.

Musetti cambia ritmo con il rovescio: prima gioca il back, e Sinner accorcia non riuscendo a spingere bene; poi gioca un rovescio più stretto con il top spin a uscire, che destabilizza l'altoatesino nella ricerca della palla verso l'esterno.

Le loro differenze sono state ben visibili anche sul dritto. Sinner e Musetti sembrano avere preparazioni del dritto molto moderne, quindi con il gomito ben portato indietro, e piuttosto simili rispettivamente a quelle di Alexander Zverev l'altoatesino e a Karen Khachanov invece il carrarese. Nonostante Sinner in questo momento sembrerebbe dotato di una maggiore velocità di palla, Musetti ha spesso comandato e vinto sulla diagonale del dritto quando ha avuto tempo di caricarlo, in virtù di un colpo con maggiori rotazioni. Come dal lato del rovescio ha potuto sfruttare il suo maggiore top spin, la terra battuta lo ha avvantaggiato in molti casi dal punto di vista biomeccanico anche sul lato del dritto.

Su quel lato Sinner sembra perdere un po' di timing in fase di risposta e, come detto in precedenza, gli errori disseminati lungo tutta la partita riflettono alcune sue difficoltà nel gestire i cambi di ritmo e nel dare peso alla palla. Nonostante tutto, è evidente come - almeno fino a questo momento - Sinner sembri avere una maggiore velocità di braccio sul dritto che gli consente di tirare molto forte quando gli arrivano palle piuttosto lineari all'altezza dell'anca, come del resto è abituato a fare sulle superfici dure.

Per Sinner è molto più facile tirare forte con il dritto su una palla all'altezza dell'anca che arriva già con del peso (come avviene nel colpo di chiusura) piuttosto che spingere una palla "morta", come la prima dopo il servizio, dove trova un buon angolo ma senza troppa pesantezza.

Non è detto, tuttavia, che in futuro sarà l'altoatesino ad ottenere i migliori successi sul veloce. Senza dubbio anche dal vivo è facilmente percepibile come il servizio di Musetti sia più vario di soluzioni e preciso, più pesante e con picchi di velocità decisamente maggiori. In molti punti importanti il carrarese ha tolto le castagne dal fuoco proprio grazie al servizio, nonostante la solidità in risposta del suo avversario, soprattutto di rovescio. In aggiunta a questo Musetti ha mostrato un'incredibile capacità di gestire il serve and volley non solo dal punto di vista tecnico - quindi nella gestione dei passi di avvicinamento alla rete e nell'esecuzione della prima volée - ma ha mostrato anche e soprattutto un ottimo fiuto nella scelta del momento in cui optare per il serve and volley, calibrando il fattore sorpresa. La volée è invece il punto debole più evidente di Sinner, che per ottenere successi contro giocatori più solidi dovrà appesantire ulteriormente i suoi fondamentali a rimbalzo o in alternativa lavorare profondamente sulle sue - al momento insufficienti - capacità a rete.

Cosa ci lascia il match
Al di là dello stupore nell'assistere dal vivo a un vero e proprio match junior che poteva sembrare un primo turno di un ATP 250 o un quarto di finale di un Challenger, Sinner e Musetti hanno lasciato l'impressione di possedere spiccate doti tecniche e di essere completamente al passo con i tempi nell'avanguardia del tennis contemporaneo. La loro impostazione, seppur con qualche inevitabile difetto su cui lavoreranno, sembra essere perfetta per massimizzarne i rispettivi talenti più naturali. Sia su Sinner che su Musetti i tecnici hanno certamente lavorato seguendo delle moderne regole teoriche, ma sembrano averlo fatto in modo molto armonico e per nulla soffocante sulle loro caratteristiche più naturali, esaltandone anzi le rispettive potenzialità.

Musetti e Sinner sono molto diversi sia dal punto di vista tecnico che da quello caratteriale. In loro sembrano anche ricalcarsi alcuni stereotipi osservati in decenni di tennis: da una parte l'altoatesino glaciale, mai una parola né una smorfia durante il match - anche se alla fine ha mostrato la sua personalità regalando una pallina verso le circa dieci persone dietro di me che lo hanno tifato per tutta la partita - dall'altra invece la classica immagine del ragazzo italiano focoso. Musetti è piuttosto diverso in campo di quanto non sia invece nelle interviste, dove risulta molto più pacato. L'agonismo della partita lo rende invece piuttosto irrequieto, anche se non sembra perdere la concentrazione nonostante faccia dei monologhi verso il suo angolo praticamente ad ogni punto perso, e questo forse è un aspetto su cui dovrà lavorare seppur non perdendo quella legittima dose di grinta e a volte anche di sana rabbia.

L'impressione è che la superficie abbia aiutato di più Musetti e le sue maggiori rotazioni, mentre un match tra di loro giocato sul veloce in questo momento premierebbe probabilmente Sinner con molta più facilità. Musetti a gennaio ha però vinto l'Australian Open junior su uno dei campi più veloci del circuito e non è detto che anche in futuro la terra risulterà la sua superficie preferita.

In questo momento Sinner sembra un giocatore più pronto per affrontare il circuito ATP, ma la maggiore varietà e complessità del repertorio tecnico di Musetti sembrano suggerire che dei due sia il carrarese quello ad avere le maggiori potenzialità di crescita, in questo momento anche dal punto di vista fisico. Il tennis è però uno sport dagli equilibri molto sottili e complessi e non è detto che non sarà invece proprio il giocatore "più semplice" tra i due ad avere le maggiori fortune, come del resto avvenuto in numerose occasioni in passato. Per il momento è sufficiente restare nella comoda posizione di attesa fregandosi le mani in vista del futuro.


Articolo a cura di Federico Principi

lunedì 30 gennaio 2017

Entrare nella leggenda

Roger Federer ha giocato una partita epica, ha sfruttato le incertezze di Nadal e si è definitivamente redento.

di Federico Principi







Approcciandoci a quello che molti pensano sia l'ultimo Fedal della storia a livello di finali Slam, col senno del poi ci siamo un po' tutti fatti troppo condizionare dai precedenti. Federer era indietro per 23-11 complessivamente e nella fattispecie era importante sottolineare quanto fosse indietro per 8-2 sul duro outdoor e 3-1 sul duro outdoor al meglio dei 5 set contro Nadal. È stato fin troppo frettoloso stabilire che Nadal fosse il favorito: entrambi venivano da 5 set dalle semifinali e nonostante la partita di Nadal contro Dimitrov fosse stata più lunga e giocata un giorno dopo di quella tra Federer e Wawrinka, i problemi all'adduttore di Federer condizionavano le previsioni verso una vittoria di Nadal soprattutto in caso di partita lunga.

Probabilmente il fatto che gli scorsi anni la superficie dell'Australian Open fosse una delle più lente tra quelle dei campi duri ha fatto sottovalutare quanto quella attuale fosse davvero veloce. Molti giocatori l'hanno descritta come rapidissima ma con il senno del poi si può quasi dire che le condizioni di gioco erano più simili a quelle di un campo indoor o in erba piuttosto che di un classico campo duro all'aperto degli anni Duemila.

Ovviamente tutto questo ha avvantaggiato la partita e in generale il torneo di Federer, esattamente come la superficie granulosa di qualche anno fa aveva permesso a Nadal di raggiungere numerose finali all'Australian Open dove la sua palla saltava molto, più o meno come sulla terra battuta. 

La differenza si è vista anche nelle vecchie statistiche: Federer contro Nadal all'Australian Open 2012 (su una superficie più lenta) cercava di giocare di più sul rovescio di Nadal. Temeva che giocare sul suo dritto si potesse fare solo per tirare un vincente lungolinea molto forte oppure a campo aperto (dopo aver fatto accorciare Nadal sulla diagonale destra): in caso contrario Nadal avrebbe potuto frullare il suo dritto e per Federer sarebbero iniziati i problemi. L'ultimo precedente si era invece disputato a Basilea 2015 e Federer aveva preparato diversamente la partita: il campo (indoor) è molto più veloce e le accelerazioni di dritto erano destinate molto di frequente subito verso il dritto di Nadal, che su un campo rapido non ha tempo per completare l'apertura e gioca quindi troppo spesso un dritto difensivo corto e con poco spin, molto attaccabile.

Australian Open 2012: Federer gioca 2 palle su 3 sul rovescio di Nadal. Dall'altra parte gioca tutti i vincenti a campo aperto (pallini rossi), quasi mai invece in manovra.

Basilea 2015: il dritto di Federer va più di frequente sul dritto di Nadal. La partita la vince Federer.

Federer a Melbourne quest'anno ha destinato sicuramente molte più accelerazioni immediate sul dritto di Nadal, e con lo stesso rovescio guadagnava addirittura campo in molti casi sulla diagonale sinistra, redimendosi dalla storica via crucis che ha condizionato tutto il tennis di vertice all'incirca dal 2005 al 2010. Ma non è stata l'unica chiave della vittoria di Federer che lo ha consegnato definitivamente alla leggenda e che lo condurrà al ritiro ormai senza alcun rimpianto, avendo finalmente ottenuto un (forse ultimo) titolo dello Slam.

1) Federer non ha usato il back
Il back di rovescio è forse il fondamentale dove più di ogni altro Federer può dire con orgoglio di essere sempre stato il migliore nel circuito. Il problema però sta nel distinguere i back propositivi da quelli remissivi: in troppi precedenti contro Nadal, Federer ha usato soprattutto questi ultimi. Memorabili in negativo per lo svizzero le numerose palle break sprecate nella finale di Wimbledon 2008 giocando dei brutti rovesci tagliati su molte risposte sulla seconda di Nadal, anziché provare a prendere qualche rischio con il rovescio coperto. 

Federer in generale nel corso degli anni ha capito sempre più spesso quanto Nadal, con il dritto, non soffrisse il rallentamento con il back e anzi lo sfruttasse per caricare meglio e con più precisione la palla. Un po' più difficile per lo spagnolo è giocare un rovescio a due mani efficace su un back basso. Ma in generale le palle cariche di Nadal sul rovescio di Federer sono sempre state molto difficili da gestire per il rovescio in top dello svizzero, che non poteva arretrare e colpirle in fase discendente: le ha sempre controllate meglio in back, ma questo comportava invece che in quei casi Nadal potesse accelerare meglio sulla palla successiva.

Tuttavia avevamo un po' tutti sottovalutato i miglioramenti che Federer ha fatto con Ljubicic in questi 6 mesi di stop. Già dalle partite contro Berdych e soprattutto Nishikori al quarto turno, Federer ha mostrato di avere grandissimi timing e brillantezza per tagliare meglio in diagonale con il corpo in avanti anche con la risposta. Pensare che avrebbe potuto farlo per 5 set contro Nadal sembrava utopistico, ma la superficie più rapida (con la palla di Nadal che salta di meno) e in generale un calo di top spin di Nadal negli ultimi 2-3 anni hanno permesso a Federer di controllare alla pari e molto spesso di prevalere sulla diagonale sinistra.

Insomma il rovescio anticipato e profondo accorciava tantissimo i tempi di reazione di Nadal che per lunghe fasi della partita non ha avuto il tempo di preparare il dritto. Il timing in anticipo serviva anche alla risposta in top di Federer per impedire a Nadal di impostare lo scambio fin dal primo colpo dopo il servizio. Il risultato è che Federer ha fatto la miglior partita della carriera dalla parte sinistra, senza aver perfino mai utilizzato il back che è forse il suo vero colpo migliore.

La chiave della partita: Federer risponde in anticipo e profondo con il rovescio in top, poi prende in mano la diagonale sinistra e impedisce a Nadal di caricare il dritto. Facile poi la chiusura di Federer con il suo dritto a campo vuoto.

2) Nadal non ha risposto in avanti
Prima della partita avevo scritto che Nadal era stato costretto a provare a rispondere più vicino al campo nel 2016, soprattutto sulla seconda, in particolare dopo l'infortunio al polso che ha diminuito l'accelerazione della racchetta necessaria per creare top spin. Ovviamente, nelle fasi precedenti della carriera, rispondendo da dietro sulle seconde (su campi non rapidissimi) Nadal cercava di caricare molto bene la palla e poi riguadagnare subito campo prendendo lo scambio in mano, ma non era più possibile con continuità dopo l'infortunio al polso.

L'impatto medio in risposta a Indian Wells 2013. La superficie era abbastanza lenta, simile a quella dell'Australian Open degli scorsi anni e Nadal poteva caricare la palla da dietro.

Nadal ha approfittato di questo lavoro per giocare una splendida partita in risposta contro Raonic nei quarti, cercando sempre una risposta proattiva con anticipo e aperture brevi vicino alla linea. Questo aveva disinnescato con più facilità gli slice (da destra soprattutto) di Raonic, che sono stati invece il problema quando Nadal è tornato a rispondere in modo più "classico" nella semifinale contro Dimitrov, rifugiandosi nella sua comfort zone in una partita dall'esito molto incerto. 

Nella finale contro Federer, Nadal ha inizialmente impostato la partita rispondendo all'altezza "classica" sulla prima di servizio, ma nel primo game della partita ha effettuato scelte differenti sulla seconda. Nadal arretrava da sinistra perché lo slice di Federer non poteva aprire il campo allo svizzero e anzi Nadal voleva subito caricare lo scambio sulla diagonale sinistra. Viceversa a destra inizialmente Nadal temeva lo slice anche sulla seconda e ha risposto in avanti chiudendo il campo. Successivamente è tornato a rispondere molto dietro da entrambi i lati sulla seconda, tranne casi sporadici in cui ha però steccato le insicure risposte vicino alla linea di fondo.

Ma il vero errore di Nadal è stato quello di rispondere alla prima di Federer troppo spesso alla stessa altezza della partita contro Dimitrov. Nadal si è fidato forse troppo dei match del passato contro Federer oppure ha forse sottovalutato un po' la rapidità della superficie. Forse temeva che chiudere (soprattutto da destra) il campo in avanti avrebbe significato non avere il tempo per difendere il servizio centrale, che è più diretto e che Federer esegue spesso a perfezione quanto a precisione, ma va detto però anche che chi serve al centro ha meno spazio per far entrare la palla nel rettangolo di battuta se la dirige al centro. 

Precedente contro Federer a Roma 2013. Nadal risponde sempre tra i 3 e i 6 metri dietro la riga di fondo e mette sempre la risposta in campo a parte in un caso. La superficie di Roma (terra battuta) era però enormemente più lenta di quella dell'Australian Open 2017 e Nadal a Melbourne avrebbe dovuto alzare il baricentro anche a costo di subire qualche ace in più o steccare qualche risposta in più.

Quindi, almeno da destra, Nadal avrebbe più spesso dovuto chiudere il campo in avanti lasciando a Federer la possibilità di fare ace al centro, ma con meno percentuale di possibilità di servire la prima in campo su quel lato. Rispondere più dietro ha quindi permesso a Federer, soprattutto nei punti chiave del quinto set, di trovare troppi punti facili con lo slice da destra e di adottare questo colpo come ancora di salvataggio in alcuni momenti di pressione.

3) Nadal non ha giocato abbastanza dritti lungolinea
Questo rimprovero a Nadal si può fare soltanto a posteriori. È abbastanza comprensibile che Nadal abbia preparato la partita insistendo all'infinito sulla diagonale sinistra e cambiando angolo solo per tirare il vincente a campo aperto, o comunque solamente per far muovere un Federer eventualmente troppo spostato verso sinistra.

Alla luce di quanto però detto in precedenza sui miglioramenti di Federer con il rovescio in top, Nadal poteva forse cambiare un po' strategia durante la partita come ci ha abituato soprattutto negli anni d'oro in alcuni necessari casi. A partire dal 2012, per battere Djokovic e sfuggire alla diagonale sinistra contro il terribile rovescio in anticipo del serbo (fortissimo anche nel lungolinea e quindi spesso illeggibile nelle traiettorie), Nadal aveva enormemente allenato il dritto lungolinea che gli serviva per invertire la diagonale e spesso anche l'inerzia dello scambio.

Nadal durante la finale di Melbourne poteva capire che il Federer visto ieri non era molto lontano dal miglior Djokovic di rovescio: anticipo e angoli stretti, con la palla che tornava presto e la superficie veloce che non permetteva a Nadal di aprire comodamente il dritto. Nadal poteva quindi impostare successivamente gli scambi un po' come fece soprattutto nella finale al Roland Garros 2014 contro Djokovic, vinta davvero grazie al dritto lungolinea. 

Ma forse le troppe certezze accumulate nei tanti precedenti contro Federer sulla diagonale sinistra si sono per una volta rivoltate contro al maiorchino. Oltretutto una volta arrivati al quinto set in quel modo, con Federer che sembrava davvero calato definitivamente, era molto difficile per Nadal cambiare improvvisamente strategia in seguito al brusco risveglio dello svizzero. I troppi dritti in diagonale hanno quindi messo in palla il rovescio di Federer ed è stato proprio lì che si è decisa la partita.

4) L'aspetto psicologico ha favorito Federer
Roger Federer ha dichiarato in conferenza stampa: «Ho detto a me stesso di giocare liberamente. Devi colpire la palla e non pensare all'avversario. Devi sentirti libero dai pensieri ed essere libero nei tuoi colpi, perché il coraggio sarà premiato».

Credo che davvero non ci sia da aggiungere molto a questo. Rimane semmai il grande rimpianto per lui e per i suoi tifosi che Federer non sia riuscito negli anni passati ad attuare questa strategia mentale, così poco sofisticata ma al tempo stesso così difficile da mettere in pratica. Soprattutto il fatto che lo dica solo ora è una chiara ammissione del fatto che contro Nadal non ci fosse praticamente mai riuscito in passato e che era evidente anche dall'esterno quanto ci fosse sempre un momento della partita in cui Federer si bloccasse. Forse proprio ricordandosi nome, cognome e sembianze del suo avversario da quel momento fino a fine partita.

Magari però sulla mente libera di Federer ha inciso anche il momento della carriera. I match classici tra Federer e Nadal si sono svolti quasi tutti nel mezzo delle loro carriere, quando i loro destini erano ancora in divenire. Federer a un certo punto (2008, Australian Open 2009) ha davvero temuto che Nadal potesse prendere in mano il potere del tennis mondiale, strappargli titoli ovunque (lo aveva battuto anche a Wimbledon...) e superarlo nelle classifiche storiche di tutti i record, avvertendo per questo molta pressione. Un match tra di loro disputato ora ha invece il sapore della chicca finale, della ciliegina sulla torta di due carriere ormai purtroppo quasi concluse e già definitivamente delineate. Per questo Federer, nonostante quella di ieri sia stata forse l'ultima chance della carriera per vincere un diciottesimo Slam, avrebbe sicuramente accettato con molta più tranquillità una sconfitta di quanto non abbia fatto in quegli anni dove Nadal dapprima gli impediva di vincere il Roland Garros (e quindi sia il Calendar Grand Slam che il Career Grand Slam) e successivamente lo aveva spodestato da Numero 1 battendolo anche in altri Slam.

Lacrime amare a Melbourne 2009.

Nadal dal canto suo, dopo una decina di minuti di broncio, è sembrato anche lui accettare con serenità la sconfitta e a fine partita ha dichiarato: «Sono contento di come ho giocato. Se continuo a giocare così, sulla terra farò grandi cose».

Nelle prime sfide tra di loro era Nadal quello che non aveva nulla da perdere, eccezion fatta per la terra battuta dove era però davvero troppo superiore. Nadal considerava Federer come "Il Maestro", ma i 5 anni di meno che prima rappresentavano uno svantaggio di esperienza per Nadal si sono tramutati ora in 5 anni in meno di vecchiaia. Per questo, e anche per i precedenti e le caratteristiche tecnico-tattiche, Nadal si sentiva sicuramente favorito ma stavolta in una superficie sfavorevole. 

Nadal ha sentito sicuramente più pressione di Federer, tanto da non essere riuscito a snaturare leggermente il suo gioco classico (come abbiamo visto sopra) per adattarsi necessariamente alla prestazione disumana dello svizzero. Gli è mancato un po' il suo classico istinto da killer, anche se come sempre non si è mai demoralizzato nei momenti successivi a situazioni sfavorevoli. In generale in alcuni momenti è stato anche poco aggressivo, soprattutto con il rovescio: non si è fidato molto di alcuni miglioramenti forse troppo recenti (rovescio e posizione in risposta) per poter essere già consolidati e si è affidato alle sue armi classiche, che contro Federer gli erano spesso bastate anche sulle superfici veloci. 

Resta comunque l'impressione di aver assistito alla vera partita di addio delle carriere di questi due campioni. Tutti si augurano che ci saranno altri episodi del Fedal ma sarà davvero quasi impossibile rivederli insieme in finali Slam, spesso anche per questioni di tabellone non essendo più i Numeri 1 e 2 consolidati. Se davvero fosse l'ultima sfida tra Federer e Nadal, un epilogo migliore e più spettacolare non poteva esserci. Mi auguro che anche i tifosi di Federer tifino per un ultimo, decimo Roland Garros di Nadal. A quel punto potremmo definitivamente salutare questi due campioni, toglierci il cappello e non avere davvero più rimpianti. Avremmo tutti consumato definitivamente ogni goccia di energia di una rivalità indimenticabile.


Articolo a cura di Federico Principi


lunedì 16 novembre 2015

Il futuro: Hyeon Chung

Continua il nostro viaggio alla scoperta dei giovani prospetti dello sport. Ci siamo fermati nella Corea del Sud, con la lente d'ingrandimento puntata su Hyeon Chung.

di Luca Garruba





Dopo aver conquistato il mercato internazionale, l’Asia sta divenendo pian piano un continente emergente anche da un punto di vista tennistico. Non è un caso che proprio negli ultimi anni si assista all’ascesa di diversi talenti asiatici, giacchéil boom economico di diversi paesi asiatici ha permesso alle famiglie di sostenere le spese di uno sport discretamente costoso come il tennis. Dunque, in ordine di “crescita economica” si è partiti con Nishikori che ha scalato in modo vertiginoso la classifica ATP in pochi anni, si è passati ad alcune meteore cinesi come Zhang e Wu, passando per discreti giocatori come l’indiano Devvarman fino ad arrivare ad un vero e proprio astro nascente, un potenziale top ten, come il sud coreano Hyeon Chung.

Il coreano, classe 1996, è venuto, per la prima volta, alla ribalta quando nel 2013 sfidò il nostro Gianluigi Quinzi nella finale Wimbledon Juniores, perdendo dopo aver battuto un paio di campioni in erba come Coric e Kyrgios, di cui molto presto si sarebbe sentito parlare.

Highlights della finale Wimbledon Junior, persa contro Gianluigi Quinzi.

Per molti quella finale rappresentò per Chung il suo breaktroughyear che lo ha portato, nel 2014, a vincere tre futures e il challenger di Bangkok, oltre ad un serie di vittorie, che gli hanno permesso di scalare la classifica ATP fino al 55esimo posto dal 541esimo occupato nel 2013.

Nel giro di un solo anno il suo tennis è migliorato a livelli esponenziali, soprattutto da un punto di vista mentale, aspetto dove ha avuto un fondamentale ruolo Nick Bollettieri,che lo accolse nella sua accademia a soli 12 anni dopo essersi messo in mostra all’Eddie Herr e all’Orange Bowl.

Alcuni scambi del giovanissimo Chung durante il torneo Orange Bowl del 2011.

Da un punto di vista strettamente tecnico, Chung presenta complessivamente un gioco molto solido da fondo campo costruito su un diritto che nasce da un movimento molto veloce e breve che gli permette di mascherare la direzione del proprio colpo, con un buon timing sulla palla. Presenta, altresì, una impugnatura insolita per il suo rovescio bimane che, comunque, è talmente efficace da esser considerato il suo miglior colpo. L’impressione che ha fornito è quella di una solidità sia tecnica che mentale inusuale per la sua età. La crescita avuta da quando perse da Quinzi è stata impressionante, la tenuta sulla diagonale di rovescio ottima e addirittura a tratti si sono visti scampoli di finezza, come alcune volte nel gioco a rete con volèee con preziosismi degni di un veterano.

L’aspetto sul quale deve ancora lavorare, ma dove già si sono registrati eccezionali miglioramenti,tuttavia, è il servizio, per il quale necessita di una maggiore rotazione del busto, e anche se la prima ha una velocità e una pesantezza accettabili, la seconda rimane ancora troppo “timida” anche se risulta efficace sui campi più veloci, grazie alla sua velocità generale e di movimento dei piedi.La sua altezza, di 1.83, non gli permette di servire ace molto potenti, tuttavia, può sicuramente sfruttarla in modo migliore attraverso il potenziamento del servizio slice.

Trascinato, dunque,dal suo preciso rovescio bimane, Chung ha mostrato notevoli progressi in questo 2015. Dopo esser stato eliminato al terzo turno di qualificazione degli Australian Open per mano di un altro giovane emergente, lo svedese Elias Ymer, il tennista coreano ha continuato la sua crescita nei futures e nei challenger, portandosi a casa nei primi mesi del 2015 due futures e diverse semifinali in alcuni challenger asiatici. Si è presentato, dunque, all’appuntamento dell’ATP 1000 di Miami eliminando al primo turno un veterano come lo spagnolo Granollers, arrendendosi al turno successivo al campione ceco Berdych, a cui ha dato filo da torcere soprattutto nel secondo set dove il ceco si è trovato addirittura sotto di un break.

In quell’occasione si è notata la poca forza fisica del giovane coreano oltre ad un tennis ancora un po’ grezzo che, tuttavia, già mostrava pochissimi errori non forzati considerata la giovanissima età del ragazzo.

Il proseguimento dell’anno nel circuito challenger e futures gli permette di avanzare in classifica e di entrare nel tabellone di Wimbledon senza passare dalle qualificazioni. Purtroppo per il coreano, la strada a Wimbledon finisce subito al primo turno con la sconfitta inflitta, al quinto set, dal francese Herbert (ormai storico compagno di doppio di Mahut).

L’erba, dunque, non sembra essere la superficie preferita di Chung che ha mostrato di trovarsi molto più a suo agio sul cemento. Ne sono prova i risultati raggiunti in questi ultimi mesi su tale superficie: oltre ad aver sconfitto tennisti di medio livello come Paire, Dodig, Bedene o Ward, ha fornito eccellenti prestazioni agli US Open contro Wawrinka portando tutti e tre i set disputati al tie-break e costringendo lo svizzero spesso a recuperare un break di svantaggio.

Highlights del match contro Wawrinka, dell'ultimo US Open.

Inoltre, dopo la vittoria al challenger di Kaohsiung, ha superato due turni all’ATP 250 di Shenzhen, dove nei quarti di finale ha dato filo da torcere al campione 2014 degli US Open Marin Cilic. Durante il match Chung ha dimostrato di possedere maggiore resistenza e potenza fisica rispetto al passato. Ciò che lo contraddistingue, e che si trova in tutti i tennisti asiatici, è una importante forza mentale e la capacità di non perdere mai la concentrazione, anche nei potenziali momenti di maggiore smarrimento.

Fasi finali del tie-break disputato quest'anno a Shenzen contro Cilic.

A differenza degli altri giovani emergenti, lascia poco spazio all’esuberanza, a finezze o a preziosismi concentrandosi esclusivamente su colpi efficaci ed in grado di portarlo il prima possibile al traguardo. E’ un giocatore che predilige il gioco da fondo e, tatticamente, tende a far muovere l’avversario sulla linea di fondo e ad aprirsi il campo per poi affondare con un vincente, la maggior parte delle volte di rovescio.

Chiarificatrici sono le parole del tennista italiano Thomas Fabbiano, oggi n. 170 del mondo, che dopo aver battuto il giovane coreano nel Challenger di Kaohsiung del 2014 (2-6 7-6 5-1 rit.) afferma: <<Quando scambiavamo da fondo mi sembrava di giocare alla Playstation, era impressionante. Ha migliorato molto il servizio rispetto e ha gambe incredibili. Poi è un bravissimo ragazzo, molto concentrato sulla propria carriera>>.

Certamente, un giocatore come il coreano non può che far bene al tennis attuale, ancora in cerca di veri e proprio futuri top ten, dopo tante promesse non mantenute. La classifica dei top ten, infatti, fatica a svecchiarsi e sono ancora numerosi i trentenni che non intendono abdicare. Ciò che sembra mancare ai giovani emergenti, per competere con i “vecchietti” del circuito, sembra essere un pizzico in più di personalità e di sacrificio. Sotto questo punto di vista, Chung sembra essere una sorta di homo novus, dato che la sua condotta sia in campo che fuori e il suo spirito di sacrificio lo portano spesso anche ad affrontare tornei minori in luoghi sperduti del mondo pur di acquisire esperienza e punti ATP. Chung incarna appieno lo spirito coreano, quello che ha permesso al Paese di crescere enormemente dal punto di vista economico a partire dagli anni settanta, nonostante tante avversità.

Non a caso l’idolo del giovane coreano è un certo Novak Djokovic, con il quale condivide una grande attitudine mentale alla partita e un grande spirito combattivo, oltre che un difetto di vista, che non gli impedisce tuttavia di migliorare e di togliersi già diverse importanti soddisfazioni.

Infine, il suo tennis solido ed efficace che lascia poco spazio al semplice spettacolo gli permettono di tenersi lontano dai riflettori e, dunque, di evitare la pressione mediatica a cui sono già sottoposti Kyrgios, Coric e Thiem.


Dunque, se le aspettative verranno confermate, c’è da scommettere che nel giro di poco tempo la terra natale di ChungHyeon potrà entrare a far parte della grande famiglia del tennis mondiale.



Articolo a cura di Luca Garruba

mercoledì 21 ottobre 2015

Guanjun

Si dice così "campione" in cinese, o almeno credo. Lo è Djokovic, ancor di più dopo l'ennesimo trionfo. Lo sono stati, e lo sono ancora, Nadal e Federer: a Shanghai il termometro del loro attuale stato di salute.

di Federico Principi







Non preoccupatevi, non conosco il cinese ma ho buoni informatori. Appena ho deciso che avrei scritto un pezzo di analisi post-Shanghai ho immediatamente contattato il mio amico linguista di fiducia: mi è stato detto (e se non è corretto prendetevela con lui, io non c'entro niente) che "campione" in senso sportivo, in cinese, si pronuncia proprio "guanjun". Prendendo spunto dai ruffiani ideogrammi che Djokovic disegna sulla telecamera, ho provato anche io ad attribuire una originale definizione al serbo. Guanjun. Un bisillabo che Nole avrà forse ascoltato spesso nelle ultime due settimane in Oriente, chi lo sa.

Va da sé dire che il guanjun del momento stia silenziosamente riscrivendo i record: ha conquistato per la sesta volta Pechino senza aver mai perso un match in carriera nella capitale, e con il Masters 1000 di Shanghai ha superato Federer nella classifica storica di tornei vinti nella categoria dei vecchi Masters Series. Djokovic è contemporaneamente nuovo uomo e nuovo giocatore. Sempre più solo. Ma le vecchie corone tentano di resistergli, in qualche modo.


Un uomo in fuga
L'epoca ciclistica delle fughe solitarie dei campioni sembra ormai tramontata, assorbita nel robotico concetto di lavoro di squadra e maniacale controllo del gruppo attraverso i gregari e le ammiraglie. L'approccio attuale che ha Djokovic nei confronti del tennis è molto simile all'attitudine mostrata da Froome al Tour del 2013, sulla salita del Mont Ventoux. Il serbo si mette in campo e mulinella, senza strappi né violente accelerazioni, consapevole di possedere un ritmo medio assolutamente superiore alla concorrenza.

Di Froome condivide anche l'affinità alla noia che buona parte dell'opinione pubblica ha proposto, incapace di comprendere quanto sia invece esaltante scoprire minuscoli segreti di fabbricazione di un campione di simili dimensioni, sotto tutti gli aspetti: tecnico, fisico e mentale. Nonché assistere alla incessante e martellante catena di montaggio di colpi profondi per lunghezza o stretti per aprirsi il campo, alla capacità di rovesciare immediatamente lo scambio in contrattacco, senza subire la velocità della palla avversaria: un'arte apparentemente invisibile, fruibile da pochi.

Il match andato in scena nella domenica cinese, oltre che rappresentare una delle più brutte e scontate finali Masters 1000 della storia (ex aequo con Nadal-Raonic a Montreal nel 2013), è stato in realtà una corrida. Tanto segnato era il destino di Tsonga che sarebbe perfino potuta balenare in mente l'ipotesi che se non fosse riuscito Nole da solo a sconfiggere il francese (evento quanto mai improbabile), qualcuno sarebbe sceso in campo ad affiancare il numero uno del mondo, assistendolo nell'esecuzione del toro. Per preservare l'ordine naturale del cosmo.

Sostanzialmente la partita finì al primo break di Nadal, nel terzo game.

Ho approfittato della finale, così come dei precedenti turni che hanno visto in campo Djokovic, per cercare principalmente di intravedere qualche impercettibile crepa o insicurezza nella perfetta fabbricazione della macchina da titoli. Quelli che in gergo motoristico vengono definiti come "problemi di affidabilità", le uniche speranze per i gregari (chiamali gregari: Federer, Murray, Nadal, Wawrinka, Nishikori) a cui aggrapparsi per poter strappare qualche singolo successo, magari di spicco o di rilievo, al cospetto del nuovo dittatore. Ho fatto molta fatica.

Non era certo Tsonga il Pokémon più adatto per sfidare il re della palestra, ma Murray ha deciso di eliminarsi da solo mandando in campo in semifinale il suo gemello: identico fisiognomicamente, molto più svogliato, molto più scarso. Ci siamo quindi dovuti accontentare di Cassius Clay per tentare un ultimo disperato assalto alla sorpresa della settimana, rimasta poi in realtà la vittoria di Ramos su Federer della quale riparleremo. Aveva preceduto la finale annunciando intenzioni (sportivamente) bellicose: «Non tirerò che bombe» le apparentemente minacciose dichiarazioni pre-partita del mulatto francese. Si augurava di ripetere il doppio 6-2 con cui aveva prepotentemente estromesso Nole dal Masters 1000 di Toronto dello scorso anno, poi vinto da Tsonga stesso: era però un Djokovic post partum, che avrebbe ceduto perfino a Robredo (rispettabilissimo e pure un mio grande idolo, ma è pur sempre Djokovic contro Robredo sul cemento) la settimana successiva a Cincinnati.

«Il servizio è il colpo su cui si baseranno le sue speranze»: aveva esordito così Elena Pero in telecronaca, tentando disperatamente di trovare qualche appiglio per creare interesse ad una partita della quale avevamo evidentemente tutti già visto le scene conclusive. Soprattutto già al terzo game: doppio break immediato per Djokovic in apertura, con Tsonga assalito dalla classica ansia di chi sa di dover esprimere una prestazione oltre il proprio potenziale per tentare di fare partita pari. Il francese è entrato troppo tardi nella propria dimensione, e non è stato comunque sufficiente.

La finale di Shanghai.

La Pero non aveva effettivamente tutti i torti: considerando le statistiche annuali al servizio, nonostante l'ampia discrepanza di livello e di classifica i numeri erano molto simili. Spiccava una differenza sostanziale: la forbice tra punti vinti con la prima e con la seconda, molto più ampia per il francese. Si sa che Tsonga non sia in possesso di una seconda estremamente velenosa: contro Nadal in semifinale ha servito le seconde palle ad una media oraria molto vicina a quella dello spagnolo, che non è uno specialista del colpo. A questo si aggiunge il fatto che non sembra avere un repertorio di tagli al servizio molto fastidiosi (kick o slice, per intenderci) e tirando le somme la sua seconda palla sia mediamente attaccabile. Niente a che vedere con i TGV lanciati con la prima.

Djokovic ha +15% di punti vinti con la prima rispetto alla seconda, in tutto il 2015. Tsonga allarga la differenza a +24%.

Le statistiche annuali non sono però indicative del rendimento nei singoli match. La qualità dei giocatori affrontati può essere differente a seconda dei tornei scelti o dei sorteggi. I dati possono risultare altalenanti soprattutto prendendo in considerazione giocatori non di primissima fascia, per non dire seconda, soggetti a mutamenti sostanziali tra un primo turno contro Gimeno-Traver o una semifinale contro Murray. Più in linea rimangono invece i numeri, quasi sempre altissimi, dei primi della classe.

Tsonga ha pesantemente sporcato le sue statistiche al servizio nella finale di Shanghai contro Djokovic. C'era da aspettarselo, forse non in questi termini. La percentuale di prime in campo è stata in linea con la media stagionale (64% contro 63%): forse perfino troppo bassa, partendo dal presupposto che contro Djokovic in generale, e per lui in particolare, è un'impresa titanica portare a casa un punto su due, o perfino uno su tre, quando si serve la seconda. Lo stesso Federer a New York non era andato oltre il 46%.

Numeri al servizio della finale cinese.

È andata peggio del previsto sulla seconda palla. I numeri qui sopra dicono che Tsonga ha totalizzato solamente quattro punti: non c'è nella stessa statistica la percentuale reale di punti portati a casa con la seconda, deducibile dal semplice calcolo aritmetico dato dalla somma con i punti in risposta di Nole, sempre sulla seconda di Tsonga. Il risultato finale è che il francese ha uno score del 16%: insufficiente. Sarebbe un dato accettabile con una percentuale di prime in campo aggiratasi intorno all'85% o perfino qualcosa di più, totalmente utopistica.

Statistiche in risposta della finale di Shanghai. A sinistra i numeri di Djokovic, a destra Tsonga.

Questa ultima grafica evidenzia inoltre quello che sarebbe stato un ineluttabile destino: la differenza di punti totali in risposta. Con il 49% Djokovic mette a segno un dato mostruoso per un match di quel livello, e che Tsonga si sia fermato al 17% non sorprende molto. Il francese ha avuto talmente poche possibilità che ha perfino messo a segno un punto in più sulla prima di Djokovic rispetto alla seconda: chiaro segnale di una strada totalmente sbarrata.

Non era dalla risposta che sarebbe passato l'improbabile successo del mulatto di Le Mans, quanto piuttosto nei game di servizio. Tsonga avrebbe dovuto fare il possibile per aumentare al massimo le percentuali di probabilità di successo nei propri turni di battuta. Con una velocità e una resa sulla seconda praticamente nulle, rimanevano due possibili strade: aumentare la percentuale di prime ben oltre il 70% abbassando di poco le velocità, senza confermare i dati abituali di prime in campo (perché quando si sfida Djokovic non c'è niente di abituale). Oppure, in alternativa, scegliere la strada forse preferita al suo istinto: forzare la seconda, sia nelle velocità che nella precisione e nella profondità. Le due prime di Ivanisevic sono forse un'idea di gioco irriproducibile per il francese, ma era comunque il caso di rischiare qualche doppio fallo in più, pur di tentare di avere il gioco in mano anche con la seconda palla. Per lo meno per giocarsela in qualche eventuale tie-break, completamente scongiurato.


Uccidere il mostro
Duole molto sostenere, per chi come il sottoscritto è cresciuto con la perfetta dicotomia del Fedal (fusione dei due cognomi più famosi del tennis), che Djokovic 2015 sia probabilmente il giocatore più vincente dai tempi del Grande Slam di Rod Laver nel 1969. Un successo a Parigi-Bercy andrebbe inoltre a ritoccare il personale record (condiviso attualmente con Nadal 2013) di Masters 1000 vinti in una stagione, in quel caso sei. Sei su nove.

Come già detto prima, la curiosità maggiore che avevo era quella di riuscire a scoprire che cosa in questo momento possa mettere in crisi Djokovic. Quale strada percorrere, con forza e continuità, per metterlo in difficoltà, insinuargli dubbi, sgretolargli qualche certezza acquisita recentemente anche nelle situazioni tattiche o psicologiche che in passato lo avessero tormentato. Oltre il classico e banale "forte e sulle righe" (e in alcuni casi non basta neanche quello), da Shanghai non ho avuto risposte.

Nole è riuscito ancora a migliorare servizio e dritto rispetto alle passate stagioni in cui era già numero uno. Probabilmente anche e soprattutto l'incremento di autostima ha contribuito a facilitare la scioltezza e la velocità delle esecuzioni: non sempre in passato il serbo dava estrema continuità ai propri picchi di rendimento. La stessa finale del Roland Garros di quest'anno è stata probabilmente una piccola, sportivamente drammatica, ricaduta in qualche incertezza del passato. Il braccio, sul dritto, non andava veloce e con esso neanche la palla a seguito dell'impatto. Ma è rimasto sostanzialmente un unicum di una stagione in cui mente e corpo sono andati in automatico.

Esattamente un anno fa, nella finale di Pechino contro Berdych, Djokovic ha avuto sul proprio servizio la palla per chiudere il doppio 6-0. Non ha sicuramente messo su quella palla la stessa cattiveria che avrebbe sul 6-5, avendo poi ceduto il servizio e chiuso 6-2. Il Nole attuale sembra aver dato continuità a quella prestazione talmente inconcepibile da aver spinto lo stesso Berdych a dichiarare di non aver mai affrontato un giocatore di quel livello. Djokovic non strappa più violente accelerazioni, né azzardate smorzate: il suo gioco è composto e lineare, perfettamente equilibrato ed automatico. È talmente rilassato e convinto di sé che non emette più alcun gemito, come aveva invece abituato in passato specialmente nei punti importanti e nelle partite complicate.

VirtuaTennis modalità "facile".

La superficie dura ("cemento" è un'approssimazione giornalistica) è studiata apposta per il serbo, e le due settimane cinesi non hanno fatto altro che confermare l'assoluta inossidabilità del numero uno su questi campi, se non si incarta da solo. La superiorità di Djokovic è talmente evidente da lasciarlo tranquillo e confidente nello scambio, senza la necessità di spostarsi sul dritto e caricare palle medio-lente nella zona centro-sinistra del suo campo: inutile cercare di aggredire e aumentare il volume della pesantezza di palla con il rischio di aprire la zona destra all'avversario. Il rovescio, come ormai da più di un decennio, va da solo ed è più che sufficiente per tenere il palleggio alla velocità media di Nole, che per quasi tutti gli avversari diventa velocità massima.

Trovare qualche zona grigia nella sua ragnatela è pressoché impossibile su questo tipo di superficie. Djokovic è più attaccabile sulla terra, nel momento in cui l'avversario sia in possesso di una pesantezza di palla mediamente maggiore, e decida e soprattutto riesca a impostare il match prevalentemente su questo aspetto. A dispetto infatti di quanti sostengono la superiorità atletica di Nadal sul serbo negli ultimi anni come fattore decisivo per le vittorie nei Roland Garros precedenti all'ultimo, lo spagnolo ha sconfitto Nole soprattutto in fatto di pesantezza di palla: il dritto mancino, in particolare, è riuscito a salire sopra la velocità media dei colpi del serbo, mediamente più alta, anestetizzandoli quel tanto che bastava per rallentarli. Un discorso piuttosto simile si potrebbe trapiantare anche alla finale dell'ultimo Roland Garros, dove Wawrinka è riuscito grazie alle sue palle mediche da 5 kg a tenere lontano Djokovic dal campo, rendendolo molto piccolo. Contributo decisivo fornito anche dall'ansia di Nole per il risultato della carriera e la sfrontatezza dello svizzero, sfavorito e con poco da perdere.

Almeno nel 2014 Nadal non era più superiore atleticamente a Djokovic, anzi. Ma la maggiore pesantezza di palla gli ha consentito di marcare quella differenza decisiva.

Anche sui prati verdi, soprattutto quelli immacolati di inizio torneo dove è più complicato muoversi, Djokovic ha evidenziato qualche piccola crepa. Il dritto in particolar modo, se pressato con attacchi veloci e penetranti, ha mostrato qualche apparentemente impercettibile segnale di debolezza. Nole usa un'impugnatura che viene classificata come "3/4 western": molto aperta, piuttosto estrema, inadatta ad incontrare una palla bassa che su erba è abbastanza frequente. Superfici simili sono però una grande rarità: le palle rimbalzano mediamente più alte e il grip del serbo è assolutamente in linea con gli standard presenti e futuri.


Uccidere il mostro è diventata quindi una grossa impresa. Entrambi gli scenari (su terra ed erba) proposti restano in ogni caso delle situazioni tattiche che nessun avversario è più capace di riprodurre con costanza. Per lo meno quella di cui ci si deve fornire prima di affrontarlo ad armi pari. E la più grande malinconia generata dalla dittatura del serbo è quella di aver creato il forte sospetto che Nadal e Federer siano ormai tramontati: qualcuno, per trovare un valido antagonista, sta già proiettandosi su talenti futuri.


I vecchi re
L'ultima asserzione non trova, chiaramente, molto d'accordo Roger e Rafa. Lo spagnolo in particolare sembra piuttosto in crescita: nonostante la trasferta in Oriente abbia quasi sempre rappresentato il punto più basso delle sue stagioni, era davvero difficile scendere ulteriormente rispetto al livello mostrato per quasi tutto il 2015.

Il fatto che Nadal si sia dichiarato molto soddisfatto della prestazione a seguito del doppio 6-2 incassato da Djokovic a Pechino la dice lunga. Per mesi si è insistito sul calo atletico subito pesantemente da Rafa in quest'ultima stagione, che va però assolutamente sottoposto ad un ancora più marcato cedimento mentale. Perdere un set in cui hai quattro palle consecutive per chiuderlo (Roma 2015 contro Wawrinka) non è ascrivibile a scarsa forma atletica. Perdere due incontri su terra contro Fognini è la stessa cosa. Affossare in rete dritti che negli anni d'oro andavano ad occhi chiusi a baciare le righe, lo è ancora di più. Specialmente nei punti importanti: un tempo il terreno di caccia preferito, da qualche mese il vero problema.

Nadal si è detto soddisfatto dopo una prestazione così. Segno evidente che i suoi standard si siano abbassati.

Non voglio certo giungere alla conclusione che le prestazioni atletiche di Nadal siano vicine a quelle dei tempi migliori e che la questione riguardi esclusivamente la sua psiche. Semplicemente non era sufficiente giustificare le premature sconfitte con una carenza di forma fisica. Vero è che la fiducia va di pari passo con la condizione atletica, ma l'autostima di Nadal era scesa ben al di sotto della soglia consentita dalle sue nuove, inferiori, potenzialità. Credo che Rafa se ne sia accorto: accettando di aver diminuito la cilindrata, sta comunque tentando di ricavare il massimo che il corpo e il braccio gli consentono al momento. Quello che aveva magistralmente spiegato nella sua autobiografia: "Resistere significa accettare. Accettare le cose come sono e non come vorremmo che fossero, e poi guardare oltre, non indietro. Il che significa capire esattamente dove si è e ragionare con freddezza".

Una grafica proposta durante il match di Shanghai contro Wawrinka faceva un'interessante comparazione tra la posizione in campo di Rafa nel momento di colpire durante il torneo cinese con la stessa dell'ultima edizione di Indian Wells. Ne è uscito un ritratto di un maiorchino molto più avanzato e di conseguenza propositivo, capace di colpire perfino il 30% di palle dentro il campo. Lo aveva detto qualche mese fa lo zio Toni: «Nel 2005 Rafa perse a Wimbledon contro Müller registrando tre errori gratuiti. Dovrà essere molto più propositivo, non voglio più vedere una statistica di errori così bassa». Pronto anche un nuovo modello Babolat, Pure Aero, a partire dal 2016: garantirà probabilmente più spin alla palla. Compensando quello che Nadal ha perso, in conseguenza del suo calo di massa muscolare.


Nadal prova a stare più dentro al campo.

Il terzo game del terzo set nella semifinale contro Tsonga è la prova del recupero di autostima dello spagnolo, quasi ai massimi livelli: servendo sotto 0-40, Nadal gioca probabilmente i migliori punti dell'anno. Quando dovrebbe chiudere non riesce invece ad avere la stessa fluidità: l'attacco di dritto sul 5 pari è timido e Tsonga, passandolo, piazza il break. Nonostante una percentuale di prime in campo dell'85% nel solo terzo set, il francese ha servito solo due prime su sei punti (33%) nel game conclusivo. Nadal non è riuscito ad approfittarne come avrebbe invece spietatamente fatto in passato: non è guarito, ma è convalescente.



Parlando di Rafa avrò probabilmente fatto riaffiorare qualche demone recondito nell'inconscio dei tifosi di Federer. Se lo sono ritrovato di fronte al secondo turno (il primo in realtà per lo svizzero) del torneo, sotto forma di Albert Ramos. Un simpaticissimo spagnolo, già noto ovviamente agli appassionati, che ho avuto il piacere di conoscere (essendo io marchigiano) questa estate al Challenger di San Benedetto del Tronto. Uscì dal circolo sudato e con la borsa in spalle, stranamente diretto a farsi la doccia in albergo: una scena estremamente divertente, della quale ho ovviamente approfittato per fare foto e scambiare due chiacchiere veloci. Pur consapevole della sua forza, confermata ai miei occhi dal vivo al "Maggioni", mai mi sarei aspettato di vederlo sconfiggere Federer di prepotenza, a maggior ragione sul duro.


Definire Ramos un clone di Nadal in scala 1:2 sarebbe fin troppo semplicistico, anche in considerazione del fatto che soprattutto i rispettivi dritti mostrano alcune differenze sostanziali. La palla di Ramos è più pulita ma non per questo più efficace, e il movimento più composto rispetto a quello di Rafa (molto più raramente opta per il finale sopra la testa, grande prerogativa del fuoriclasse di Maiorca) gli impedisce di produrre quello spin mortale che sporca notevolmente la palla rendendola però molto più velenosa.


Nonostante questo, Federer ha eccessivamente sofferto quell'accenno di nadalismo che il suo avversario di secondo turno ha voluto a tutti i costi tentare di riprodurre più fedelmente possibile, giustamente. A partire dal servizio, dove gli slice mancini sul rovescio di Roger erano più puntuali dei treni all'epoca del fascismo (o almeno così si dice, chissà se era vero). Fino ad arrivare alla perfetta costruzione del punto con il dritto: Ramos ha giustamente insistito il più possibile sulla diagonale sinistra, come il suo più titolato connazionale ha impeccabilmente fatto per un decennio.



Diagonale sinistra: minuto 0:52.

Ramos ha così spostato Federer in una posizione sempre più vicina al proprio corridoio sinistro. Lo svizzero ha cercato il più possibile di coprire il rovescio e tentare di giocare il dritto anomalo con la chiara intenzione di rovesciare l'inerzia dello scambio. Ma spostandosi verso sinistra, Federer ha aperto qualche varco in più all'intelligentissimo spagnolo, che ha sorpreso Roger con dritti lungolinea anche in punti chiave della partita.


Minuto 10:40: occhio al punteggio. Il punto che in realtà decide la partita è risolto con un dritto lungolinea.

Si è quindi riproposto un problema forse cronico per il vecchio re del tennis: la difficoltà di trovare il giusto timing sul rovescio quando viene pressato proprio da quel lato, e il conseguente pericoloso rallentamento del braccio per evitare errori. In realtà, però, l'atteggiamento più passivo con il rovescio dà più sicurezza all'avversario che riesce con successo a impostare la partita martellando da quel lato. Federer avrebbe dovuto accelerare l'entrata sulla palla, anche a costo di scentrare qualche palla in più, ma senza cadere nella trappola della diagonale sinistra: soprattutto contro un avversario mancino, e per di più in giornata di grazia.

Avrebbe potuto ugualmente vincere la partita, chiaramente, limitando il più possibile queste situazioni quasi irrimediabilmente sfavorevoli e sfruttando tutte le altre abilità di cui dispone. Forse un leggero richiamo di preparazione atletica, in vista del Master, lo ha leggermente contratto nelle gambe. Federer sa che Murray sarà quasi sicuramente assente, con vista sulla Coppa Davis, e sa che i campi indoor sono probabilmente il miglior terreno su cui giocare le proprie carte. Anche contro un Djokovic così: forse per l'ultima volta.


Articolo a cura di Federico Principi