mercoledì 30 settembre 2015

Uno, nessuno e centomila Slaven Bilic

Slaven Bilic è tornato in una delle sue tante case. Fenomenologia di un uomo di mondo, spesso paraculo, ma comunque tutt'altro che sprovveduto.

di Emanuele Mongiardo






Confesso subito le mie impressioni su Slaven Bilic: non è possibile inquadrare l’uomo Slaven Bilic. E’ un personaggio controverso, se ne sono dette di tutti i colori sul suo conto, nazista, socialista, rocker, tabagista, simulatore perdigiorno, condottiero arcigno: sicuramente non si addice ad un’anestetica intervista post partita domenicale. Persino la sua biografia non è conforme a quella del tipico talento balcanico, perciò non è necessario andare a scavare in un passato di stenti e indigenza per poi giungere alla redenzione. Non c’è niente di tutto questo, anzi, il suo è un vissuto alto borghese, col padre preside della facoltà di giurisprudenza all’università di Spalato. La città dalmata è stata per secoli centrale nell’ottica mercantile della Serenissima, tanto che fino agli albori della prima guerra mondiale il veneziano era lingua franca e gli italiani costituivano l’8 % della popolazione cittadina. Non sorprenda che Slaven parli fluentemente la nostra lingua, oltre che l’inglese e il tedesco. Sulle orme del padre, si laurea in giurisprudenza (lo vedrei bene nei panni di Leo Drummond de L’uomo della pioggia), ma l’avvocatura non intralcia la sua vera vocazione: il calcio.

Bilic il calciatore
Esordisce in prima squadra con l’Hajduk Spalato nell’‘89, segnando due gol nelle prime tre partite. E’ un difensore centrale roccioso, abile in marcatura e imperioso di testa dall’alto del suo metro e novanta. Timbra 109 presenze in campionato e nel ’93, complice anche il conflitto serbo-croato, si trasferisce in Germania al Karlsruhe, la squadra di un certo Oliver Kahn. In due stagioni e mezzo si afferma tra i migliori centrali della Bundesliga, raggiungendo nel 93/94 una storica semifinale in Coppa Uefa, demolendo, tra le altre, il Valencia per 7 a 0 nel ritorno dei sedicesimi di finale. Harry Redknapp, all’epoca manager del West Ham, annota il suo nome e nel gennaio ’96 lo porta ad Upton Park per circa un milione e mezzo di Sterline. La storia d’amore tra il croato e gli Hammers è breve ma intensissima, ed il motivo lo spiega lui stesso: «In Inghilterra non esistono squadre minori, esistono grandi squadre e squadre ancora più grandi. Il West Ham ha qualcosa di speciale e non mi riferisco solo ai giocatori del ’66 […] They have something special, a cult club. I always believed that. They are moving in a new direction, but they will always have that feel». Conquista due salvezze consecutive e a gennaio del ’97 rifiuta un offerta del più altolocato Everton pur di non abbandonare la squadra in alto mare. Qui balza agli onori della cronaca, oltre che per le prestazioni, anche per il vizio del fumo. Si dice che in un giorno abbia spento quaranta sigarette e che, prima degli allenamenti, porti con sé a fumare un diciottenne di nome Frankie Lampard. 


Nel frattempo diventa un pilastro della neonata nazionale croata, con la quale partecipa ad Euro ’96, dove si arrende nei quarti ai futuri campioni tedeschi. Si segnala per questo accenno di rissa con l’ex milanista Ziege.

Notare il coro finale inneggiante al centralone croato.


Bilic il simulatore perdigiorno
Nella mercato estivo del ‘97 approda da promesso sposo ai Toffees. In quella stagione risulta essere il giocatore più scorretto della Premier, con sei ammonizioni, tre espulsioni e nove gare saltate per squalifica: quasi un quarto di campionato. Ironia della sorta, il West Ham precederà l’Everton in classifica. Tuttavia Slaven giunge in piena forma alla competizione più importante della sua carriera, il mondiale in Francia. Non c’è bisogno di rimembrare la storia ormai conosciuta a menadito della matricola Croazia che sbalordisce tutti col bronzo finale, è doveroso però segnalare Bilic come uno dei migliori difensori del torneo, nonostante un episodio in semifinale, aldilà della sconfitta, vada ad intaccare un ruolino di marcia sino ad allora immacolato. Alla mezzora del secondo tempo c’è una punizione insidiosa quasi dal vertice dell’area biancorossa per la Francia. Non appena Zidane pennella verso il centro, c’è uno scontro tra Blanc e Bilic: il transalpino colpisce con un buffetto sul muso il croato, il quale cade rovinosamente portandosi le mani al volto. Lo stopper del Marsiglia verrà squalificato e salterà la finale dei mondiali. Nell’immaginario collettivo francese, credo che su un ipotetico divano dell’inimicizia il posto di fianco a Materazzi spetti di diritto all’allenatore del West Ham.


Dal mondiale in poi inizia il suo crepuscolo: prima della rassegna iridata aveva sofferto per una frattura all’inguine, non operata per consentirgli di servire la causa croata. Rimane fino a novembre in patria per la riabilitazione, motivi precauzionali dirà lui; da quel momento in poi sarà bersaglio di sole critiche in quel di Goodison Park. Tenta il rientro a dicembre, disputando quattro partite di fila, ma non è più l’ostico difensore di un tempo.

C'è un non so che di Vincent Cassel...

Decide di tornare in Croazia, per stare vicino alla famiglia durante il bombardamento della vicina Serbia. Sulla sponda blu del Mersey ormai ha la fama di simulatore perdigiorno. Nel 2000 firma nuovamente per l’Hajduk, dove concluderà la carriera, non prima però di aver ricevuto una buonuscita di un milione di sterline dall’Everton. Finirà sotto i ferri solo nel 2012, ma gli strascichi di quell’infortunio sono tutt’oggi evidenti: in alcuni frangenti sembra trascinarsi più che camminare. 


Bilic il nazionalista
Il calcio resta comunque il suo mondo e nel 2004 diventa CT dell’under 21 croata, assieme al fido compagno Aljosa Asanovic. Chiude in testa il girone di qualificazione, ma perde lo spareggio decisivo contro i nemici di sempre dell’allora Serbia & Montenegro. Ma chiusa una porta si spalanca un portone e nel 2006 Bilic è chiamato alla guida della nazionale maggiore. Esordisce in agosto, a Livorno, con un netto 2 a 0 contro l’Italia campione del mondo uscente e sperimentale di Roberto Donadoni. Proprio nello stadio della curva più rossa d’Italia iniziano per Slaven le magagne politiche, a causa dell’insolita coreografia con i tifosi croati disposti a mo’ di svastica. 


Da lì in poi tutta una serie di episodi scatenerà la diatriba nell’opinione pubblica sulla fede politica del CT. Durante gli Europei, prima nel 2008, poi nel 2012, si dice carichi i suoi uomini a suon di Marko Perkovic, alias Thompson, rockstar croata notoriamente filofascista nonchè ammiratore di Ante Pavelic.

<<Brucerò la Krajina fino a Knin, brucerò due o tre caserme serbe affinché non viaggi invano.>>

Nel 2007 si dichiara eleggibile per un’amichevole tra vecchie glorie della Dinamo Zagabria e dell’Hajduk Spalato, con l’incasso destinato alla Fondazione per la verità sulla Guerra patriottica in Croazia, le cui finanze sarebbero finite nelle tasche degli avvocati dell’ex colonnello Ante Gotovina, criminale di guerra datosi alla macchia con l’appoggio, tra gli altri, dei servizi segreti croati e del Vaticano. Nel 2009 stabilisce con la squadra una visita a Vukovar, per commemorare i caduti.

Slaven consola il padre di un caduto.

Qualche mese fa, a seguito dello scandalo destato dalla svastica disegnata sul prato del Poljud della sua Spalato in Croazia-Italia, ha derubricato il gesto ad un semplice atto di attention seeking. Quest’ultimo episodio apre però un ulteriore spiraglio nella sua personalità: si tratta di un uomo che, contrariamente alla visione orwelliana, reputa il calcio come un semplice gioco, qualcosa di più bello anche delle donne ma pur sempre un gioco. In occasione del match di qualificazione ad Euro 2012 contro la Turchia, la stampa slava non manca di infervorare gli animi, prospettando una vittoria revanscista dello spirito nazionale croato, ferito dagli uomini di Terim nei quarti di finale in Austria&Svizzera nel 2008, in una delle partite più deliranti dell’ultimo decennio. Tocca al selezionatore croato fare da pompiere, sottolineando come si tratti di una semplice partita e non di una vendetta per legittimare la supremazia di questo o quell’altro popolo.


Modric e Rakitic fatali nella sconfitta. Chi mai oserebbe dirlo...



Bilic il socialista
E da qui passiamo ad analizzare la controparte di Slaven Bilic, quella socialista. Giunto al Besiktas nel 2013, dichiara di voler infondere una mentalità marxista-leninista nei propri uomini: <<Non esistono giocatori ricchi o poveri in questa squadra (suppongo sotto l’aspetto tecnico tattico). Abbiamo eliminato ogni tipo di divario tra di noi, in questo senso ho creato una squadra socialista […] Sono un socialista, ma nel vero senso della parola. Sono consapevole di non poter salvare il mondo da solo, ma se c’è da intraprendere una battaglia contro l’ingiustizia, preferisco essere in prima linea a combatterla. Questo è il mio modo di vedere il mondo>>. Non di rado lo si vede indossare t-shirt raffiguranti Ernesto Guevara de la Serna, mentre tra i suoi film preferiti cita sempre Il grande dittatore di Charlie Chaplin, non proprio un film filonazista o totalitarista. In un’intervista, alla domanda sulla sua visione del futuro risponde in maniera quasi distopica, prospettando un terzomondismo connotato dalla ricchezza di pochi a scapito delle masse; addirittura prima di Euro 2008 confessa di desiderare un incontro con l’ex presidente americano e democratico Bill Clinton.



Aldilà della politica, Bilic resta un uomo dalle mille sfaccettature, con svariati interessi, uno di quelli per cui <<Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio>>. Adora il rock e in particolare gli U2, non potrebbe vivere senza. Fa parte di una rock band in patria, i Rawbau, con cui ha composto una canzone per la nazionale. Per sua stessa ammissione, se non ci fosse stato il calcio, si sarebbe dedicato all’archeologia.

Preferivo “Sex, droga i Bodiroga”.


Bilic the hammer
Orecchino, giacca, cravatta e, in caso di pioggia o freddo, berretto con l’effige della squadra. Quest’ultimo dettaglio stilistico dice molto della personalità, anche calcistica, di Slaven Bilic. Un uomo duttile nei casi della vita e del campo, realista, di quelli che non si fanno problemi ad improntare una strategia in riferimento all’avversario.

D’altronde, lo predicava anche Sun Tzu nell’arte della guerra: «Se le forze del vostro nemico sono superiori, dovete evitarlo. Il rivale le cui forze sono soverchianti, riuscirà sempre a sottomettervi. […] Non conoscere l’altro né sé stessi, ogni battaglia è un rischio certo. Non conoscere l’altro e conoscere sé stessi, a volte vittoria, a volte sconfitta. Conoscere l’altro e sé stessi, cento battaglie senza rischi». Certo, la teoria non è sufficiente, sono necessarie la validità degli uomini in campo e l’applicazione,  discriminante spesso legata al rapporto con l’allenatore. E’ una qualità che Sun Tzu stesso definisce Tao (via): «Consiste nell’incitare il popolo a condividere le idee dei governanti, cosicchè possa affiancarli nella morte e nella vita; in questo modo, esso non temerà pericoli». Il depositario indiscusso di questa dote è ovviamente José Mourinho, ma anche il croato, come testimonia l’addio all’aeroporto ai tifosi del Besiktas, ne possiede a iosa.



Squilibrio difensivo e disordine
Upton Park aveva bisogno di una ventata di genuinità, dopo il quadriennio estremamente sobrio e British targato Sam Allardyce. Una delle critiche più ricorrenti mosse al tecnico inglese era la mancanza di fiducia nei giovani, da sempre peculiarità della società trampolino di lancio per i vari Lampard, Ferdinand e Joe Cole. Bilic ha da subito dimostrato coraggio, promuovendo titolare all’Emirates nella prima giornata il mediano Oxford, tra i più talentuosi nella nidiata dei ’98 d’oltremanica. La gara d’esordio è un perfetto saggio di conoscenza dell’avversario. E’ consapevole della maggior cifra tecnica dei Gunners, così come è conscio della discontinuità degli uomini di Wenger nel corso dei 90 minuti. Imposta una tattica attendista, con Cresswell terzino staccato a sinistra autorizzato a supportare la manovra, in particolare con Payet in possesso di palla (ben 16 combinazioni tra i due). Centrocampo e difesa restano corti, con un pressing basso, all’altezza della propria trequarti, atto ad occludere linee di passaggio ai padroni di casa, letali nelle triangolazioni. Durante la transizione difensiva spesso si passa da un 4-2-3-1 nella metà campo avversaria, con Oxford-Kouyate in doble pivote, Payet-Noble-Zarate davanti a loro, ad un 4-1-4-1, o 4-5-1 se preferite, con il capitano nuovamente in mediana ed Oxford vertice basso. Bilic preferisce ignorare le sovrapposizioni di Monreal e Debuchy piuttosto che concedere la metà campo. Difatti l’Arsenal impensierisce Adrian solo nelle rare occasioni in cui centrocampo e attacco riescono a dialogare in velocità, come al ’44 quando Ozil sorprende alle spalle la mediana, riesce a duettare con Cazorla e per poco non agguanta il pareggio. L’intensità difensiva, peraltro quasi sempre a ridosso della propria area, intacca inevitabilmente la performance offensiva: i gol nascono da due errori dei Gunners, prima di Coquelin, che tiene in gioco Kouyate nel primo gol, e poi dello stesso spagnolo e di Cazorla. Spesso la prima opzione risulta essere il lancio dalla difesa per Sakho o Payet. Il francese cerca sovente la ricezione sulla fascia, mentre l’altro trequartista, Zarate, agisce più centralmente. La prova di Maurito merita una menzione particolare: si allinea costantemente ai centrocampisti nelle transizioni negative e, appena può, pressa il portatore di palla avversario. Proprio da una sua caparbia pressione su Cazorla nasce il 2 a 0, in cui Coquelin e la difesa di Wenger gli concedono tutto il tempo di prendere la mira e calciare. Un atleta totalmente diverso, nonostante qualche giocata da veneziano, dalla seconda punta leziosa e viziata del periodo laziale, in cui addirittura Floccari veniva sacrificato sull’esterno per concedergli la vicinanza alla porta. Incitare il popolo a condividere le idee dei governanti, cosicchè possa affiancarli nella morte e nella vita; Bilic deve possedere un Tao superiore.

Paradossalmente è più facile impostare una partita contro l’Arsenal, piuttosto che contro una squadra sulla carta inferiore come il Leicester. Ranieri opta per un 4-4-2 compattissimo, che attua una pressione sui centrocampisti avversari ed impedisce ai difensori di servirli. Il pacchetto arretrato è costretto ad un giro palla sterile, finalizzato spesso al lancio su un Sakho sempre più solo sull’isola là davanti. Addirittura Payet è costretto ad agire da regista, lui che probabilmente è il miglior assistman d’Europa e che dà il meglio a ridosso dell’area avversaria; per di più si pesta i piedi con Zarate. Proprio dall’ impossibilità di comunicazione tra difesa e mediana nasce il primo gol: dopo una serie di rimpalli sul lato sinistro del centrocampo la palla sta per arrivare a Vardy. Reid lo anticipa, nella speranza magari di innescare un compagno, ma la palla finisce tra i piedi di Albrighton. Col neozelandese preso in controtempo è facile per lui servire Vardy che scodella nel mezzo per Okazaki, non più seguito da Oxford, che riesce a segnare in due tentativi. Anche sul fronte difensivo il disordine regna sovrano: la squadra tende a collassare su un solo lato e in generale il centrocampo è nelle mani degli ospiti.

Reid, Ogbonna, Cresswell, Oxford, Noble, Kouyate, Payet e di fronte a loro anche Zarate e Sakho. Tutti radunati in un'unica linea verticale. Non proprio il massimo per favorire lo sviluppo della manovra o per contrastare il giro palla avversario.

Oxford inutilmente lavolpiano anche in fase di non possesso, Noble tanto largo da sembrare quasi un guardalinee e Kouyate quasi sempre in prossimità di Sakho. Una situazione analoga genera il secondo gol delle volpi: Schlupp lancia su Vardy, bravissimo a servire Okazaki con un colpo di testa. Il giapponese svuota l’area palla al piede e nel frattempo Albrighton attacca lo spazio. Noble, come al solito larghissimo, tenta di raggiungere il numero 11 avversario con una corsa disperata di 50 mt, ma quando il capitano giunge sul luogo del delitto, il pallone è già stato scaricato al centro per Mahrez (presumibilmente uomo di Oxford, anche stavolta troppo basso) che può insaccare.

Kouyate segue Drinkwater in mezzo al campo, Noble è larghissimo in pressione su Schlupp; da lì partirà la sua rincorsa su Albrighton.

La sperimentazione tattica che ha portato il West Ham al terzo posto in classifica inizia ufficialmente nel secondo tempo di quel pomeriggio di un giorno da cani. I nomi chiave sono due, in ordine di ingresso: Obiang e Lanzini.

L’ex sampdoriano esordisce ad inizio secondo tempo. Si assume maggiori responsabilità, è il fulcro della manovra, con lui la circolazione migliora sensibilmente. Bilic ne trae benefici anche in fase difensiva: non si sbilancia totalmente indietro, a ridosso dei difensori, resta più vicino agli interni di centrocampo, in modo da non appiattire un’eventuale ripartenza; contestualmente al suo ingresso diminuiscono anche i lanci dalla difesa per Sakho. Probabilmente da novembre, col ritorno di Song, non sarà più titolare, resta comunque imprescindibile nell’economia della squadra, probabilmente in questo frangente di stagione ha raggiunto la piena maturità. Di Manuel Lanzini se ne dovrebbe parlare in un articolo a parte: svezzato dal River, cresciuto nel solco dei poeti maledetti Ariel Ortega e Marcelo Gallardo, il suo sembra un declino precoce, col trasferimento a soli 21 anni all’Al Jazira. Fortunatamente il West Ham lo tiene sott’occhio e lo ingaggia in prestito. Si palesa al 76’ contro il Leicester e da allora diventa titolare. Gioca dal primo minuto contro il Liverpool, partendo largo ma rientrando fino al centrocampo per offrire un appoggio in più al compagno; il suo impiego, unitamente a quello di Obiang, permette a Payet di avanzare il proprio raggio d’azione dalla trequarti avversaria in su. Difatti il primo gol contro il Liverpool è in parte merito dell’ex Marsiglia, capace di trovare la posizione ideale tra le linee e di crossare al centro; la capacità di Cresswell di accompagnare costantemente l’azione e il tempismo di Lanzini fanno il resto.

Payet è pronto a ricevere il suggerimento di Noble, trovando lo spazio libero tra le linee.

Nonostante in distinta risulti ala/trequartista, per il calcio europeo è perfetto da mezzala: oltre a proporsi infatti, è un maestro nell’eludere il pressing avversario, non ha paura dei contrasti e recupera diversi palloni. La sua pressione caparbia causa l’errore di Lovren da cui parte l’azione del gol di Noble, le cui proiezioni offensive, così come quelle di Kouyate, hanno finalmente un senso. I due hanno ora dei compiti precisi là in mezzo, in particolare con le marcature preventive devono impedire alla difesa avversaria di scaricare in verticale sul centrocampo. Le linee mediana e difensiva sono serratissime ed ogni qualvolta un avversario riceve palla dalla difesa è pressato, perciò, se vuole proseguire in verticale, deve giocarla alla cieca. E’ facile quindi per la difesa riconquistare il possesso.

I perfetti accoppiamenti dei centrocampisti che costringono il Liverpool a riciclare il possesso in orizzontale. Notare come inizialmente Payet (e anche Lanzini sul lato opposto) resti più basso di Noble in modo da avere il controllo sui movimenti di Clyne.

Anche in questo caso, contro il Manchester City, le marcature preventive impediscono a Fernandinho di giocare il pallone in avanti. Il brasiliano, indeciso sul da farsi, si volta per cercare un appoggio; Sakho è lesto a piombare su di lui ed innescare il contropiede che però si concluderà in un nulla di fatto.

Gli Hammers sfoggiano una prestazione simile, se vogliamo ancor più brillante e con una nuova variante tattica contro il City reduce da cinque vittorie di fila in Premier League. Kouyate stavolta resta in panchina, il titolare è Moses. Il nigeriano è un esterno puro, copre tutta la fascia e permette di sfruttare entrambi i lati. Mentre nelle precedenti partite Payet spesso svariava, ora può giostrare sul lato sinistro del campo. Il primo a trarre beneficio dal nuovo schieramento è Sakho, che può tagliare e ricevere i precisi filtranti di Dimitri.
In fase di costruzione, quando il pallone viaggia nelle zone laterali, spesso i giocatori di Bilic vanno a formare dei triangoli, in modo da agevolare la trasmissione di palla.

 Lanzini-Cresswell-Obiang e Obiang-Lanzini-Noble riescono a far circolare velocemente il pallone eludendo il pressing avversario. La lezione zemaniana sui triangoli è stata ben assimilata.

Il possesso palla è finalizzato a stanare il City; il primo a cadere in trappola è Fernandinho al 5’. Il brasiliano si alza in pressione su Lanzini all’altezza di De Bruyne, lasciando un buco sul centro sinistra. Payet vi si incunea, riceve la splendida scucchiaiata di Lanzini e può attaccare la porta in situazione di palla scoperta. Una volta giunto nei pressi della difesa, Moses gli offre un’alternativa a destra; nel frattempo Jenkinson (un vero terzino, sempre propositivo, non un centrale adattato come il buon Tomkins) con la sovrapposizione attrae a sé Sterling. Moses, non appena riceve palla, ha lo spazio di mirare, calciare e portare in vantaggi i suoi.

Fase 1: Payet riceve indisturbato la scucchiaiata di Lanzini.

Fase 2: punta la porta e visualizza Moses alla propria destra.

Jenkinson attira a sé Sterling, Moses può mirare e calciare indisturbato.

Sempre con Moses in campo Bilic esplora un’altra variante, che sinceramente mi piace di meno, ma è soltanto un parere esterno. Rinuncia ad Obiang per puntare sulla più aitante coppia Noble-Kouyate, coadiuvata naturalmente da Lanzini sulla destra. Si tratta di un 4-4-2 tipicamente inglese, con Payet seconda punta e Sakho centravanti. Ha adottato questo canovaccio contro due squadre “inferiori” quali Newcastle e Norwich. Probabilmente è una mossa finalizzata ad alzare il baricentro, magari per favorire le interazioni tra i due là davanti e per sgravare il francese dai soliti compiti difensivi che gli imponevano il confino sulla fascia in fase di non possesso. L’azione del gol del pareggio sfrutta proprio il dialogo tra i due attaccanti; da sottolineare comunque la solita compattezza tra centrocampo e difesa, che permette il recupero palla da cui parte la transizione offensiva.


In compenso, per mantenere un certo equilibrio, ha preferito una coppia di centrocampisti adatta all’interdizione, a scapito del più geometrico Obiang. Un problema a questo punto facile da notare è quello dell’impostazione. Il primo gol del Norwich nasce proprio da un tentativo maldestro di Noble di aprire il gioco sul lato opposto.
Aldilà del terzo posto, il West Ham di Slaven Bilic è ancora in divenire. Probabilmente la creatura passerà dalla potenza all’atto col ritorno di Song, il più reclamizzato in quel di Boleyn Ground. Stiamo assistendo ad una stagione di calcio insolita, una sorta di palingenesi totale: il City interlocutorio, il Chelsea in crisi e lo United in testa in Inghilterra (e qui, se non fosse per la discontinuità della squadra, si potrebbe parlare di restaurazione), il nuovo Valencia, il Real non proprio convincente di Benitez e il Barcellona alle prese con l’infortunio di Messi in Spagna (ne approfitterà Simeone?), i dolori della giovane Juve, la Roma alle prese con le solite questioni tattiche e il Napoli di Sarri in Italia. Forse quest’anno riscriveremo tutti insieme la mappa del continente, forse sarà l’ennesimo gattopardiano caso in cui cambierà tutto affinchè tutto resti invariato. Chissà, ancora è presto per parlarne. Slaven Bilic probabilmente brama il suo posto nella storia di questo ‘48, non si sa se nei panni dell’Ustascia o del marxista-leninista in grado di smuovere struttura e sovrastruttura. Sicuramente le folate di questo nuovo vento che spira nel calcio europeo sono anche merito suo, in barba a francesi e tifosi dell’Everton.




Articolo a cura di Emanuele Mongiardo



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