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lunedì 8 agosto 2016

La grandezza di Achille Varzi

Un ricordo di Achille Varzi, che oggi avrebbe compiuto 112 anni.

di Marco Staiano






Quando si parla di Achille Varzi spontaneamente si tende ad abbinare al nome del pilota galliatese quello del più famoso e osannato Tazio Nuvolari. La rivalità tra i due è ricordata come una delle più entusiasmanti di sempre, e affonda le sue radici addirittura nel motociclismo. Se però oggi ci si ricorda del “ Mantovano volante”, asso dell’automobilismo che fu, omaggiato da Lucio Dalla e da un canale televisivo, colpevolmente ci si dimentica di Achille: pilota come pochi, vincitore di Mille Miglia, Targa Florio e Gran Premi in tutto il mondo, guida pulitissima e raffinata (tanto che lo stesso Juan Manuel Fangio ne ammirò la perfezione stilistica) e una grinta fuori dal comune.

Nato in  una famiglia agiata del Novarese, Achille aveva sin da ragazzino un immenso bisogno di velocità, l’adrenalina gli scorreva impetuosa nelle vene. Il padre Menotti a sedici anni lo indirizzò verso le gare in motocicletta, insieme ai fratelli Angioletto e Anacleto. A diciassette anni, non ancora maggiorenne, Varzi cominciò già a far capire di che stoffa fosse fatto, imponendosi come talento cristallino delle due ruote. Nel 1922 è campione della categoria Seniores nella classe 350cc. A diciannove anni. Mentre precocemente Achille muoveva i primi passi nel glorioso mondo dei motori, Nuvolari aveva già trent’anni e una guerra alle spalle. Il suo talento però non si discuteva: facilmente tornò a vincere gare motociclistiche già nel primo dopoguerra. Il Nivola restò però subito impressionato da quel ragazzino di Galliate, sfrontato e tremendamente veloce.


A quei tempi i confini tra motociclismo e automobilismo erano molto più labili. Spesso la differenza stava nel fatto che un’automobile era molto più costosa di una motocicletta, e obbligava chi non potesse permettersela a ripiegare sull’acquisto di una moto, sicuramente più economica. Quando nel 1926 - sponsorizzato dall’amico Vailati - Achille poté provare una Bugatti 1500 4 cilindri, non gli sembrò vero. Lui, cresciuto nel mito di Felice Nazzaro, svoltò la sua carriera di pilota, passando definitivamente alle quattro ruote. Nell’automobilismo, dominato a quei tempi dall’insuperabile Alfa P2 e da piloti-gentiluomini come Emilio Materassi, Campari, Meo Costantini e Brilli Peri, l’unica soluzione era (il privilegio) di poter gareggiare comperandosi un auto privata.

Nel 1927 nacque la Mille Miglia e  la rivalità Varzi-Nuvolari si affermò in tutto il mondo come una delle più belle e combattute nella storia di questo sport. Nell’epoca d’oro dell’automobilismo, senza voler sminuire il valore dei vari Benoist, Chiron, Wimill, Caracciola, Fagioli, Rosemeyer, Lang e Stuck, Tazio Nuvolari e Achille Varzi infiammarono con i loro duelli ruota a ruota le oceaniche folle europee, e ancor di più quelle italiane, rendendo l’automobilismo uno sport popolarissimo. Oltre ad essere un confronto tra due assi che fuori dall’abitacolo si rispettavano lealmente, il loro era anche un contrasto di stili marcato. Nuvolari era passione allo stato puro, irruenza, veemenza. Varzi, invece, sfoggiava una raffinatezza, una precisione e un’indole da calcolatore fuori dal comune.

Nuvolari e Varzi.

La precisione nello studiare gli avversari, nel pianificare le strategie da tenere in gara, nel tenere maniacalmente tutto sotto controllo sono ravvisabili in questo aneddoto raccontato da Enzo Ferrari: “Mancavano poche ore al via del G.P. di Montecarlo quando io arrivai dall'Italia e trovai il mio collaboratore Bazzi pressoché annientato dalle bizze di Varzi. Il nostro Achille si dichiarava insoddisfatto della macchina e criticava soprattutto la posa di guida; aveva fatto cambiare dai meccanici una decina di cuscini, ma non ne aveva trovato uno che gli Consentisse una sistemazione di suo gradimento. Assistetti così alla fase finale della discussione (tra Varzi ed i meccanici). Varzi chiese finalmente un paio di cuscini, li soppesò, misurò la loro altezza e decise che per arrivare alla perfezione, occorreva che fossero un poco più alti, ma non tanto da richiedere un terzo cuscino. Bazzi diede un'occhiata e lo invitò ad andare a prendere un caffè; al suo ritorno, promise, avrebbe trovata la sistemazione da lui voluta. Appena Varzi si fu allontanato, Bazzi afferrò il Corriere della Sera che avevo in tasca, lo piegò in quattro, lo nascose sotto i cuscini. Varzi tornò poco dopo, provò la posizione: "perfetto, si", - mormorò -, e ringraziò quasi commosso.”

Dopo aver corso e ottenuto svariate vittorie con l’Alfa Romeo (tra cui spiccano le affermazioni proprio alla Mille Miglia e alla Targa Florio) sotto l’egida dello stesso  Enzo Ferrari, Varzi passò alla rivale tedesca Auto Union. La scelta suscitò un enorme clamore nel pubblico sportivo italiano che considerava il passaggio dall'Alfa Romeo all'Auto Union alla stregua di un vero e proprio tradimento. Progettata da Ferdinand Porsche e dotata di un innovativo motore centrale, l’Auto Union, come la Mercedes, viveva in pieno il sogno di gloria hitleriano del Terzo Reich. L’automobilismo venne incentivato con grosse sovvenzioni, dato che era visto come vero e proprio metro di misura delle capacità tecnico-scientifiche tedesche. Alfred Neubauer, corpulento e pittoresco direttore sportivo della Mercedes, affermò che per "imparare l' Auto Union" Varzi ha impiegato lo spazio di un giorno, il primo. Per adattarvisi, i piloti di sicura qualità esigevano un anno almeno di scozzonatura. Il direttore della Mercedes aveva subito capito chi fosse "il gran signore di Galliate". Diceva: Varzi è un artista; Nuvolari, un eroe.

Nel periodo tedesco la vita di Achille cambiò. Fatale fu una donna. Una donna bellissima. L’indimenticato Mario Fossati così dipinse il primo incontro tra Varzi e Ilse Hubach: “Primavera 1935. Mercedes Benz e Auto Union provano a Monza. L'inverno è lungo al Nord. La pista del Nurburgring è chiazzata di neve. I due team sono acquartierati a Milano, nel lussuoso "Principe e Savoia". All'ora dell' aperitivo un pilota della giovane generazione (che bussa insistentemente alla porta dell' Auto Union) esibisce la moglie di una bellezza mozzafiato. L'aristocratico Hans Stuck e il francese Louis Chiron si consumano di galanteria. Attraverso i cristalli della porta girevole appare Varzi. Scorge il cerchio dei colleghi e quel cigno, che ha gli occhi di una giovane attrice. Varzi si dirige dapprima all'ascensore eppoi di scatto, a rovescio, allo zinco del bar. Abituato ad osservare, ad analizzare anche in casa d' altri, meglio se dell'Auto Union, Neubauer spia Varzi. Lo coglie in baciamano compìto all'avvenente signora. Ne capta il dialogo. "Mi vorrai presentare, Hans a questa graziosissima dama". E Stuck: "Signor Varzi le faccio sapere che dovrà mettersi in coda alla lunga fila degli spasimanti". Varzi sorride: "Mi riterrò fortunato di essere autorizzato ad ammirarla".


I due vivranno l’uno per l’altro. E inizialmente ciò giova alla carriera di Varzi. Nel 1935 è infatti il pilota che riporta il maggior numero di vittorie e piazzamenti. L’amore sembrava aver spiegato ancor di più le ali di Achille. Ma poi accadde l’impensabile: le corse divennero solo un accessorio, per lo più prettamente economico. Cominciò a tralasciare gli allenamenti e soprattutto iniziò ad abusare di stupefacenti. Da lì il crollo: il licenziamento dalla Auto Union e addirittura il ritiro del passaporto e della licenza di conduttore.

Ma la voglia di Achille di adrenalina, di vittoria, di velocità erano troppo forti. Nonostante la Seconda Guerra Mondiale, che sembrava aver precluso ogni minima chance di ritorno, Varzi  miracolosamente fece ritorno alle corse. Otto anni dopo l’ultima vittoria, nel 1946 si impose a Torino. Poi due anni dopo, quando Achille sembrava aver ritrovato la passione per questo sport, la disgrazia: quella maledetta curva che poche ore prima aveva portato via Omobono Tenni, decise di prendersi anche Varzi.

"Forse tu eri destinato a morire, Achille, perché nella tua guida c’era quel qualcosa di geniale che fa parte del mistero della natura, e la natura si sforza di eliminare coloro che vi si avvicinano troppo al compimento. - "Beethoven venne colpito dalla sordità quando sembrava che stesse per trascendere il potere umano dell’espressione musicale, Galileo fu accecato quando stava per scoprire l’infinito e le sue leggi, le mani di Leonardo da Vinci vennero colpite dall’artrite quando era vicinissimo alla perfezione delle sue creazioni. Ed anche tu, Achille, sei stato fermato quando stavi per attraversare le frontiere conosciute della velocità. Ora ti devi preparare per un’altra gara, l’ultima grande gara.”

Così venne ricordato dagli amici Achille Varzi, pilota eccelso, uomo d’altri tempi del grande automobilismo che fu.


Articolo a cura di Marco Staiano


martedì 1 settembre 2015

Sliding Doors

Quella volta che Maxi Lopez fu chiuso in albergo ed accostato a tre squadre in cinque giorni.

di Massimiliano Chirico






Immaginate di essere rinchiusi all'interno della vostra abitazione.
Un incipit che vuole essere una sfida, mentre scrivo mi viene facile pensare all'ambientazione del videogame Silent Hill 4: The Room, dove il protagonista si sveglia sigillato all'interno della sua fatiscente casa, con la porta bloccata da lucchetti e catene, perso com'è nelle paturnie mentali che si rovesciano sulla sua vita quotidiana. Smorzando i toni, immaginate davvero di essere all'interno del vostro appartamento (senza pareti diroccate questa volta) e di poter disporre di tutti i comfort che esso offre: c'è la piscina, la palestra, una bella Playstation con un televisore enorme, la percettibile sensazione di stare bene e di poterci vivere a lungo, chiuso all'interno.
L'unico piccolissimo problema è che, appunto, da questo appartamento non si può uscire.


Chissà se, nel gennaio del 2012, il biondo centravanti Maximilian Gastòn Lopez, ai più noto come Maxi Lopez, ci ha giocato a Silent Hill mentre aspettava l'evolversi di una complicata trattativa che lo vedeva coinvolto all'interno di una stanza dell'Hotel NH in piazza della Repubblica. I giornali ci sono andati a nozze con la storia della Playstation, ogni articolo che riportava l'evolversi del trasferimento citava che Lopez trascorreva i suoi giorni a giocare alla Play. Un affare che, in maniera paradossale, lo vedeva coinvolto in prima persona ed ai margini allo stesso tempo, in balìa dell'evolversi di molteplici altre situazioni, ostaggio delle scelte di colleghi e dirigenti. Cinque giorni in una stanza di albergo ad aspettare lo squillo di un telefono, una parola di conforto, magari un semplice via libera.

Ma proviamo a ricomporre la situazione.

Siamo nella stagione calcistica 2011/2012 e Maxi Lopez è uno degli attaccanti a disposizione di Vincenzo Montella, tecnico del Catania. Lopez fa parte della nutrita filiera argentina che compone la colonna vertebrale della squadra, quel filo diretto Catania – Buenos Aires che ha fatto le fortune di Pietro Lo Monaco, il DS della società, e della squadra etnea stessa. La squadra naviga nella metà alta della classifica quando siamo nel mese di Gennaio, La Galina De Oro (soprannome di Lopez dovuto alla sua bionda chioma ed alla sua fama di prolifico centravanti) è il punto di riferimento dell'attacco della squadra: su di lui piovono i palloni che Lodi addomestica a centrocampo, Barrientos e Papu Gomez iinfilzano le difese avversarie per favorire i suoi inserimenti, le sue caviglie sono l'oggetto del desiderio delle difese avversarie ed in un crescendo di elogi che davvero sembrano stimolare nei lettori l'immagine di quel glorioso centravanti che un po tutti si aspettano, il Milan decide di piombare su di lui.

E, visto così, presentato a questo modo, avverto di aver offerto al lettore l'icona di un giocatore fortissimo, determinante e capace di far pendere l'ago della bilancia a favore dei suoi colori, nelle mire di un club come il Milan che sta lottando contro la Juventus di Antonio Conte per assicurarsi il vertice della classifica.
Ma in realtà è giusto ridimensionare il tutto.


Maxi Lopez, nato a Buenos Aires nell'aprile dell'84, è un onesto terminale offensivo che al termine della sua parte di carriera trascorsa a Catania metterà a segnò 23 reti in circa settanta presenze.
Un bottino giusto per un giocatore esploso nella ricca filiera del River Plate ed approdato giovanissimo al Barcellona, campione d'Europa con i blaugrana indossando le vesti del perfetto comprimario prima di rivalutarsi come giramondo giocando per Maiorca, FK Mosca e Gremio.
La love story tra il Catania e l'Argentina lo porterà all'ombra dell'Etna giusto in tempo per mettere a segno i gol di cui sopra e per posizionarsi alla base di una trattativa che si dipanerà in lungo ed in largo. Mentre raccolgo informazioni su Lopez ho avuto modo di chiedere in giro, ad amici e presunti intenditori di calcio (e presunti amici), il loro punto di vista su Maxi Lopez & l'albergo, che sa tanto di telenovelas argentina: mi stupisce il fatto che molti non conoscano questa storia, di come sia potuto passare sotto traccia tutto pur non essendo chissà quale dramma calcistico.


Tornando a noi.

Il Milan, allenato da Massimiliano Allegri, è da poco piombato su Carlos Tevez: siamo nella finestra di mercato invernale ed i rossoneri cercano una punta che sappia muoversi al fianco di Ibrahimovic per sopperire alle lacune lasciate da uno spaesato Robinho, non più un abbonato al tabellino marcatori. Galliani scandaglia il mercato ed incappa nella nutrita rosa del Manchester City che ha bisogno di disfarsi di alcuni giocatori e che cerca di sganciare al miglior offerente il cartellino dell'Apache. Tevez ha ancora un anno e mezzo di contratto ed i Citizens che, dopo le valutazioni del caso, fissano il prezzo del giocatore intorno ai dieci – quindici milioni: gli inglesi sentono il bisogno di fare cassa e di disfarsi di un contratto oneroso come quello dell'argentino ma al tempo stesso non vogliono depauperare il valore della squadra con cessioni scellerate; il vecchio Adriano Galliani sa come pelare certe gatte e per questo prende tempo, provando ad ottenere il giocatore in prestito per rimandare una eventuale acquisto definitivo di sei mesi, nella speranza che nelle casse di Findomestic e del Milan si materializzino quei fondi che potrebbero permettergli di condurre una sessione di mercato quantomeno sufficiente.


Dall'altra parte però qualcuno negli uffici del City nicchia ed è qui che si inserisce un altro protagonista: il Milan batte cassa e mette sul mercato Alexandre Pato, attaccante brasiliano in fondo alle gerarchie di Allegri per via dei suoi continui guai fisici. Il Paris Saint Germain si fa avanti ed attraverso un timido sondaggio ottiene che il prezzo del cartellino dell'attaccante è fissato a 30 Mln. La situazione legata a Pato assume anche contorni glamour e piuttosto delicati se considerato che il giocatore è anche il compagno di Barbara Berlusconi, la figlia del presidente, ma a Parigi aleggia perlopiù il timore di prendere un giocatore che non fornisce garanzie sulla sua tenuta fisica e così, in maniera pressoché identica a quella che il Milan sta adottando per Tevez, si va avanti smuovendo leggermente le acque mentre, rilasciando interviste e dichiarazioni di interesse mentre il Diavolo mantiene i contatti con Tevez ed il suo entourage: spunta una foto di Adriano Galliani a cena con il giocatore ed il suo agente, Kia Joorabchian, e tutto ciò fa presagire che le due parti siano ai dettagli finali.
Ma Pato fa un passo indietro , condizionato forse dalla sua relazione sentimentale, decide di togliersi autonomamente dal mercato e di voler rimanere al Milan, al capezzale della sua attuale compagna.

L'affare assume tinte rose ed un po da dramma argentino: svaniti i soldi provenienti da Parigi, Galliani si ritrova costretto a forzare la mano col City facendo leva sulla necessità di liquidità degli inglesi e per questo telefona a Lo Monaco chiedendogli di Maxi Lopez.



Il legame è piuttosto semplice: Galliani vuole far capire al City che, a prescindere dalla trattativa legata a Tevez, lo strapotere che esercita nelle stanze del calciomercato gli permette già di avere sottomano uno degli attaccanti più in forma del campionato e ad un prezzo tutto sommato conveniente. A questo punto ci si aspetta che una boutique come quella catanese ci vada giù pesante col prezzo del ragazzo, chiunque al posto di Lo Monaco capirebbe di avere in mano un set di coltelli affilatissimi e dalla parte del manico ma invece nulla è come sembra.

Il giocatore si catapulta immediatamente a Milano su consiglio della dirigenza catanese, l'intesa è totale sia col ragazzo che con il Catania, che riceverà 1.5 Mln per il prestito. Arrivano le firme, gli incartamenti sono pronti per essere consegnati in Lega ma Galliani, vecchia volpe, cala l'asso: il 24 gennaio 2012 il dirigente rossonero chiede a Maxi Lopez di attendere l'evolversi della trattativa in un albergo a due passi da via Turati. L'affare si farà, assicura Galliani, se non adesso si farà a Luglio ma al momento è necessario che il City sappia che il Milan ha già una valida (?!) alternativa in mano per far si che il prezzo di Tevez si abbassi di qualche milione perché il vero argentino che anima i sogni rossoneri si allena dall'altra parte del Baltico!

Lopez, ingenuamente forse, accetta tutto di buon grado accantonando così le voci di un suo probabile passaggio al Fulham: nei giorni trascorsi in albergo, che saranno cinque, dal 24 al 28 gennaio, Maxi Lopez riceverà anche una offerta proprio dal PSG che, nel tentativo di mettere pressione e di sbloccare l'affare Pato, si farà avanti per il giocatore argentino che in campo riflette comunque i problemi legati al suo trasferimento e nelle tre partite di gennaio non ha mai timbrato il cosiddetto cartellino. Ma nulla riuscirà a smuovere la Galina de Oro, la porta dell'NH Hotel si chiuderà alle sue spalle ed una trattativa che si dipana tra Italia, Francia ed Inghilterra lo terrà chiuso per quattro notti a farsi compagnia da solo.



<<È una storia irreale. Non ricordo un episodio simile da quando sono nel mondo del calcio. Spero riesca a realizzare il suo sogno>> dirà Vincenzo Montella in merito ma, in quel momento, molti si chiederanno dov'è lo stile Milan? Da dove arriva questa arroganza che sembra aver soppiantato l'eleganza del club più titolato ed ambito del Mondo? C'è davvero bisogno di uno sgarbo del genere per potersi assicurare la firma di un giocatore come Tevez che è gia ampiamente ai margini della sua squadra?


Queste domande se le pone anche Andrea d'Amico, agente di Maxi Lopez, che ad un certo punto della complicata trattativa (e forse schiacciato da una leggera pressione da parte del giocatore che comunque non ci teneva tantissimo a far la figura del fesso) ha impugnato in mano il contratto in essere col Catania e, di comune accordo con l'entourage siciliano, ha fissato la deadline: le 19 del 28 Gennaio è il termine ultimo per chiudere la trattativa altrimenti ognuno a casa sua.

<<Abbiamo salutato il dottor Galliani – ha spiegato D’Amico -, spero che sia stato importante per tutti. Adesso dobbiamo solo aspettare con fiducia un altro po’, e abbiamo sempre avuto fiducia nel Milan. La riflessione del Milan è anche per l’altro obiettivo, ma noi lo sapevamo dall’inizio>>.

Insomma è questo il momento in cui la trattativa si scardina e si risolve.

Il piccolo Catania riesce a far tremare il club di Via Turati e le richieste di Allegri ormai si fanno pressanti. Maxi Lopez, consapevole di essere la seconda scelta, passa infine al Milan per 1.5 mln di € nella finestra invernale di quella stagione che, alla fine, si rivelerà avara di gioie per il Milan: Antonio Conte ed i suoi affamati giocatori soffieranno nel finale di campionato lo scudetto ai rossoneri che si piazzeranno solo alle loro spalle. Proprio la Juventus, nella finestra di mercato successiva, si regalerà quel tanto agognato Carlitos Tevez che non arriverà mai alla corte dei rossoneri: il Manchester City incasserà ben 15 mln dalla cessione dell'argentino, liquidità arrivata nelle casse dei bianconeri proprio dalla vendita di Alessandro Matri ai rossoneri, in un turbinio di assegni e dichiarazioni da capogiro. Alexandre Pato, paradossalmente, andrà via dal Milan solo un anno dopo a 15 mln (la metà di quelli offerti dal PSG), accasandosi tra le fila del Corinthians.



Saranno sei mesi infernali quelli milanesi.

Lopez segnerà appena un gol in campionato e non verrà riscattato. Tornato a Catania darà il via ad un improbabile valzer di squadre italiane passando per la Samp ed il Chievo prima di accasarsi al Torino, suo club attuale. Salirà agli onori di cronaca più che altro per la diatriba con Mauro Icardi, l'attaccante argentino dell'Inter sposato ora con la sua ex moglie che tanto lo aveva sospinto verso Milano qualche anno fa ma de La Galina De Oro poche altre tracce, si parlerà poco e niente del talento ex River che per una settimana ha duellato a distanza con Tevez, ex Boca Juniors, in un derby di mercato tutto argentino dai toni più ridicoli che fiammeggianti.



Resterà la memoria di quell'albergo che qualche tempo dopo ha ospitato Ze Eduardo, in arrivo dal Santos e dipinto come un implacabile cannoniere, in attesa di firmare per il Genoa oppure Stevan Jovetic che, coi documenti già pronti anche lui, attendeva il via libera per trasferirsi all'Inter qualche settimana fa.

<<Pazzesco a ripensarci. Stavo per lasciare Catania accettando un trasferimento in Premier League quando si fece avanti il Milan. Ci tenevo a giocare in una big, così presi l'aereo. Non immaginavo di dover restare prigioniero in albergo per tanti giorni prima della firma. Nella mia carriera ho sempre conquistato tutto con fatica>>.


Articolo a cura di Massimiliano Chirico




sabato 8 agosto 2015

Fuckin’ Kiwi!

#111: bastava questo nella SBK degli anni ’90 per capire di che pazzoide you are talkin’ about.

di Leo Kevin Fisher






Se fosse stato calciatore sarebbe stato Cantona, se fosse stato cestista Chris "The Birdman" Andersen, se fosse stato uno di cultura sarebbe stato Vittorio Sgarbi, se fosse stato un pilota sarebbe stato Aaron Tony Slight. “Slightly (un poco, pochino in inglese) non mi si addice un cazzo".


Se sei di sangue inglese nel mondo del motosport, te la cavi egregiamente per natura, perché oltre a pascolare e sfondarti di birra, per le distese eterne dell’Inner Australia o nel Kent, corri. Su due tre quattro cinque sei ruote, tutte quelle che hai a disposizione insomma, basta che corri. Fast. Flat track, cross, pista, sgomme, polvere o tarmac, british humor e bastardate, questo vuol dire essere un brit corridore. Poi se Dio ti toglie qualche rotella e ti regala il dono di fottertene dei limiti umani, c’è il rischio che diventi un Fogary, un Bayless, un Martin, un Bostrom, un Crutchlow.

Tutta gente che in un modo o nell’altro è chi senza dita, chi senza la funzionalità di una gamba, chi senza un minimo di raziocinio. Tutti però con quel maledetto sangue british. Fa strano ma tutti i britannici hanno quella doppia anima folle, gente che non rinuncia per nulla al mondo del the con il latte alle 5 in punto, ma è capace di creare corse folli come la NorthWest od il celebre Tourist Trophy, la più mostruosa corsa stradale al mondo, un circuito da 17 minuti dove si va a 200 di media, altro che La Mecca: ogni motociclista vorrebbe pellegrinare e morire tra la esse Creg-ny-Baa ed il Sulby Bridge, e se non sai di che sto parlando guardati Amici ed esci da sto pub, sincero e fumoso come un vero pub britannico deve essere. Poi i figli della Queen son capaci di partorire gente come i piloti sopracitati, gente che dominava in lungo in largo il Campionato del Mondo Superbike, le moto derivate di serie pompate all’inverosimile, la serie B della MotoGP secondo molti, e non a torto secondo la restante parte. Ma a differenza dei prototipi qui c’è gente che le rotelle della bici le ha perse in culla ed ha gli occhi di Dottor Jekyll e Mr. Hyde, cari padri di famiglia e bastardi senza gloria in pista.

Negli anni ’80 ci fu dapprima la creazione e poi l’esplosione del fenomeno Superbike attorno al decennio successivo,  grazie all’idea di moto comprabili da chiunque avesse qualche milione in banca e guidate da idioti che passavano la sera prima ad ubriacarsi nei pub. Tipo il meccanico sotto casa. I piloti sono anche questi, eroi moderni, cavalieri senza macchia né paura, indomiti ma tremendamente uomini.

Aaron, Tony come secondo nome sennò la mamma si sarebbe arrabbiata, cresce e pasce in una tranquilla cittadina neozelandese nei pressi della capitale Wellington, che non ci frega sapere come si chiama. Nasce alla fine degli anni ’60, quando l’odio per i vicini aussie era forte e “[…] quando giri per il mondo tutti strabuzzano gli occhi per via del passaporto che esibisci. Parlo inglese meglio di te, coglione”. Neozelandese puro. Il 99% della popolazione mondiale manco sapeva dove stava la Nuova Zelanda. Erano passati appena 20 anni dall’indipendenza dalla Regina e tutto scorreva felice e sereno.

Una delle posizioni preferite nei primi anni di corse. Anche nei secondi.
Sarà l’aria di mare, il sangue pazzo inglese, l’odore di olio bruciato che inonda quel continente negli anni ’80, ma  Aaron poco più che 14enne ha già una moto sotto il culo. E quello che sorprende subito tutti, genitori compresi, è che il ragazzo va tremendamente forte. È un idiota.

Ma non idiozia alla Balotelli, allo sciocco sbruffone onnipotente, ma quella sana pazzia che fa muovere il cuore verso quei 12 mila giri al minuto che fa battere il motore sotto di te, quella follia che fa innamorare gli spettatori, che fa sudare le mani e perdere i capelli dopo la millesima volta che ci si toglie il casco.

L’amore per le moto, per quell’essere libero, per Aaron è viscerale. Non si ferma, scorre forte nelle vene e pulsa sulle tempie. Tanto che nel 1991 vince e domina il Campionato Australiano e Pan-Pacifico di SBK dopo aver già debuttato nel 1989 nel circus principale, il World Superbike Championship appunto.

Nel 1988 interpreta un cameo in nel mondiale 250 con un cesso di Yamaha TZ nel GP del Giappone, non arrivando al traguardo. Nella stessa stagione, sempre stesso luogo, debutta in SBK con una Bimota e tra piroette e parolacce arriva 7° in gara 1 e 14° in gara due. Si comincia a capire che quel ragazzino che fa le impennate per il paddock e fa la grigliata tra i motorhome, ha qualcosa di speciale.

Nel 1989 debutta sul serio, moto che usa nel campionato aussie e tanta grinta, prima ad Oran Park (fa 5° e 6°) e poi sul circuto di Manfeild in Australia.
Gara 1: secondo. Oh ma quando va forte.
Gara 2: vedi foto sopra. Oh ma quanto è scemo.
Fino al 1991 la Kawasaki Asia lo prende per fargli fare le trasferte asiatiche (tre gare), poi arriva il contratto. Da pilota serio, insomma con le moto che vanno forte. 


Prima gara, Albacete, Spagna. Indovinate un po’ come va a finire.

Gara 1, vince. Gara due, si stende. A noi piace così, Aaron.

Ma corriamo veloci. Il ragazzo va forte, lo vuole la Honda. Il che vuol dire che è come giocare per il Real Madrid.

Erano gli anni di Carl Fogarty, Troy Corser, Simon Crafar, Anthony Gobert, John Kocinski, Doug Chandler, Colin Edwards, Frankie Chili, Aki Yanagawa, potrei andar avanti righe e righe, sempre con quel senso che impasta la lingua, e non è droga, è il senso di quello che non c’è più, di risse finite le gare, di piloti che son prima uomini poi fottuti pazzi che il fine settimana corrono e durante la settimana lavorano in officina o nei fienili. Gente che se deve dirti "Asshole" non passa per un comunicato stampa o per twitter, ma ti aspetta conclusa la sessione con due birre in mano e due pugni pronti. Casomai fossi astemio.

Aaron era tra i più romantici dei simboli di quei decenni, vuoi per la cresta ossigenata, vuoi per quel numero che nessuno prima d’ora aveva usato, quel 111, scavallare il 99, follia. Vuoi per i sorpassi, vuoi per la schiettezza, vuoi per le palle cubiche, il casco con la bandiera a scacchi, sia mai che si dimenticasse l'obiettivo.

Tra il 1992 ed il 2000 è uno dei protagonisti del Mondiale Superbike, se non si spalma come il burro di arachidi sull’asfalto, arriva terzo. O secondo. O primo.


16 febbraio 2000, durante un test "del cazzo"  in vista dell'inizio della stagione, viene colpito da un malore improvviso. Parcheggia la sua Honda RC45. Recatosi in ospedale per accertamenti gli viene diagnosticato un aneurisma cerebrale con conseguente emorragia al cervello.
<<Io sinceramente non ci capivo più nulla. Di fatti potevo morire. Ma ho preferito cercare di metterglielo nel culo a quello stronzo di Carl [Fogarty, suo principale avversario per oltre 8 anni]>> avrebbe detto dopo solo dodici settimane dopo l’operazione. Non era idoneo per correre per tutta la stagione.

L’11 maggio 2000 era già in moto. Nel mondiale. <<Fottuto Kiwi, non vuol mollare. Meglio così>>, apostrofa Carl. Chissà magari ci scappa anche la sua storia.

E’ labile il confine tra follia e amore, forse è da pazzi comprenderla appieno. A fine stagione si ritira, <<ho fatto una cagata mi sa (ride)>>. A 34 anni non può più correre in moto.

La gente lo ama perché non ha mai vinto un mondiale, ma ha parlato sempre sporco, senza giri di parole, ha girato sempre forte, non ha mai trovato scuse, ha trasmesso quella viscerale passione a migliaia di persone in tutto il globo. Perché è l’eterno secondo che in verità è sempre stato il primo.

E’ inserito nell’Hall Of Fame della WSBK, in 229 gare disputate con 13 vittorie, 87 podi, 26 fastest laps e 8 poles.

Ah, non ditelo ai medici, ma a quasi 50 anni le suona ancora su qualche circuito in giro per l’Australia. Casomai vediate un #111 meglio che vi spostiate, sennò moglie e figli s’incazzano. D’altronde, son della stessa pasta.

Aaron Troy Slight.




Articolo a cura di Leo Kevin Fisher

lunedì 27 luglio 2015

Lottare per finta, vivere per davvero

Eroe sul ring e nulla assoluto fuori. O forse il contrario.

di Leo Kevin Fisher







James è un giovane del Mississippi, cresciuto nel nulla di Senatobia, paesotto razzista all'inverosimile troppo occupato ad osservare il suo 25% di popolazione sotto la soglia di povertà nel profondo South East.

Come tutti gli americani degli anni '60, il che coincide con il suo 15esimo compleanno, ha un problema. Ma non si tratta né di droga né di che musica ascoltare.

James, Jim per farla breve, ha il più grosso problema che un americano degli anni '60 può avere. E' uno criminale negro. E vive nel Sud. Il verbale della polizia della città parla chiaro: questo negro deve lasciare la città perchè accusato di aver rapinato un supermarket. Non ha né padre, ucciso per strada nel suo ghetto, nè madre, distrutta dalla fame e dai troppi figli. Jim si ritrova a 17 anni ad essere circa due metri per centocinquanta chili, senza lavoro e senza istruzione.

Jim emigra nella vicina Florida come raccoglitore di frutta stagionale e come idraulico, ma è in un altro pellegrinaggio della fame in Michigan, che la sua vita cambia quando incontra un suo omonimo, Houston, nato nel 1923 a Little Rock e di professione wrestler. Nero. Il primo, wrestler professionista negro.

Il Kamala da ring: terrificante e grosso come un palazzo. Incuteva "un sano timore preistorico".

Bobo Brazil, nomignolo da ring di Houston, instrada questo gigante dall'animo buono e gentile ("Rubai per sfamare i miei fratelli, non per rubare i soldi ad un uomo") nel mondo dell'entertainment. Ora James ha un lavoro, si fa chiamare "Il Gigante Ugandese, Kamala", gli piace lottare, si diverte, ora a far del male per finta. Non più a lottare per il pane nel ghetto. Con veri ferri, bastoni e coltelli.

Oggi, con un sorriso sornione, ti dice che "evidentemente ero nato wrestler, solo che tra i canneti del Sud non s’era ancora pensato di far lottare un nigga with a big belly with another one. Di certo non per finta (ride)".

"Why from Uganda?" 
"I have never been in Uganda, oh my Lord, ‘cuz i’m a negro (ride ancora)"

Contro il rivale di sempre, Andrè The Giant.

La sua carriera parte nel 1978, guadagna bene, aiuta la sua gente, i poveri del Sud, e tutto sembra filare per il verso giusto. Si sposa, è felice. E' diventato una star.

Andiamo alla fine.

Si ritira nel 1995, dopo aver combattuto nella WWE (l'NBA, la Serie A del wrestling) da metà degli anni '80 ed aver sconfitto gente come André The Giant, Hulk Hogan, Jimmy Snuka, insomma quelli forti. E' un fenomeno, Kamala. Il terrore del ring. Raggiunse i 200 kg, spaventava donne e bambini. Tutta sta faccia pitturata, batteva le mani sulla panciona, le urla terrificanti, è il cattivo perfetto. E' una stella tra gli intrattenitori. I soldi non sono moltissimi, perché se ne prende 10 ne spende 8 tra donazioni e cibo per gli altri.

Ma si sa, la vita è una puttana, ti toglie tutto ad una velocità mostruosa. Vaffanculo.

Agli inizi degli anni '90 i medici gli consigliano di dimagrire drasticamente, di andare in dialisi, rischia grosso così. E' diabetico. Ma lui non può, nel turbine del successo, al top non si può mollare così, cazzo. Chiama il capo Jim, tale Vince McMahon, e gli spiega quello che è successo. "Non te ne vai, tu servi qui. Pensa a quello che perdi, Jim." Kamala adorava donare, lottare significava donare un sogno a chi non poteva permettersi di sognare. A quei negri, come lui, nati tra il nulla.

Jim continuò a lottare.

Dopo qualche anno a Jim viene amputata una gamba, causa diabete. Nel 2001 gli viene amputata anche l'altra. Vince McMahon, nel 2011 dichiarò di voler aiutare quel gigante buono, pagando cure e fornendogli assistenza e di includerlo giustamente nella Hall Of Fame. Sta ancora aspettando.

Kamala non ha mai avuto soldi, perchè a lui non interessano. "I’m blessed", ripete sorridendo con quei quattro denti Kamala non ha più una moglie, l'ha lasciato dopo le amputazioni. Lo trattavano come se non fosse normale, come se fosse tornato quell'invisibile gigante del ghetto. L'hanno abbandonato, in quel circus dorato che aveva aiutato a costruire con il suo personaggio. Non ha più una casa e vive con sua nipote, a Senatobia.

Oggi è in ospedale, in dialisi, sul maledetto filo tra il quel sorriso che dispensa a tutti, la simpatia contagiosa di quando va alla mensa dei poveri e urla "Kamala is coming!" ed il mondo eterno del Signore.

Non credo servano parole.

Voleva spararsi, Jim. "I can't crash the trigger, because I see the green of the grass, the blue of the sky and the smile of my brothers." Per chi non mastica l’inglese suona in un corretto italiano, così: non potrei premere il grilletto, perché ho visto il verde dell’erba, il blu del cielo e il sorriso dei miei fratelli.”
Jim sta morendo. "Non voglio la vostra compassione, lacrime che cadono per la mia storia, ‘cuz i’m blessed, i gat everything I need."

"Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti."
 Matteo 5, 44-45.

James "Jim" Harris, Kamala.



Articolo a cura di Leo Kevin Fisher


domenica 19 luglio 2015

Il Cigno di Fresno

Un giovane dalle belle speranze scopre di avere un dono speciale, ben oltre la pallacanestro. Questo è Isaiah Austin.

di Leo Kevin Fisher




Isaiah è un ragazzotto tutto casa e chiesa.

Nasce a Fresno nel 1993, in quel tranquillo countryside californiano, dove la cosa che spaventa di più gli abitanti è il caldo. Isaiah, il nome è di uno dei cinque maggiori profeti, ed assieme ad Elijia, uno dei più importanti di tutta la Bibbia, ha un dono. Fin da piccolo. Quando odiava il caldo ed andava a giocare al parco a pallacanestro. Perché a Fresno, in California, dove i neri sono meno del 9% della popolazione, i neri giocano a football. Non c'è altro sport, addirittura nel 2003 c’hanno buttato il calcio, a Fresno, poi 7 anni dopo l’hockey, fate vobis.

Quando frequenta la Grace Preparatory Academy, per permettersi di seguire il suo sogno di giocare un giorno assieme ad i grandi di questo sport, e si sposta in Texas, lì fa ancora più caldo. Perché ad Arlington, nel centro del Texas, si muore di caldo.

"Cazzo giochi a basketball, negro", si sentirà dir spesso.



A 14 anni era già quasi due metri, pesante si e no come una lattina schiacciata a terra dalla numerossima confraternita di armeni presenti in città. 
Qui c'è poco di classico film americano, ma tanta vita reale, quella che deve e farà riflettere. 
Isaiah ha un dono. Con i suoi 216 cm e con due braccia chilometriche, veleggia con estrema eleganza per il court e muove la retina in un'università privata chiamata Baylor, un famosissimo college texano dove i cosiddetti negri fanno esultare cotidie tutti gli spettatori in tutte le discipline, dal football al lacrosse. E soprattutto nel football, con quelle splendide divise verde  scuro ed oro, dove svetta la grande scritta BU un po' ovunque. 

L'università costa, ed anche tanto, ma Isaiah ha quel talento per il quale coach Drew, un cristianissimo bianco, spenderebbe volentieri una borsa di studio per lui. Entra la prima volta con i Bears al Ferrell Center nel 2012, e subito stupisce. Da freshman viaggia a 13 punti, 8 rimbalzi ed una stoppata abbondante in meno di 30 minuti
È bello, vederlo giocare, è sublime, dinoccolato ma aggraziato, con il suo classico movimento di piedi che ricorda una ballerina sul dolce legno del palco. Nel 2013 si dichiara al Draft NBA. Ma sfiga vuole che si infortuna ad una spalla, deve saltare il Draft e tornare al college.  Da sophomore va ancora meglio, visto che tutti i 10 mila del palazzo non vedono l’ora di vedere volare quel leggiadro aquilone per il campo.


Altra stagione super, da leader, e finalmente è pronto per essere eletto nell’Olimpo del basket, l’NBA, Draft 2014. Nel quale, poi, non verrà mai scelto. Quella retina la fa muovere tanto e bene, se ne sta accorgendo anche quel volpone di Masai Ujiri, GM dei Toronto Raptors, pronto a dargli subito l’opportunità di vederlo all’opera durante l’estate.
Isaiah ha un dono. Nascosto, ma lui lo chiama comunque un dono di Dio. Perchè lui è fortunato, lo ripete sempre. 

Isaiah ha la sindrome di Marfan, la quale distrugge lentamente tutti i tessuti molli del corpo, nel peggiore dei casi. Il suo. "Mi hanno detto che non avrei potuto continuare a giocare ad alto livello. Hanno trovato il gene in un campione del mio sangue. Mi hanno detto che le arterie del mio cuore si sono allargate e se facessi degli sforzi eccessivi, potrebbero rompersi. Assieme ad ulteriori problemi di salute. A questo punto sogno che il mio nome venga comunque chiamato al Draft. I hope".
Il 24 giugno 2014 si ritira dall'attività agonistica perchè mette a rischio la sua vita. Il ragazzo ha 20 anni. È cieco da un occhio da quando ne aveva 5 ma l'ha sempre tenuto nascosto pur di giocare, e vincere.

Draft 2014. Silver, l’attuale boss del circus NBA, lo invita come ospite speciale. Sarà l'unico caso della storia in uno sport americano dove un atleta ritirato viene scelto. E soprattutto applaudito, amato. Così, tra la 15° e la 16° scelta, il ragazzo che giocava con i negri di Fresno compie il suo sogno. 

I Boston Celtics, durante l’opening night, colpiti dall’amore del ragazzo per il basketball, decidono di ritirargli simbolicamente la canotta. In un tempio, come il Garden, emozionato e raccolto in preghiera.


Oggi Isaiah sta finendo di studiare al college, il futuro non lo vuol sapere. Perchè come ripete spesso, "We are in Gods hands". L'unica cosa che sa è quella di dar una mano al prossimo, grazie anche all'aiuto del movimento NBA nel mondo.

"I want people to know they can push through anything, because I've done it," he said. "I just want them to know they have the power within themselves to do it if they keep faith and a positive attitude."


Isaiah fa capire quanto sia importante crederci, sempre. Aggiungete voi in cosa. 

Isaiah Austin


Articolo a cura di Leo Kevin Fisher